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I want to ride my bicycle, I want to ride it where...

I want to ride my bicycle, I want to ride it where I like! – Storie di una ciclista di provincia

Lo ammetto, ciclista lo sono diventata un po’ per necessità e un po’ per costrizione. Sono una di quell* che avevano iniziato a 13 anni ad assillare i genitori per ottenere il tanto agognato motorino, e hanno continuato disperatamente, finendo rassegnate, all’approdo della maggiore età, accontentandosi di prendere questa “benedetta patente e cara grazia che ti lasciamo usare l’auto”. I sogni infranti della mia adolescenza, che tra l’altro prevedevano di mettere su una rock band al femminile e il viaggio della maturità in Interrail per l’Europa, hanno ovviamente dato la forza propulsiva alla mia fantasia per adattarmi ai mezzi in mio possesso. Ciò che più si avvicinava al tanto agognato ciclomotore, per numero di ruote e per la possibilità di lasciar fluire la mia chioma al vento, era indubbiamente la bicicletta. (Non c’è nemmeno bisogno di utilizzare il FASTIDIOSISSIMO casco! e vi ricordo che a metà anni ’00 la piastra era la conditio sine qua non per qualunque ragazza portasse i capelli lunghi. Un bel problema in meno!)

Dicevo dunque di come è nato il mio rapporto con la bici. Certo, essere figlia di genitori maniaco-ossessivi  apprensivi non mi ha mai portato a godere appieno delle facoltà in mio possesso, perciò, sebbene mi fosse stata regalata una meravigliosa city bike per i miei 14 anni non ho avuto facilmente il permesso di usarla. “Con quello che l’abbiamo pagata poi se te la rubano non vedi la paghetta per anni”. Che poi chi l’ha mai vista. I saggi genitori alle già numerose restrizioni aggiunsero quella dell’utilizzo e fu così che solo a pochi mesi dal conseguimento della patente ottenni la fiducia necessaria per girare nei confini della mia città in totale libertà. Ciò cambiò in maniera rivoluzionaria la mia qualità della vita nonché la mia facoltà di autonomia e indipendenza. Abitando in un triste comune brianzolo, può forse non voler dire molto in quanto a ciò che mi era dato fare, ma, ve lo assicuro, per me significò tantissimo.

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Scorrazzare tra casa mia, quella del mio migliore amico, la biblioteca, la stazione dei treni e il parco a qualsiasi ora del giorno (e, se accompagnata, anche della notte) per me era l’apice della comodità. Tanto che prediligevo l’uso della bici a quella della macchina nei mesi estivi, con ira funesta di Madre che tanto aveva sborsato per farmi ottenere la licenza di guida. Ed è da quel periodo della mia vita che ho incominciato ad adorare la mia bici e a stravedere per i primi raggi di sole che annunciano la bella stagione per usarla (ok, lo ammetto, amo la bici ma sono pur sempre un’amante della comodità e non sono una masochista che ama mettere a repentaglio la mia già precaria salute da topo di biblioteca, messa a dura prova da qualsivoglia spiffero freddo, che mi provoca raffreddori e cervicali. True story.)

Tralasciando i notevoli vantaggi all’ambiente che comporta (per quello ci sono gli inserti di Focus e del Corriere) usare una bici, in particolare d’estate, questa pratica costituisce anche un modo di tutto rispetto per fare attività fisica, pur mancando il tempo/soldi per andare in palestra. È anche vero che rimanere a diretto contatto con i gas di scarico delle macchine non è propriamente un toccasana per i polmoni.

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Io in incognito su una bici a nolo ad Amsterdam.

