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A noi ci piacciono le torte pt. 2 – Il meglio del ...

A noi ci piacciono le torte pt. 2 – Il meglio del Bologna Lesbian Film Festival

di Emanuela De Siati

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Il Some Prefer Cake è un festival di cinema lesbico. Quest’anno sono al mio secondo appuntamento.

L’edizione 2013 prevede 5 giornate con 51 film, 21 prime, di cui 8 europee, 3 mostre fotografiche, 2 presentazioni di libri, 1 spettacolo di danza, 1 performance teatrale, 1 concerto, incontri con autrici e tavole rotonde, 2 webserie italiane, aperitivi in giardino e un official party finale. Ecco, vi starete chiedendo come umanamente io abbia potuto affrontare cotanta cultura. La risposta è che l’organizzazione prevedeva pure cibo a volontà e un giardino dove riposare. Mi pare doveroso rivelare anche “il dietro le quinte”, se no non capireste l’atmosfera di festa di quei giorni, un poco come se fossimo state tutte ad un campeggio di fine estate.

L’anno scorso il festival ha omaggiato le opere di Zanele Muholi e ha raccontato i crimini d’odio verso le lesbiche nere sudafricane, e l’edizione di quest’anno è dedicata proprio a loro. Mai come quest’anno è doveroso soffermarci sul termine femminicidio: la parola nasce dai movimenti di donne sudamericani per poi approdare in Italia grazie ai centri antiviolenza, al lavoro di giornaliste, attiviste e studiose. Il punto importante da comprendere è che questa violenza ha una ragione di genere, mentre le cronache oggi parlano di delitti passionali o raptus.
Ogni qualvolta noi donne non esercitiamo il ruolo impostoci dalla nostra comunità rompiamo gli schemi, generiamo confusione e attiriamo violenza.

Tra le tantissime proiezioni alle quali cui ho assistito, alcune si sono distinte per l’intensità del racconto, altre per la qualità tecnica. Il denominatore comune è stato sicuramente l’amore, irrazionale, folgorante che, proprio perché autentico, oltrepassa barriere culturali così forti e opprimenti. Ma cosa succede quando non ci si rispecchia con il ruolo di donna tradizionale? E che cos’è questa euforia che ci prende quando finalmente ci liberiamo da esso? Questo il tema affrontato in alcuni corti come Solo se que no se nada dove un manuale di filosofia sottratto al figlio cambia le prospettive di pensiero di una casalinga, Empty Sky che affronta il tema del coming out e delle scelte prima o poi inevitabili, Next Door Letters, un corto di animazione svedese basato su una storia vera e che ci ricorda che l’amore può arrivare anche una sola volta nella nostra vita.

Credo che il 2013 sia stato, in ambito cinematografico, l’anno dei documentari.
Si conferma questa mia opinione alla luce del valore che hanno dimostrato quelli presenti in questo festival:
Camp Beaverton (aprite bene le orecchie!) racconta di una città di 50.000 abitanti che sorge ogni autunno per 8 giorni nel deserto di Black Rock del Nevada. Posta all’interno di una playa lunare, è un’oasi di esperimenti sociali, sessuali, costruita per lesbiche, bisessuali, trans, genderqueer e altro ancora nella piena libertà e scoperta di se stessi.

La mia freddezza e razionalità da addetta stampa finisce dopo il primo giorno di visioni. Una birra media e The Love Part Of This bastano per trasformarmi in un fiume di lacrime. Altro documentario, altra storia vera. L’amore è raccontato come un’orientamento affettivo e non sessuale.

Tsuyako di Mitsuyo Miyazaki racconta la vita di una moglie e madre nel Giappone postbellico. Il lavoro in fabbrica, una vita difficile, ma resa ancor più dura dalla mancata possibilità di avverare il proprio sogno di amore, a causa di un ruolo sociale imposto. Il senso di colpa prevarrà sulla voglia di fuga con il proprio amore ritrovato. (Lacrime pure qui).

Amica nostra Angela con la regia di Nadia Pizzuti è la storia della filosofa napoletana Angela Putino. In una Napoli che da città partenopea è la sede più adatta alla filosofia, la figura di Angela è importante per il femminismo italiano, per gli studi di biopolitica ed etica sulle donne. Una figura libera anche nella propria vita privata. Il suo Centro Virginia Woolf di Roma ospitava affollatissimi seminari.

“C’è stato un momento in cui persino il Papa disse che le donne dovevano salvare il mondo. Ma noi non eravamo minimamente interessate”.

Le relazioni umane non sono condivisibili quando c’è di mezzo l’appartenenza e l’identità. Amiche mie isteriche, è uno dei suoi libri che andrò presto ad acquistare.

Cartografia de la soledad, descrive la situazione delle vedove in India, Nepal e Afghanistan: un tracciato delle situazioni sociali, ma ancor di più della solidarietà femminile e della devozione di alcune persone e il loro aiuto concreto per tutte le donne bisognose.

Aynehaye Rooberoo (Facing Mirrors), girato tra Iran e Spagna è la storia di un’amicizia sincera tra due donne che superano i confini culturali e sociali. E’ il film vincitore del Premio del Pubblico alla VII edizione di Divergenti – Festival Internazionale di Cinema Trans.

Sabato vede protagonista un lungometraggio narrativo di Cheryl Dunye, (presente al festival): The Watermelon Woman, una bellissima attrice nera degli anni ’30.

Di seguito She: Their Love Story dai toni tragici, ma che ha avuto seri effetti comici in sala e un finale seriamente comico con l’esilarante commedia di Anna Margherita Albelo, Who’s Afraid Of Vagina Wolf? – Stati Uniti, 2013. Grandi applausi in sala per questa regista, anche lei presente in sala e visibilmente commossa. Il racconto è autobiografico e racconta di una donna quarantenne che affronta la crisi di mezz’età. Senza lavoro, né fidanzata, vive nel garage di una sua amica a Los Angeles. Il suo innamoramento fulmineo per Katia (Janina Gavankar, attrice di The L Word e True Blood) la spinge a scrivere un remake di Chi ha paura di Virginia Woolf?. Il film parla della lenta scoperta di se stessi, del nostro essere chiusi e ciechi di fronte all’amore anche quando è lì, di fronte a noi, pronto a salvarci da un girotondo vizioso di solitudine e paranoie. L’amore non guarda alla forma fisica, né al paese di provenienza, alle nostre insicurezze e nemmeno agli anni. L’amore trasforma tutto quello che noi abbiamo considerato fino ad allora dei difetti in punti di forza e capiamo che per trovarlo, basta arrendersi e smettere di desiderarci come vuote perfezioni.
Anna Margarita Albelo detta ‘ascella pezzata’ dalle sue esilaranti amiche ha un sorriso autentico e coinvolgente quando dice: “ Si può essere felici anche essendo grasse, lesbiche e cubane!”.

“Who’s Afraid of Vagina Wolf” Trailer from Jason Coté on Vimeo.

Riflettendo sull’intervista di Guido Barilla che in questi giorni ha scatenato le ovvie polemiche, c’è una frase (oltre alle ingiurie sugli omosessuali) che ha pronunciato riguardo al ruolo della ‘femmina’: la donna ha nelle mie pubblicità un ruolo strutturale e concettuale ben definito, infatti serve la colazione.

Stendo un velo pietoso su questa frase infelice e invito il pubblico (non solo gay) a partecipare al Some Prefer Cake dell’anno prossimo!


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