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Ammirevoli Antenate: Eleonora D’Aquitania

Ammirevoli Antenate: Eleonora D’Aquitania

Nel Medioevo era difficile che le donne avessero voce in capitoli che non riguardassero il figliare o il badare alle mucche; persino le regine passavano il loro tempo a procreando e badando alla loro corte. Una donna che non si fece mai mettere i piedi in testa, nemmeno dal re di Francia, è la meravigliosa Aliénor d’Aquitaine, regina due volte, madre di famiglia, crociata e mecenate.

La duchessa d’Aquitania e di Guascogna e contessa di Poitiers, nata intorno al 1122, era la single lady più ambita d’Europa già dall’infanzia grazie alla sua eredità territoriale ed al suo sangue nobilissimo.

Nel 1137 sposò sì Luigi VII, ma non lasciò che i suoi possedimenti venissero inglobati nel regno francese. A posteriori, la cosa si rivelò una furbata: quando nel 1152 i due si lasciarono con tanto di decreto papale che annullava il matrimonio per consanguineità, Eleonora si riprese tutto il suo territorio. Ragione del divorzio con il re di Francia? La seconda Crociata del 1145, a cui Eleonora partecipò al fianco del consorte. C’è una lista lunghissima di motivi per le quali sia la crociata che il matrimonio fallirono, incluse una battaglia persa ed un possibile incesto con lo zio Raimondo d’Antiochia, ma i due tornarono in Europa separatamente e non ci fu verso di farli rimettere insieme.

La regina di Francia tornò ad essere duchessa, ma dopo otto settimane (!) dall’annullamento del primo matrimonio, si risposò con Enrico D’Angiò, futuro Enrico II D’Inghilterra, nove anni più giovane di lei e rinomata testa di cazzo. Anche questa unione non fu delle più pacifiche, particolarmente perché Eleonora venne cornificata più volte e senza ritegno da Enrico II.

Le cose precipitarono (di nuovo) quando tre dei suoi figli si ribellarono contro il padre, forti dei territori di Aquitania e Guascogna ereditati dalla madre, e lei si schierò dalla loro parte. Nel 1174, il re d’Inghilterra, affatto contento che la regina d’Inghilterra complottasse contro di lui, le tese un’imboscata e la fece imprigionare per quindici anni.

Tagliamo corto sulle guerre tra Enrico versus figli e su tutti i morti e le tragedie consumatesi nel frattempo per arrivare all’ennesimo clou della vita di Eleonora. Nel 1189 Enrico II schiattò, lasciando il trono al figlio Riccardo Cuordileone. Il buon Riccardo liberò la madre dalla sua prigonia e andò in guerra, lasciandola come reggente del trono d’Inghilterra senza nessun marito fastidioso di mezzo. Untitled-2

No, non è l’ultimo colpo di scena: nel 1193, ritornando dalla terza Crociata, Riccardo venne rapito dal duca d’Austria. Chi andò in suo soccorso? Non certo i fratelli giovani e sani, ma la madre settantenne (= centocinquantenne, negli standard anagrafici del Basso Medioevo), che raccolse in giro per l’Europa il denaro necessario per il riscatto e lo liberò.

Nel 1200, stroncata da un’altra sequela incredibile di guerre e disgrazie compresa la morte del figlio prediletto Riccardo, prese i voti nell’Abbazia di Fontevrault, dove morì nel 1204.

Gli aneddoti infondati su Eleonora D’Aquitania si sprecano, soprattutto per via delle molte gelosie e maldicenze che una donna a) ricca b) intelligente c) indipendente poteva causare nel dodicesimo secolo. Questo però è il mio preferito: nel 1146, per annunciare la sua fedelta’ alla Seconda Crociata, Eleonora si presento’ presso Bernardo di Chiaravalle a Vézelay in sella ad un cavallo bianco, travestita da amazzone, con le sue damigelle di corte a loro volta in costume battagliero, e in più un seguito di 300 vassalli.

