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Il mio battesimo di fuoco: come ho imparato ad av...

Il mio battesimo di fuoco: come ho imparato ad aver paura degli uomini

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Qualche anno fa ebbi il mio battesimo di fuoco. Non ha molta importanza definire i particolari, sarebbero più utili alla strumentalizzazione delle mie parole che ad altro. Erano italiani? Stranieri? Era notte? Giorno? Dov’ero? Com’ero vestita? A seconda delle informazioni che potrei dare il contesto e il valore di quello che accadde cambierebbero ed è proprio contro la varia interpretazione dei fatti che scrivo, per mettere sotto luce un’unica, indimenticabile sensazione.

Un giorno, da qualche parte, un gruppo di uomini mi fermò per lanciarmi pesanti frasi da rimorchio; poi mi misero le mani addosso e mi sbatterono a terra. La colpa, ovviamente, fu mia: avevo risposto alla violenza. Quando iniziarono a infastidirmi con le prime battute non provai paura, ma un’immensa rabbia, generata dalla noia e dal fastidio di vedere un gruppo di persone rendersi ancora una volta ridicoli e meschini solo perché sei da sola, sei donna, sei fisicamente piccola. La mancata immedesimazione da parte loro nei miei panni – che in quel momento erano quelli della vittima – mi esasperava così chiesi, visto che per loro non valevo niente, se avevano una madre. Forse avevano almeno una figura femminile che rispettavano? Non era una donna anche lei? Come si sarebbero sentiti a vederla vulnerabile, attorniata da un nugolo di gente che abdicava alla propria dignità, in nome dell’inebriante sensazione di avere per un attimo in mano il Potere?

Certo non ero così ingenua come sembra. Avevo già imparato da piccola che alcuni uomini – non tutti, perché mi sono sempre rifiutata di fare questo torto, o fornire questo alibi alla categoria – amano infastidire le ragazze per strada. Così è l’adolescenza: gli uomini diventano uomini imparando a difendersi dal marchio dell’omosessualità, e le donne diventano donne imparando a sfuggire le mani che altri allungano su di loro. Finché la cosa non supera i limiti è anche motivo di orgoglio, perché le battute, le palpate invisibili significano che sei attraente. Alle medie era un vero e proprio rito di iniziazione: le compagne più in vista venivano di frequente acciuffate e toccate tra grida e risolini dai maschi della classe. Poteva piacere o non piacere, ma significava l’affermazione della propria bellezza e in forza maggiore, della propria desiderabilità sessuale – traguardo cui tutte sembravano ambire senza aver ben chiaro cosa significasse diventare scopabili, senza interessarsi a diventare parte attiva, quella che non solo viene desiderata, ma desidera. Paradosso assurdo: l’unico modo per le ragazzine di affermare il proprio potere era diventare l’oggetto su cui più di tutti Qualcun Altro avrebbe esercitato il Proprio potere.

Mi chiedo se nelle famiglie, al pari delle infinite raccomandazioni che ricevono le femmine quando si avventurano nel mondo esterno, i maschi ricevano qualche volta il consiglio di non rompere le tube a queste. Immagino che la “naturale” esuberanza maschile, in confronto alla quale le donne vengono raffigurate delle apatiche mezze frigide, non vada osteggiata né educata. Esito finale di questo modo di pensare fu il modo in cui, dopo aver chiesto loro se avevano una madre, quel giorno fra le risate, uno del gruppo mi strinse fra le sue braccia. Di rimando gli sputai in faccia, e non era la prima volta che lo facevo quando la rabbia mi invadeva il cervello. Prima delle grida, dei calci, dei pugni, io sputavo. Di solito bastava, ma la sua espressione cambiò; mi prese per il collo e mi sbatté a terra. Mi rialzai e stavo per saltargli alla gola, pronta a ucciderlo, quando un gruppo di ragazzi spuntò dal nulla, mi prese per la vita e mi portò via urlante perché non mi cacciassi ulteriormente nei guai: non avevo paura di loro, volevo solo ammazzarli, ma una contro cinque-sei era un incontro impari.

