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Barbie Dreamhouse, il mio nuovo sogno proibito (da...

Barbie Dreamhouse, il mio nuovo sogno proibito (dalla mia integrità)

Giovedì è stata inaugurata una casa di Barbie in dimensioni umane. C’è voluto uno sforzo di volontà notevole per costringermi a non abbandonare l’ufficio e catapultarmi su un volo per Berlino, con unica meta il maestoso (e terrificante) tempio rosa.

La Barbie Dreamhouse, una ricostruzione gigante dell’omonimo palazzo giocattolo, è un’istallazione che rimarrà aperta nella capitale tedesca fino al 25 agosto. I 2500 metri quadri quasi interamente rosa hanno già attirato l’attenzione infuriata di molti oppositori, comprese le Femen e un gruppo poeticamente chiamato Occupy Barbie Dreamhouse che, purtroppo, non sta protestando perché la casa rimanga aperta per sempre.

Come avrete già capito, nonostante le moltissime cose sbagliate che hanno a che fare con l’universo di Barbie, la mia prima reazione è stata più che entusiasta. La Barbie Dreamhouse sembra un paradiso kistch. Ho tuttora in garage decine di Barbie (e Ken, sorelle e figlie varie di tutte le razze), un milione di vestiti e accessori, la casa con tutto l’arredamento, la jeep e anche la canoa. Io amavo e amo la Barbie. Non mi vergogno ad ammetterlo perché sono in grado di separare la mia vita vera dal mondo rosa di una bambola di plastica. Mi rendo conto che il problema non sono la mia Barbie Sirena Magica Chioma o il comodino fuxia che ho tuttora in camera, ma piuttosto il fatto che ci sia un numero ridicolo di bambine e donne in tutto il mondo con Barbie come unico esempio di vita.

Le Femen hanno perfettamente ragione a protestare: Barbie porta avanti un modello fisico innaturale e mostruoso, è l’esempio numero uno di prodotto gendered e probabilmente il mostro che ha trasformato gli scaffali dei giochi “da bambina” in una parete rosa. La Barbie Dreamhouse promuove, in scala 1:1, l’idea che una donna dovrebbe sempre e solo occuparsi di essere bella e cucinare, o al massimo fare la popstar.

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Quando sbavo sulle Barbie da collezione ed i loro outfit stravaganti, non sto appoggiando le politiche dell’universo di Barbie. Non lo stavo facendo neanche quando la mia Barbie hawaiana limonava con Action Man e poi lo lasciava a casa con le Shelly mentre andava alla festa di Skipper.

La Dreamhouse è esecrabile non tanto perché è una gigantesca casa di plastica rosa, ma perché così tante visitatrici non sono capaci di discernere tra un gioco e la realtà, e non hanno nessuno a spiegarglielo. Il guaio inizia quando non c’è nessuno a dire ad una bambina che Barbie non ha nessuna relazione con la vita vera e a darle altri modelli, o anzi, quando quella bambina diventa adulta e insegna a sua figlia ad idolatrare Barbie. L’effetto che visitare la casa di Barbie potrebbe avere su di loro è terrificante solo a pensarci.

Avere un palazzo giocattolo come target di una protesta è certamente l’azione con più visibilità che si potesse scegliere; la mia speranza è che più persone raccolgano il messaggio e lo facciano loro, cominciando ad educare le bambine invece di lasciarle in balia di un modello idiota. E, in un futuro lontano, permettere a me di visitare una Barbie Dreamhouse senza che il senso di colpa mi distrugga l’intestino.

 

foto di Fabrizio Bensch / REUTERS

 


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  1. Chiara B.

    18 maggio

    Premetto che scrivo più per dissipare la mia confusione che per esprimere certezze. Pensavo però che io vengo da un contesto in cui sono stata piena di modelli alternativi a un’idea rosa, passiva e patinata della femminilità. Alle barbie giocavo, anche se soltanto da sola, quando potevo usarle come personaggi di storie rocambolesche e non in compagnia, quando pettinarle e vestirle mi avrebbe uccisa di noia. Ciò nonostante, ho un ricordo preciso del momento in cui realizzai di aver sempre pensato che, se Barbie era così fisicamente diversa da me, era perché era grande e io ero piccola e che tutte le donne da grandi diventavano alte e magre come le Barbie. O meglio, non ricordo tanto questo pensiero, quanto l’infinita confusione che mi si scatenò addosso quando con una Barbie in mano guardai mia madre – mora, riccia, non tanto alta, forte e formosa – e guardai nella mente tutte le donne adulte che conoscevo e realizzai che nessuna era come Barbie. Ricordo di essermi distintamente chiesta: “ma allora quand’è che si diventa così?”.
    Ecco, tutto questo flashback è teso a dire che certo, la chiave non sarà mai vietare un modello, ma farlo coesistere con una pluralità di altri modelli vicina il più possibile alla vita vera. C’è però nelle Barbie un potere normativo talmente grande che mi sfugge e che mi sembra intrinsecamente esecrabile.. Forse, la verità è sopratutto che vorrei capire le ragioni di questa potenza, per potermi sentirmi più serena.
    Monologo finito!

  2. Paolo1984

    19 maggio

    Barbie non ha fatto solo la popstar, in effetti non c’è professione che Barbue non abbia svolto. Ma seriamente poi..chi è che ha Barbie come unico modello? Ci sono molte donne che hanno giocato con Barbie da piccolo senza che questo danneggiasse il loro equilibrio o impedisse loro di trovare un lavoro, costruire più o meno, tra alti e bassi (come tutti) la vita che volevano..insomma credo che sarebbe bello se tra le femministe la si smettesse di vergognarsi di amare o aver amato Barbie..un po’ come i comunisti di una volta che si vergognavano di amare i film dell’ispettore Callaghan stupidamente bollati come “fascisti”

  3. Marta Corato

    28 maggio

    Vorrei farti notare che dico “Non mi vergogno ad ammetterlo” nel mio pezzo. Testualmente.

  4. […] Oh sì, quanto vi capisco. Il problema non è tanto il fatto che i giochi per bambine siano quasi invariabilmente rosa, nonostante anche quell’aspetto dia fastidio. La tragedia diventa palese nel momento in cui ci si […]

  5. […] anno fa, scrivevo del disagio che provo quando penso a Barbie: da un lato è stato uno dei miei giochi preferiti per i primi dieci (forse dodici, o quattordici) […]

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