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An Education: del coraggio di sognare ad occhi ape...

An Education: del coraggio di sognare ad occhi aperti e dell’importanza di tenere i piedi per terra.

“Certe volte penso che nessuno abbia mai fatto niente in tutto questo stupido paese, eccetto te.”

È davvero raro riuscire a trovare un film che riesca a narrarare con tanta leggerezza eppure con tanta sincerità di temi così universali e al contempo personali, così cari a quelle ragazze che negli anni dell’adolescenza hanno sempre sognato ad occhi aperti. Cioè tutte.
An Education è il titolo dell’autobiografia di Lynn Barber, ad oggi rinomata giornalista britannica che, quasi per caso, si è ritrovata a ripercorrere gli anni dell’adolescenza e tutto ciò che questi hanno comportato in un’ironica e arguta opera letteraria che ha suscitato abbastanza scalpore da far si che lo scrittore Nick Hornby si occupasse dell’adattamento cinematografico.

Seguiamo le vicende di Jenny, sedicenne incredibilmente pretenziosa che vive oppressa dai lenti ritmi della periferia londinese e dai genitori piccolo borghesi che, nonostante non ne comprendano minimamente la spinta vitale e i desideri, supportano la sua decisione di andare a studiare letteratura ad Oxford. Un giorno Jenny conosce David, tanto misterioso quanto affascinante trentenne impelagato nel mercato dell’arte e “laureato all’università della vita”. David introduce l’entusiasta giovane alla vita mondana riuscendo ad ottenere persino il consenso dei genitori, all’inizio molto sospettosi sulla natura della relazione tra i due. Ben presto però il rapporto si ribalta, quando la studentessa modello inizia a rendersi conto che la laurea all’università della vita potrebbe non essere ammessa per il tipo di vita che vuole condurre lei. Jenny si rende conto nel peggiore dei modi possibili che David non è chi dice di essere, e a quel punto inizierà una corsa contro il tempo per cercare salvare il salvabile ed assicurarsi un posto ad Oxford.
La storia è prevedibile, ma il film riesce a non essere bollato con l’infame aggettivo “banale”, grazie alle ottime performance dei protagonisti (Carey Mulligan e Peter Sarsgaard) e alla profondità del personaggio di Jenny. La giovane compie in pochi mesi un percorso di crescita tale da guadagnarsi, a ragione, il titolo del film. L’iniziale entusiasmo della ragazza per la possibilità di apprendere cultura, musica e letteratura francese e abbracciarne a pieno l’approccio esistenzialista alla vita si trasformerà dall’essere un’ambizione apprezzabile ad una spocchiosa arroganza, che non passerà inosservata agli adulti che la circondano.

La storia con David comincia a farsi seria, ed ormai Jenny ha una posizione sociale (seppur solo tra i banchi di scuola) da difendere, ed è sufficientemente disillusa dalla realtà circostante da decidere di portare avanti i suoi nuovi, compromessi e discutibili valori lanciandosi in un feroce faccia a faccia con la preside, la quale tenta di farla ragionare e contro la quale lei scatena la rabbia repressa di una generazione, sollevando interrogativi che a distanza di cinquant’anni sembrano essere ancora senza risposta. La ragazza porta avanti le sue credenze con la fiducia cieca che solo una giovane e inesperta come lei potrebbe ostentare con tanta fierezza, fino a quando non verrà bruscamente costretta a tornare coi piedi per terra.
Qui muoiono i sogni di gloria infantili per lasciar posto ad uno schiacciante J’accuse, rivolto ai genitori, mostratisi disposti ad incoraggiarla ad abbandonare gli studi a due mesi dal diploma visto che ormai era praticamente sistemata, mostrando un inquietante spaccato sociale dove se le donne andavano al college era per trovare un potenziale marito, niente di più. A questo punto Jenny capirà che non ci sono scorciatoie per la vita che vuole, e che ciò che David e i suoi amici le hanno fatto vedere non è che il triste surrogato della vita che lei ha sempre sognato.

Il film è ricco di dettagli di realismo sociale dell’epoca, non solo in termini di effettive prospettive per i giovani ma anche nel modo in cui mostra come un paese da poco uscito dalla seconda guerra mondiale e desideroso di ricostruire la propria vita su basi nuove e più solide sia in realtà ancora estremamente timoroso e diffidente nei confronti delle più disparate minoranze (Jenny si troverà ad affrontare più ostilità per l’orientamento religioso dell’amato, ebreo, piuttosto che per la differenza d’età). La messa in discussione di valori quali la famiglia, la monogamia e l’avvento di una società bohemienne dove i confini tra cosa è accettabile e cosa no sono tutti temi presenti nel film. Interessante è anche lo spaccato sulla condizione femminile nell’Inghilterra anni ’60 che ci viene offerto: la frustrazione e l’ansia di vita della giovane sono quantomeno parzialmente giustificate dalle figure archetipiche che popolano il suo presente e, ancora peggio, minacciano di incarnare il suo potenziale futuro. La madre, imprigionata e succube delle mura casalinghe, la direttrice della scuola, austera preside neanche troppo segretamente insoddisfatta del suo lavoro, ed Helen, tanto apparentemente sofisticata quanto effettivamente stupida amica e complice di David nelle sue scorribande.
Pur essendo basato in un tempo apparentemente così lontano, An Education riesce a riportare a galla temi di discussione incredibilmente, allarmantemente contemporanei. Ad oggi più che mai, specie in una società così piena di forti e occasionalmente contraddittorie influenze che generano confusione e frustrazione è necessario riflettere su quali ambizioni, stili di vita e valori stiamo trasmettendo alle nuove generazioni. Specie in Italia.


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