Ho notato inoltre che nella mia ridente cittadina di provincia, escludendo i vari (pochi) ragazzini in giro a bullarsi con le BMX, in bici sembra ci vadano solo ragazze o uomini sopra i 60 anni. Non vi dico gli sguardi che praticamente ti si incollano addosso dal momento in cui entri nel campo visivo, solo perché non puoi vedere quelli che ti vengono rivolti una volta andata oltre. Perché, è superfluo aggiungere questo dettaglio, in bicicletta d’estate ci vado rigorosamente in pantaloncini, per non parlare dei vestiti sopra il ginocchio e come potete immaginare mentre si pedala è uno svolazzo unico, in un tripudio per l’altrui sguardo maschile. Queste scene mi ricordano tanto certi film italiani ambientati negli anni ’50, in cui lo sguardo sulla donna in bici è decisamente libidinoso e peccaminoso. Certo, c’è da dire che se vivessimo in un paese come i Paesi Bassi, in cui le bici sono praticamente il mezzo privilegiato per muoversi in città, una donna in hotpants in bici non richiamerebbe simili occhiate. Al di là dei ragionamenti retorici connessi, la bici verrebbe sdoganata e diventerebbe mezzo utilizzato parimenti da entrambi i sessi.

Ricordo durante la mia vacanza l’anno scorso ad Amsterdam di aver rischiato seriamente la vita in più occasioni mentre, sfrecciando a tutta velocità sulle piste ciclabili mi lasciavo sempre troppo facilmente distrarre dal boy watching. Inutile dire quanto abbia apprezzato quel mio breve soggiorno olandese, per i sopracitati motivi e molti altri (qualcuno ha detto erba?).

Le bici quindi non costituiscono solo un mezzo “eticamente” ineccepibile, a mio parere sono anche un mezzo di emancipazione dello spirito e del corpo. Conosco ragazze ossessionate dalla bici e il tentativo di fare proselitismo tra chiunque conosca mi sembrava all’inizio sospetto, ma poi con l’andare del tempo ho capito perché, e ritengo che iniziative come quelle prese a Milano per rendere la città più bike-friendly vanno lodate e sostenute. Una città con più bici è una città di persone serene e rilassate, i parking si trasformerebbero in park e ci sarebbe meno stress e meno intolleranza. Perché, parliamone, i ciclisti sono seriamente ritenuti come una minaccia per gli automobilisti. Ma non è mio intento fare una predica sui risvolti sociali. Vi basti sapere inoltre che in bici è pure più facile rimorchiare. Vi ho convinto? ora vi saluto, vado a organizzare la mia prossima vacanza, in bici, ovviamente.

(Photo: Gaby J)


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  1. Nicolò

    31 luglio

    Tra le tante riflessioni che mi vengono, ne dico solo una: come suggerito dalla Tosetti, pochi coraggiosi hanno avuto il coraggio di usare la bici di notte, durante la calura estiva, quando l’aria che ti arriva è abbastanza fresca da darti addirittura una sensazione di sollievo interiore. Nelle anonime città di provincia, durante la notte si sente solo il suono del vento che sbatte sulle guance. E sembra quasi di possedere un po’ l’universo e di parteciparci con esso.
    Oh, la bici, troppi ricordi in sella! Bell’articolo 🙂

  2. Francesca

    31 luglio

    Andare in bici di notte quando non c’è nessuno per strada è uno sei grandi piaceri della vita! (Solo in città però, fuori città mi fa un po’ timore andarci da sola…) LODE ALLA BICI!

  3. Ilaria

    31 luglio

    Io ciclista accanita… non ho neppure la patente. E amo le pedalate notturne in solitudine. Forse perché vivo in Emilia, terra di gente che va in bici, la mia esperienza non coincide molto con la tua… qui la bici la usano entrambi i sessi allo stesso modo mi sembra, e anche quando pedalo con le gambe al vento (o vedo altre cicliste con le gambe al vento) non noto sguardi particolari…

  4. Martina

    31 luglio

    Sì infatti, anche io abito da fuori sede a Forlì, e posso vedere benissimo la differenza fra l’Abruzzo e l’Emilia Romagna! Le bici regnano! A Forlì sono gli appiedati quelli ostracizzati! E concordo, le pedalate notturne sono una delle cose più belle che esistano nella vita.

  5. […] favorito a molti ciclisti, specie sulle tratte lunghe) non è l’ideale, ma nemmeno mostrare involontariamente le nostre grazie è una soluzione allettante. Questa Guida Illustrata al Ciclismo in Gonna vuol esser quindi il mio […]

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