Se dal punto di vista strettamente storico la sua vita non fosse stata abbastanza avventurosa, Eleonora D’Aquitania è anche una delle nostre beniamine medioevali grazie alla sua cultura. Ad Eleonora era stata impartita un’educazione degna di un figlio maschio: già all’età di 8 anni, dopo la morte del fratello maggiore, si sapeva che sarebbe stata lei ad ereditare titolo e possedimenti, quindi non poteva diventare una donnina di corte capace solo di stare seduta in un angolo e sorridere. Grazie agli ordini del padre, Eleonora si intendeva di musica e letteratura, e parlava e scriveva fluentemente in latino, lingua di scambio del Medioevo tanto negli affari religiosi quanto in quelli politici. Negli anni del suo secondo matrimonio, ignorata da Enrico II e lasciata libera di farsi gli affari suoi, Eleonora trasformò la corte di Poitiers nel centro culturale dell’epoca radunando artisti, musicisti e letterati. L’amor cortese può far venire il latte alle ginocchia, ma che una donna fosse un mecenate non era cosa che si vedeva tutti i giorni. Il suo amore per la cultura era tale che l’effigie sulla sua tomba la ritrae, non a caso, con un libro in mano.


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  1. Giulia

    8 aprile

    Che belloooo! In Francia ce ne sono state molte di donne “cazzute” nel medioevo, questa non la conoscevo ma la arcinota Jean D’Arc é stata anche lei assolutamente coraggiosa rispetto all’epoca in cui ha (brevemente) vissuto!

  2. sergio

    27 agosto

    Buongiorno, come studioso del Medioevo non posso concordare con la premessa dell’articolo che inquadra Eleonora d’Aquitania come eccezione. Al contrario, è espressione di punta di un orientamento diffuso e non solo nella politica, ma anche nella cultura, nell’attività economica, nella vita sociale. La minorità femminile inizia in realtà con la fine del Medioevo e viene sancita dalla modernità.

    Di seguito riporto un lungo lacerto di un articolo- link: http://www.storialibera.it/attualita/donna_e_donne/articolo.php?id=2740- che inquadra in una pregevole sintesi la complessità della questione.

    Donne al comando

    “Dopo avere fatto piazza pulita di queste fandonie, la Pernoud si sofferma sulle grandi regine francesi del Basso Medioevo: “Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente (a Sens nel caso di Margherita di Provenza), ma sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quello del re. (…) Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato o morto, hanno la loro cancelleria personale, il loro campo di attività personale” (op. cit.). Non bisogna dimenticare che fu una regina, Isabella di Castiglia, a patrocinare l’impresa che segna simbolicamente l’inizio dell’epoca moderna: la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

    Oltre a queste grandi regine, la Pernoud cita un numero impressionante di nobildonne e signore feudali vissute fra il quinto e il quindicesimo secolo dopo Cristo. Di esse qui ricordiamo soltanto la celebre Matilda di Canossa, che nel 1115 osò ribellarsi all’imperatore tedesco Federico Barbarossa, nemico giurato dei comuni italiani, donando i suoi feudi toscani ed emiliani al papa. Le donne avevano posizioni di potere anche all’interno della Chiesa: “Alcune badesse agivano come autentici signori feudali il cui potere era rispettato al pari di quello di tutti gli altri signori, alcune donne indossavano la croce al pari dei vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi, parrocchie…” (op. cit.). Le Goff ribatte: è vero, certe badesse erano potenti “ma non dobbiamo dimenticare che i conventi femminili erano sempre sottoposti a quelli maschili” (Repubblica, 12.9.2007). Ciò non è vero. Non solo non tutti i conventi femminili erano sottoposti a quelli maschili, ma successe anche il contrario: “ci si domandi che cosa ne direbbe il nostro XX secolo di conventi maschili posti sotto la direzione di una donna. (…) E tuttavia è proprio ciò che si verificò, con pieno successo e senza causare nella Chiesa il sia pure minimo scandalo, ad opera di Roberto di Abrissel, a Fontevrault, nei primi anni del XII secolo” (op. cit.). Egli pose, infatti, i monaci del suo ordine sotto la direzione della badessa dell’attiguo convento femminile.

    Se alcune badesse avevano più potere degli abati, invece le donne sposate di qualunque categoria sociale erano indipendenti dai mariti anche relativamente al diritto di proprietà: “Negli atti stipulati è molto frequente il caso di una donna sposata che agisce per conto suo, per esempio avviando un negozio o un commercio, senza essere tenuta a produrre un’autorizzazione maritale” (op. cit.). Anche nelle campagne, fra i cosiddetti “servi della gleba”, c’erano donne che compravano o vendevano piccole proprietà: in un atto dell’XI secolo si parla di “due serve, di nome Auberede e Romelde, che alla fine dell’XI secolo (tra il 1089 e il 1095) acquistavano il proprio affrancamento in cambio di una casa che possedevano a Beauvais, sulla piazza del mercato” (op. cit.).