Quando l’adrenalina scemò arrivò il dolore, non fisico ma mentale, poi un tremore diffuso per tutto il corpo. Arrivò tardi, la paura, ma da allora rimase, in silenzio, ospite ostinatamente presente: paura del dolore, delle botte, e infine, paura dello stupro, di un buco nero da dove sembra impossibile fare ritorno. Negli anni esperienze simili, più leggere o più gravi, sono venute fuori da amiche o conoscenti, spesso più su Internet, dove raccontare non incrina la voce. Le raccomandazioni ricevute da adolescenti non sono nulla rispetto alle mille piccole regole e consigli di mutuo soccorso che io e le mie conoscenze abbiamo imparato a scambiarci. Come rispondere, come fuggire, come non trovarcisi. Adesso so che reagire e chiedere perché è un lusso o un’assurdità che raramente posso concedermi.

Una battuta cinica mi sale spesso sulle labbra quando parlo dell’esser femmina: al giorno d’oggi una donna non è tale se nel corso della sua vita non è stata molestata in qualche modo e non ha sofferto di disturbi alimentari. Prima di venir assalita da gente che pensa che scrivere di questo equivalga a cancellare ogni altra esperienza, sottolineo che la paura dello stupro è una paura tra altre paure. Non significa cose stupide come “gli uomini vivono meglio” “gli uomini non capiscono” “gli uomini non subiscono violenza” e cose del genere, visto che ad ogni racconto di violenza maschile tot persone se ne escono raccontandone altre – uomini malmenati dalle donne – come se il primo avesse minimizzato le angosce subite da altri in altre storie. Accetto qualsiasi testimonianza che definisca come, e perché gli uomini hanno imparato ad aver paura proprio delle donne, e accetto di discutere su cosa si possa fare in proposito.

Da parte mia, questo è il racconto di come io ho imparato ad avere paura proprio di alcuni uomini – non tutti, non lo accetterò mai – forse in misura maggiore di quanto potessi temere in generale la violenza degli esseri umani. Ed è probabilmente proprio questa la peggiore cosa accaduta: perché il male che subii quel giorno è stato il medesimo che, senza saperlo, quei pochi individui facendo violenza a me hanno inflitto all’intera categoria maschile.

(img: Paperwork)


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  1. Paolo1984

    3 ottobre

    questa testimonianza mi ha molto colpito, c’è poco da aggiungere ma quella cosa che non sei una vera donna se non hai avuto disturbi alimentari e le molestie spero davvero sia solo una battuta cinica perchè mi rifiuto di accettarlo.
    E continuo a ritenere che una donna o anche una ragazzina “desiderata” dai coetanei non sia mai un “oggetto”, va rispettata sia che gradisca o non gradisca..se qualcuno (maschio o femmina) la vede “come un oggetto” il problema è solo suo.
    Un’ultima cosa: è inutile che te lo dica, ma non fu colpa tua, fu loro.

  2. Paolo1984

    3 ottobre

    insomma volevo dire questo: entro una certa misura voler piacere, voler essere desiderati di per sè non ci priva della nostra soggettività.

  3. veronica vituzzi

    3 ottobre

    Paolo, è ovviamente una battuta, ma una battuta che penso descriva i tempi.

  4. Bianca Bonollo

    3 ottobre

    Bellissimo pezzo! …e sei stata brava a reagire, poche ne avrebbero avuto il coraggio. Io per prima non l’avrei avuto!

  5. Ilaria

    3 ottobre

    A me più di tutto ha colpito quello che racconti sulla vita di scuola? Ma siamo pazzi? Ma quando mai le ragazze possono essere prese e toccate anche solo “per scherzo” in quel modo? Da me non è mai successo e frequentando tuttora scuole non è certo la normalità. Ma dirlo ai professori, anziché rassegnarsi alla pratica come fosse un rito da pagare??? Il senso della cosa però è vera: vale anche solo per gli apprezzamenti anche molto volgari, ci sono ragazze che li prendono cmunque per complimenti… io non sono mai stata tra queste, se ti piaccio me lo dici ed è ok, posso anche accettare un minimo di scurrilità se sei scurrile in generale e ti esprimi ma così ma vedi di non esagerare… Riguardo all’episodio sei stata davvero coraggiosa, purtroppo ammetto che il mio pensiero, arrivando alla fine, è stato: “Meno male, ti è andata bene…”. Mi chiedo anch’io perché le madri tendono spesso a compiacersi dell'”esuberanza maschile” e a incentivarla, anziché preoccuparsi di mettere un freno, dato che all’esuberanza femminile (che è molto meno pericolosa) il frano lo si mette eccome. Pian piano le cose miglioreranno.

