Ho abbandonato la terra berica sedici mesi fa. Da allora ho fatto il possibile per farvi ritorno il meno possibile. Durante la mia assenza sono successe un sacco di cose: la mia camera si è trasformata uno spazio abitabile da persone per bene, il cantiere della Ederle 2 è diventato ancor più angosciante da osservare, lo spritz si è fatto più costoso anche al Cancelletto.
Di recente sono scesa a Vicenza e un pomeriggio sono andata a fare un giro in centro con la mia amica Giulia. Mentre stavamo deambulando in direzione di un aperitivo (inteso come un bicchiere di qualcosa di colorato e alcolico) ci siamo imbattute in un gruppetto di giovani punk mai visti prima. Essendo entrambe pratiche di giovani punk e nate nei tardi anni ottanta, il nostro disquisire si è mosso in direzione dei seguenti temi:

  • Il ricambio generazionale all’interno della subcultura punk berica (ovvero: oddio, quando siamo vecchie!)
  • Il sedimentarsi dello stile punk nell’immaginario collettivo (ovvero: tua madre accetta il fatto che tu indossi jeans pieni di buchi perché vuole lasciarti libero di esprimere la tua creatività).
  • L’apprezzamento delle terga minorenni dei suddetti giovani punk, coperto da risatine (ovvero: cambiamo argomento, per carità).

Una volta abbandonata la tua personalissima fase punk, non è raro che i punk più giovani e convinti di te ti facciano un po’ ridere. Sarà il nichilismo che credevi di aver perso per strada e che invece ti porta a guardare con distacco chi imita con tanto impegno i look visionari creati da Vivienne Westwood per i Sex Pistols. Sarà il fatto che l’old school punk non è propriamente un genere musicale flessibilissimo; in molti casi, dopo un po’, stufa. Sarà che un po’ ti mancano i tempi in cui certi dischi punk ti si rivelarono: non tanto per i tempi in sé, che erano una merda, ma per ciò che quei dischi ti diedero in termini di contributo alla sopravvivenza in un ambiente ostile.
Resta il fatto che, se il nostro campo d’osservazione si mantiene circoscritto attorno ad una città italiana e ad una certa fascia d’età, la sedimentazione del punk nell’immaginario risulta un dato innegabile. Proviamo ora a fare un paio di controesempi, perché è sforzandosi di cambiare prospettiva che il discorso si fa più problematico e, di riflesso, interessante.

Ci sono paesi in cui il punk è arrivato con un po’ di ritardo e in cui ragazzi come quelli che io e la mia amica Giulia abbiamo incontrato in centro vengono arrestati per il solo fatto di essere visibilmente diversi. Mi riferisco alla provincia di Aceh, in Indonesia, dove di recente 65 ragazzi punk sono stati fermati dalla polizia nel corso di un concerto che si stava tenendo in un parco. Non avendo commesso alcun crimine specifico, il fermo dei punk è stato giustificato in chiave religiosa. La provincia di Aceh è una delle più conservatrici del Paese, che un anno fa ha adottato la Shariah, ovvero la legge islamica, che sanziona soprattutto i comportamenti giudicati immorali. I 65 punk sono stati forzatamente sottoposti ad un rito di purificazione. Sono stati privati di piercing e collari. I ragazzi sono stati rasati e alle ragazze è stato fatto un taglio identico a quello che portano le poliziotte in Indonesia. Infine sono stati costretti ad un lavaggio rituale. Uno dei responsabili dell’arresto ha poi spiegato che i ragazzi erano vestiti in modo disgustoso e che era necessario rieducarli, per il bene della comunità. Stando a ciò che hanno dichiarato le autorità, i ragazzi sarebbero poi tornati a casa con vestiti nuovi vestiti approvati dalla legge islamica, shampoo, spazzolini da denti, sandali e materiale per pregare.
Colpisce ciò che troviamo nella lista dei “doni” che lo Stato ha fatto a questi 65 punk. Il messaggio è chiaro e rappresenta una profonda radicalizzazione di discorsi che abbiamo sentito tante volte anche in Italia. L’idea è che i punk siano sporchi e contaminanti, che vadano normalizzati, ripuliti, rimessi in senso. Certo, la gravità di quest’episodio non è paragonabile alle lamentele degli adulti poco proni ad accettare l’estro distruttivo di un adolescente italiano che abbia abbracciato il punk. Da un lato possono essere semplici prese in giro, dall’altro parliamo di arresti e di punizioni corporali. Ma la retorica è molto simile.

Cambiamo nuovamente prospettiva. Pensiamo ad una persona che abbia superato l’età oltre la quale è socialmente accettato vestirsi con abiti stracciati (dal legittimo proprietario). Una persona che esprima la sua creatività attraverso l’abbigliamento e, magari, tingendosi i capelli di un colore molto vistoso, come il blu. Pensiamo che questa persona stia cercando un lavoro che richieda il contatto con il pubblico o un lavoro di un certo livello. Non ho dati alla mano da presentarvi, ma il senso comune ci dice che, se si aspira ad un certo lavoro e si ha una capigliatura blu, sarà necessario sacrificare qualcosa, fare dei compromessi, anche se l’idea di tornare ad apparire desiderabili e convenzionali suona come una violenza autoinflitta.

L’idea è quindi che, in un contesto come quello italiano, una diversità manifesta come quella dei punk sia legittima solo nei ragazzi che, stando alle definizioni degli adulti, sono persone incomplete e dai quali ci si può aspettare un comportamento balordo. Dopo una certa età, ci si aspetta che le persone “mettano la testa a posto” e si presentino di conseguenza. Se non lo fanno, ecco che riparte la sanzione sociale (es. non trovare certi tipi di lavoro anche se si è qualificati). Altrove, invece, la diversità è sanzionata indipentemente da altre caratteristiche dell’individuo che se ne fa portatore, come abbiamo visto nel caso della provincia di Aceh.

Qualche link per approfondire:
My Life in Blue Hair su xoJane
Indonesian Punks sul blog del documentario Teenage.