    Donne che lavorano e donne che votano

    Le prime femministe, apparse fra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, si battevano per il riconoscimento di tre diritti fondamentali alle donne: il diritto all’istruzione superiore, il diritto di accedere a tutte le professioni e infine il diritto di voto. Ebbene le donne del Medioevo non avevano avuto bisogno di fare delle battaglie femministe per accedere al mondo del lavoro: “le iscrizioni della taglia (oggi diremmo le imposte di registro), ovunque ci siano state conservate, come nel caso della Parigi di fine XIII secolo, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice di libri e così via” (op. cit.). Notare: c’erano anche delle miniaturiste, ovvero delle artiste (un libro di miniature porta ad esempio questa iscrizione: “Omnis pictura et floratura istius libri depicta ac florata est per me Margaretam Scheiffartz” – “Ogni immagine e decorazione di questo libro è stata dipinta e disegnata da me, Margherita Scheiffartz”).

    E adesso tenetevi forte: nel Medioevo non solo esistevano delle forme di democrazia diretta a livello locale, ma votavano sia gli uomini che le donne. Dall’insieme delle raccolte consuetudinarie, degli statuti delle città, ma anche dall’enorme massa degli atti notarili, dei documenti giudiziari, o ancora dalle inchieste ordinate da san Luigi “balza fuori un quadro che per noi presenta più d’un tratto sorprendente, dato che, per esempio, vediamo le donne votare alla pari degli uomini nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali” (op. cit.). Non sorprende affatto che nel Medioevo esistessero alcune forme di democrazia diretta. Si attribuisce a Carlo Magno, imperatore cattolico, il motto: “Vox populi, vox Dei”. In una delle numerose lettere che inviava ai papi e ai re nel periodo drammatico della cattivita’ avignonese, santa Caterina da Siena scrisse: “Il potere non è assoluto, è prestato da Dio. O dal popolo”. Questa donna del popolo era ascoltata dai più grandi potenti del suo tempo. Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Un secolo dopo, durante la guerra dei cent’anni, una semplice ragazza di umili origini riusc? a convincere i regnanti di Francia a metterla a capo di un esercito di uomini. Si chiamava Giovanna d’Arco.

    Donne che studiano

    Jacques Le Goff afferma bellamente che “la prima letterata donna della storia” sarebbe apparsa solo nel quindicesimo secolo nella persona di Cristina di Pisano, “poetessa e filosofa, molto critica con la misoginia dei suoi tempi” (Repubblica, 12.9.2007). Anche questo è inesatto: le donne letterate pullulavano da molto prima del quindicesimo secolo. Tre soli esempi: Dhuoda (autrice fra il 841 e il 843 del primo trattato di educazione pubblicato in Francia), la badessa Rosvita (autrice di un manoscritto del X secolo contenente sei commedie, in prosa rimata, che influirono grandemente sullo sviluppo letterario dei paesi germanici) e la badessa Herrada di Landsberg (autrice del celebre Hortus Deliciarum, l’enciclopedia più nota del XII secolo).

    I poeti del XII secolo hanno ripetutamente vantato le qualità intellettuali delle donne del loro ambiente; Baudri de Bourgueil, scrivendo l’epitaffio di una certa Costanza, dice che era sapiente come una sibilla e fa anche l’elogio di una certa Muriel, che ha fama di recitare versi con voce dolce e melodiosa” (La donna al tempo delle cattedrali).

    I poeti medievali lodavano le qualità intellettuali e spirituali delle loro donne, oggi invece la televisione e il cinema celebrano il culto della donna oggetto. A parte questo, gia’ nel 1883 lo studioso Karl Bartsch era giunto alla conclusione che “nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini”. Forse non più degli uomini, ma certamente leggevano quanto loro. E quanto loro scrivevano: molti manoscritti portano la firma di copiste donne. In effetti “all’epoca feudale e nel Medioevo, le scuole monastiche istruiscono un po’ dovunque ragazzini e ragazzine…” (op. cit.). Nei conventi femminili, da sempre luoghi di studio oltreché di preghiera, le donne avevano la possibilità di ricevere un’istruzione di livello universitario: ad esempio la religiosa Gertrude di Hefta “ci racconta, nel XIII secolo, come fosse felice di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che, dopo avere percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare ad un ciclo superiore come si faceva all’università. (…) D’altra parte, constatiamo che le religiose di quel tempo… sono per lo più donne di grande cultura, donne che avrebbero potuto gareggiare per dottrina con i monaci più eruditi del tempo. La stessa Eloisa [la celebre donna amata da Abelardo – N.d.R.] sapeva, e insegnava alle sue monache, il greco e l’ebraico” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Hildegarda: scienziata, musicista, filosofa