  6. orla

    3 ottobre

    Secondo me non bisogna mai sottovvalutare quanto hai scritto relativamente il diventare uomini degli uomini: questi comportamenti, la maggior parte delle volte, sono figli della continua (e malsana) voglia di gridare al mondo “Oh, ve lo giuro, sono etero e le donne mi piacciono!”. Chi vuole stuprare lo fa da solo, e quando non è solo diventa “gioco” di branco (passatemi il termine) senza effettivi fini sessuali. E’ uno schifo, e la cosa più raccapricciante è che c’è molto di culturale, a tratti folkloristico, in atteggiamenti che portano a esperienze come quelle appena descritta.

  7. Marzia

    4 ottobre

    Ilaria, purtroppo le cose descritte in questo brano accadono eccome nelle scuole. Io stessa subii simili “trattamenti” ai tempi delle scuole medie. E mi fa sorridere il suggerimento di dirlo ai professori… non si fa, per millemila motivi. Se facessi un balzo indietro di 20 anni ed entrassi nella mia testa di allora, mai arriverei a confidarmi con un adulto, perchè quelli sono i miei problemi, il mio quotidiano, la mia realtà con cui scontrarmi, io che sto diventando una piccola adulta.
    Più che altro, ciò che mi colpisce è accorgermi di come tali eventi abbiano intaccato la mia memoria; ho ricordi così chiari e distinti da farmi pensare che siano stati momenti molto più “emotivamente difficili” di quanto non pensassi all’epoca.

  8. veronica vituzzi

    4 ottobre

    Ma credo anche che si protesti nel momento in cui si avverte l’offesa subita, nei miei ricordi le compagne in questione consideravano loro stesse questi modi di fare lusinghieri alla stregua di un complimento non richiesto che però si pensa faccia sempre piacere. In altri termini: questi erano, in quel linguaggio, i modi in cui gli altri ti dimostravano che eri “valida” in quanto desiderabile, ed era una cosa di cui essere fiere. La mia reazione a questo tipo di sessualità è stato vestirmi da maschiaccio da anni, dove maschiaccio significa di solito, semplicemente rigettare il modello proposto e in assenza di alternative rivolgersi alla sua negazione totale.

  9. Marzia

    4 ottobre

    Fu un passaggio secondario, il mio rifiuto della femminilità, che durò parecchio tempo. Solo qualche anno fa ho ritrovato serenità nel mio esser donna.
    Io personalmente, ricordo un frangente realmente molesto. Non protestai nel mentre, ma fondamentalmente perchè ero una ragazzina a conti fatti piuttosto chiusa su questi argomenti (per altri motivi) e già la vivevo come una vergogna, come se indossare quei ciclisti così aderenti fosse una mia colpa. Ricordo le lacrime sull’autobus tornando a casa, con una mia compagna di classe; lei che il giorno dopo si arrabbiò con i due imbecilli e da allora ci fu solo qualche battuta ogni tanto, non mi toccarono più.
    Certo, le altre 3/4 che venivano prese di mira lo vivevano come un complimento, non certo alla maniera in cui l’affrontai io.
    Questo brano ha riaperto un cassetto che tenevo chiuso da circa 20 anni, quanti ricordi!

  10. Ilaria

    4 ottobre

    Be’, Marzia, non è che io non sia mai stata adolescente, eh? 😉 Non sono passati neanche troppi anni; si vede che sarò stata fortunata o forse avevo molta coscienza di me grazie alla mia famiglia (ma allora lo stesso vale anche per le mie compagne)… Continuo a pensare che un conto siano “scherzi” vari, ma essere prese e stoccazzate non mi sembra proprio la normalità, comunque dipenderà dalle esperienze…

  11. Paolo1984

    7 ottobre

    i primi veri desideri sessuali per maschi e femmine, le prime “curiosità” nascono nell’adolescenza e anche prima, nella pre-adolescenza e andrebbero “gestiti”. Va da sè che ogni “toccamento” se sgradito è molestia

  12. Paolo1984

    8 ottobre

    primi veri desideri sessuali per maschi e femmine, le prime “curiosità” nascono nell’adolescenza e anche prima, nella pre-adolescenza

    e credo anche i primi amori,le “cotte”..ma quella è una cosa un po’ diversa

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