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Dio solo sa cosa sarei senza gli amici e le amiche...

Dio solo sa cosa sarei senza gli amici e le amiche di internet

Per lungo tempo, il leitmotiv mise in discussione la genuinità del mio status di outsider.
Chi ti credi di essere? Pensi di essere meglio degli altri? Sei solo una sfigata.

Articolare una risposta era difficile e del tutto superfluo.
Non fui certo io a chiedere di essere trattata da “diversa”, anche se da un certo momento in poi mi munii di corazze volte a distanziarmi dalle persone con le quali sentivo di avere poco o nulla in comune. All’inizio furono gli altri – i compagni di classe e del catechismo – a decidere che non ero come loro.
A me pareva di essere una persona qualsiasi. La prima volta che sentii qualcuno sparlare di me chiamandomi asociale mi stupii immensamente.

Quest’etichettamento, unito al fatto che ero troppo giovane e imbranata per uscire e cercarmi altri amici, mi tramutò poco per volta in cercatrice di mondi nei quali una persona come me fosse considerata ok. All’inizio ci furono i romanzi che mi condussero là dove non mi era dato mettere piede, poi il senso di liberazione che provai immergendomi nella musica che andavo poco a poco scoprendo, quella che non passavano in radio e che condividevo solo con Diana, la mia migliore amica delle medie.

Ma la vera svolta fu un’altra.
Per praticità, la faccio partire dal giorno in cui conobbi Eugenio, il mio primo amico di internet. Avevamo entrambi 13 anni. Ci incrociammo su una chat dal nome imbarazzante. Parlammo della musica che ci piaceva, che era più o meno la stessa, e quando fu ora di abbandonare la conversazione retta da instabili connessioni 56k, mi dissi che dunque era vero, in altre città c’erano persone come me. Non sarei stata sola per sempre.

In quegli anni ebbi modo di sperimentare uno straniamento simile a quello che va ora di moda associare alla progressiva precarizzazione delle nostre vite quotidiane. Mi trovavo continuamente a desiderare di essere altrove. Come Charlie Brown, guardavo oltre i colli della mia città, dicendomi che sull’altro versante mi sarei sentita molto meno sola. Sentivo un’enorme mancanza di alcune persone che non avevo mai visto, ma che a quel punto sapevo esserci, anche se a centinaia chilometri di distanza.

A quindici anni mi trovai ad avere un sacco di amici e di amiche alle quali tenevo tantissimo, ma di cui non avevo mai sentito la voce. Le nostre conversazioni mi davano la forza per affontare il silenzio che mi accoglieva quando a scuola aprivo la bocca per dire qualcosa di veramente importante, per mostrarmi e tentare di frantumare le barriere che mi volevano così squisitamente sfigata.
Nel frattempo, sui giornali c’erano adulti che descrivevano – come continua ad accadere tutt’ora – i mille rischi che correrebbe un adolescente abbandonato da solo online. Nessuno parlava mai di storie come la mia e quelle dei miei amici.

Con il passare degli anni la separazione tra “amici in carne ed ossa” ed “amici di internet” si fece sempre più sottile. Il primo passo fu ottenere il permesso per andare a poggiare lo sguardo su alcune delle persone con le quali ero stata in contatto fin dai primi tempi della mia vita internautica.
L’immagine che associo a quel periodo è quella di Rachele che mi attende a Milano Centrale, con una maglietta del Piccolo Principe e i capelli blu; il suo splendido sorriso .

Come nei rapporti umani costruiti sulla prossimità fisica, col passare degli anni persi di vista qualcuno e guadagnai amici ed amiche nuove, perché c’erano sempre nuovi blog da scoprire, mentre altri sparivano, così come nuove persone pronte a rivelarmi l’esistenza di un disco bellissimo o a raccontarmi una storia che mi faceva pensare che fossimo parte di una grande società segreta.

Negli ultimi anni, mi è capitato diverse volte di trovarmi circondata da amici conosciuti online e di sentirmi così compresa e accolta da arrivare dimenticare che non c’è stata un’adolescenza vissuta in prossimità a renderci così ben coordinati.
Ciò che fino a qualche anno fa sarebbe parso impensabile è diventato normale. Si va in vacanza insieme, ci si trova imbottigliati nel traffico alla ricerca di un parcheggio, si beve e si chiacchiera un sacco dicendosi che è bellissimo bere e chiacchierare insieme e che non sembra una cosa nuova, ci si osserva ballare per la prima volta, si dicono un sacco di cose stando zitti, guardandosi e basta.
Si ha la sensazione di essere amici e basta, non “amici di internet”, anche se poi salta sempre fuori quella questione enorme che nelle occasioni liete tendiamo a dimenticarci, ovvero che ci siamo conosciuti mentre andavamo alla ricerca di persone simili a noi, e allora la sensazione è simile a quella che provavamo a scuola, quando ci si perdeva a guardare fuori dalla finestra, immaginando gli amici pregevolissimi e senza volto che c’erano ad attenderci oltre i colli, quelli con i quali avremmo cessato di sentirci soli.

Questo editoriale è dedicato a tutti i miei amici e tutte le mie amiche di internet, presenti e passate. Non so cosa sarei senza di voi.

Le foto in apertura ritraggono regali e lettere ricevuti alcuni e da alcune di loro.

Il tema del mese di dicembre è amicizia.
Il logo è stato disegnato da Francesca Romano.

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  1. Laila Al Habash

    2 dicembre

    Che post magnifico Margherita <3

  2. Martina I.

    2 dicembre

    Ho vissuto un’esperienza adolescenziale e personale del tutto simile alla tua. Alcune delle mie amicizie più profonde erano altrove rispetto a dove vivevo io, e questo a volte provocava un senso di “declassamento” rispetto a tutti coloro che riuscivano ad ascrivere il loro circolo di amicizie nel quadrilatero della loro città, la compagnia, il gruppo, quelle cose così. Io no, avevo amici in tantissimi posti diversi, e la cosa non veniva vista in maniera positiva – “tu e i tuoi amici di internet”. Gran fatica a menzionarli, un leggero senso di vergogna per quelle lettere, quei pacchi, che mi arricchivano la vita, ma erano difficili da “spiegare” a chi non concepiva un rapporto profondo senza il vedersi. Non saprei dire quando, ma c’è stato un momento in cui le posizioni si sono ribaltate. Le distanze fra gli amici di quartiere si sono dilatate, diaspora umana universitaria e non, e improvvisamente chi era davvero capace di gestire la lontananza e mantenere le amicizie ero io. Che tanto avevo sempre avuto tutti lontani, uno più uno meno… La mia vita è stata infinitamente più grande e vivace grazie a quelle persone “oltre i colli” – oltre i monti, nel mio caso, dato che sono cresciuta a Trento. La distanza mi ha reso una persona migliore e più aperta, indipendente e viaggiatrice. Vuoi mettere poi avere una stanza ad accoglierti in così tante città diverse del mondo 🙂
    Grazie per questo post Margherita 🙂

  3. stefania

    6 dicembre

    Bello il tuo articolo!
    Io ho vissuto la stessa cosa, ma i miei amici erano i miei corrispondenti postali, conosciuti tramite un annuncio che avevo messo sul “Corriere dei Piccoli” nel 1993.
    Per anni ci siamo scritti, raccontandoci dubbi, fantasie, consigliandoci libri, canzoni e poi, più grandi, scambiandoci consigli e opinioni sulle nostre vite sentimentali, viaggi, film al cinema.
    Ricevere una lettera è una gioia enorme e sapere che da qualche parte ci sono tante persone con cui condividere le nostre affinità elettive è un gran sollievo!

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