    Fra i più grandi geni di tutto il Medioevo, accanto a santi dottori come Bernardo e Tommaso, troviamo Hildegarda di Bingen. Nata nel 1098 presso Magonza e morta nel 1179, questa sposa di Cristo non fu solo una grande intellettuale ma anche una grande musicista (i cd con le esecuzioni degli inni e delle sinfonie che ella scriveva per le sue monache ultimamente vanno a ruba nei negozi specializzati, come ha verificato chi scrive).

    Come più tardi santa Caterina, Hildegarda trovava ascolto presso papi, re, imperatori: “O re”, scrisse a Federico Barbarossa riferendogli le parole che Dio le aveva rivelato in una visione, “se ti preme di vivere, ascoltami, o la mia spada ti trafiggerà”. Nelle sue tre opere principali ella descrive le visioni soprannaturali che aveva fin dall’età di tre anni: il Libro dei meriti della vita, il Libro delle opere divine (tradotto di recente per Mondadori Meridiani Classici dello Spirito) e infine lo Scivias (in italiano: “conosci”). Quest’ultima è un’opera monumentale in cui Hildegarda attraversa con uno sguardo unitario tutti gli ambiti del sapere del XII secolo, dalla teologia alla poesia fino alla musica e alla pittura (nelle miniature che accompagnano il testo ella illustra le sue visioni). “L’analisi della sua opera ha rivelato che aveva avuto prescienza della legge d’attrazione e dell’azione magnetica dei corpi, mentre le sue profezie indicanti astri immobili alla fine dei tempi sono sembrate ad alcuni scienziati l’annuncio della legge della degradazione dell’energia; nelle sue opere si è potuto discernere anche ciò che sarebbe stato oggetto di scoperte scientifiche cinquecento anni dopo la sua morte: il sole al centro del ‘firmamento’, la circolazione del sangue ecc.” (La donna al tempo delle cattedrali).

    L’emarginazione della donna inizia con l’Umanesimo

    Insomma, sembra proprio che questa Cristina di Pisano “molto critica con la misoginia dei suoi tempi” non sia stata affatto la prima donna letterata del Medioevo, come pretende Le Goff. Pure la “misoginia” è un tratto caratteristico non della cultura medievale bensì della cultura che stava emergendo proprio nel secolo di Cristina: l’Umanesimo. Qualunque studente del liceo classico sa che nella società greca e romana le donne avevano un ruolo del tutto marginale. La cultura classica non ha mai prodotto una grande letteratura d’amore (con l’eccezione della poesia di Saffo e delle riflessioni di Platone sull’eros, entrambi a sfondo omosessuale). Nella letteratura cortese si parla di cavalieri che venerano la donna amata come “suzeraine”, ovvero “regina” in lingua d’Oil. Ebbene gli autori classici insegnavano agli umanisti a non venerare più la donna ma lo Stato. In Francia anche le regine vere e proprie iniziano a contare sempre meno, fin quando “a partire dal XVII secolo, la regina scompare letteralmente di scena a vantaggio della favorita [l’amante del re – N.d.R.]. (…) E quando l’ultima regina di Francia, volle riprendere una particella di potere, ebbe di che pentirsene, infatti si chiamava Maria Antonietta (è solo giusto aggiungere che l’ultima favorita, la Du Barry, raggiungerà sul patibolo l’ultima regina)” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Non si è mai notato a sufficienza come, nell’età moderna, l’affermazione dello Stato assoluto e l’esclusione della donna dalla vita intellettuale e politica abbiano viaggiato su binari paralleli. La Pernoud individua la causa efficiente di entrambi questi fenomeni nella riscoperta umanistica del diritto romano, che è “il diritto di coloro che vogliono affermare un’autorità statale centrale” e “il diritto del pater familias”. Conformandosi al diritto romano, le legislazioni dei paesi europei tenderanno a “confinare la donna in quello che è stato, in tutti i tempi, il suo campo privilegiato: la cura della casa e l’educazione dei figli, finché le sarà tolto anche questo, a norma di legge. Infatti, si noti bene, è con il codice napoleonico che la donna non è più padrona neppure dei propri beni e svolge in casa propria solo un ruolo subalterno” (op. cit.).

    Al declino femminile diede un contributo fondamentale anche la Riforma protestante. Martin Lutero vietava alle donne di operare al di fuori dell’ambito delimitato dalle tre “K”: Kirche, Kinder, Küche (chiesa, bambini, cucina). Quelle che provavano ad infrangere questo divieto, finivano braccate come “streghe” (Lutero gettava benzina sul fuoco della superstizione anti-stregonesca). Nello stesso periodo il raffinato umanista Erasmo da Rotterdam, nel celeberrimo Elogio della pazzia, definiva la donna “un animale inetto e stolto”. Le prove di questa nuova temperie culturale misogina, durata fino alla fine del diciannovesimo secolo, sono troppo numerose per citarle in questa sede. Per fare un solo esempio, Giacomo Leopardi non si è vergognato di scrivere che la donna “dell’uomo al tutto da natura è minor” e che nelle sue “anguste fronti” la donna non può contenere gli stessi alti pensieri dell’uomo. “Che se più molli \ e più tenui le membra, essa la mente \ men capace e men forte anco riceve” (dal canto Aspasia). Mentre il poeta dell’era positivista per le donne non aveva che parole di disprezzo, invece il poeta dell’era cristiana per le donne non aveva che parole di ammirazione: “Tanto gentile e tanto onesta pare \ la donna mia quand’ella altrui saluta, \ ch’ogne lingua deven tremando muta \ e li occhi no l’ardiscon di guardare (…) e par che sia cosa venuta \ da cielo in terra a miracol mostrare” (Dante nella Vita Nova). Che abisso separa Aspasia da Beatrice! Negli occhi di Aspasia Leopardi aveva visto il riflesso dell’infinito, una promessa di felicità eterna. Ma quando si era avvicinato alla donna, il riflesso era scomparso: allora si convinse che l’infinito era un inganno, che l’amore era una illusione, che la donna era solo fonte di delusione. Molti secoli prima Dante vide la stessa promessa negli occhi di Beatrice. Ma Beatrice non lo deluse affatto. Nell’ultima cantica della Divina Commedia è Beatrice a condurre Dante fino al cospetto di Dio. Dante ci insegna che non si può adorare la donna senza adorare Dio. L’odio di Leopardi per la donna nasce proprio dalla sua mancanza di fede in quel Dio che solo può compiere la promessa contenuta negli occhi della donna.

    Insomma, anche Leopardi ci insegna qualcosa di importante: che il declino della fede cristiana è causa del declino femminile e della misoginia affermatasi dopo la fine del Medioevo. Quando tutti gli uomini credevano in Dio, e nella Madre di Dio, rispettavano le donne. Da quando Dio è stato dato per morto, è morta pure la dignità della donna. Ridotta oggi ad essere carne da pornografia.”

    Cordialmente,
    Sergio

  3. Alda

    7 marzo

    Anch’io ammiro molto Eleonora “donna senza pari” e mi permetto di suggerire la lettura della bella biografia Eleonora d’Aquitania scritta dalla grande medievalista Regine Pernoud (altra donna coraggiosa peraltro, benché non proprio antenata visto che é vissuta nel XX secolo ).
    E sullo slancio suggerisco la lettura di Le donne al tempo delle cattedrali, sempre della Pernoud. Non c’é libro della Pernoud, storica che riesce a scrivere di storia come fosse un romanzo, che non tratteggi profili di ammirevoli antenate, che siano nobili e ricche o contadine.
    In tal modo questo angolo sulle antenate ammirevoli diventerebbe popolatissimo, per la gioia di noi donne.

  4. […] le donne medievali furono fondamentali nella trasmissione della cultura (la straordinaria Eleonora d’Aquitania, tanto per citarne una), nella composizione e sviluppo di lirica e romanzi (Maria di Francia), […]

  5. Sara

    1 dicembre

    Bello : scritto bene, uno stile fluido e divertente (per i soggetti storici non c’è altra possibilità !). Complimenti ! Me ne sono ispirata, insieme ad altre fonti, per redigere l’ultimo articolo del mio blog (My France), che chiude una serie di articoli che trattano dell’Aquitania. Grazie !

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