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Tutti pazzi per l’Outsider Art: Yayoi Kusama...

Tutti pazzi per l’Outsider Art: Yayoi Kusama for Louis Vuitton

Yayoi Kusama è un nome che, nell’immaginario collettivo, viene sempre associato ai pois. Yayoi Kusama è una fonte di ispirazione per molti artisti. Yayoi Kusama è, almeno nel mondo dell’arte, l’outsider per eccellenza. Yayoi Kusama è tornata alla ribalta negli ultimi anni, ma forse questo a voi dice poco o niente. Quindi, chi è Yayoi Kusama?

È un’artista nata in Giappone nel 1929. Fin dall’infanzia dimostra di essere interessata e propensa all’arte e al disegno e nel 1948 viene iscritta alla scuola d’arte di Kyoto, dove impara a dipingere alla maniera tipica giapponese (nihonga). Nonostante un discreto successo e varie mostre personali in patria, Yayoi si sente soffocare dalla cultura giapponese, che percepisce come tradizionalista e retrograda, e decide di trasferirsi negli Stati Uniti – una scelta incoraggiata da Georgia O’Keeffe, a cui Yayoi ha spedito alcuni dei suoi acquerelli. Vivrà negli States per circa vent’anni, dal 1956 al 1973, frequentando esponenti dell’espressionismo astratto americano e della nascente pop art. Nel 1975 si stabilisce definitivamente in Giappone, ricoverandosi di sua spontanea volontà nell’ospedale psichiatrico in cui risiede tuttora, e che si trova poco lontano dal suo studio a Tokyo.

Sì, avete letto bene: “ospedale psichiatrico”. Sin da bambina, Yayoi soffre di allucinazioni, disturbi ossessivo-compulsivi (OCD) e tendenze suicide, fomentate anche dalla rigidissima educazione impartitale dalla madre e dai numerosi tradimenti del padre (sembra che la madre le imponesse di pedinare il padre durante le sue “scappatelle”, cosa che le avrebbe provocato un rifiuto/repulsione totale verso il sesso). L’artista non ha mai nascosto di attingere largamente dalle sue allucinazioni, che la portano a ricoprire interamente, ossessivamente, di pois qualsiasi superficie: tele, sculture, installazioni, persone, in un processo che definisce di “auto-obliterazione” (self-obliteration). Sostiene infatti che riprodurre infinite volte lo stesso motivo – che si tratti di pois o sculture falliche – la aiuta ad immergersi nelle sue visioni e fobie e a superarle. Le installazioni su larga scala consentono agli spettatori di sperimentare ciò che vede l’artista, immergendoli in stanze interamente decorate e rese infinite con l’ausilio di specchi. Infine, i pois “obliterano” l’oggetto su cui si posano, annullandolo con la loro presenza e rendendo la sua funzione secondaria.

Yayoi Kusama ha anche raggiunto una certa fama grazie ai suoi happening pacifisti, durante i quali dipingeva pois su schiere di volontari nudi per protestare contro la guerra in Vietnam: siccome erano organizzati in luoghi pubblici come Central Park o il MOMA, furono spesso ostacolati dall’intervento dalle autorità. Un’altra “censura” venne dalla Biennale di Venezia, alla quale si recò nel 1966, con il suo Narcissus Garden. Il pezzo prevedeva che Kusama, vestita di un kimono dorato, sedesse in mezzo ad un “lago” di sfere metalliche da vendere agli spettatori per un prezzo simbolico. Critica al mercato dell’arte, Narcissus Garden venne bloccato dagli organizzatori della Biennale, che ritennero poco opportuno che l’artista, peraltro non invitata ufficialmente, vendesse opere d’arte “come se si trattasse di hot dog o gelati”.

 

Il suo status di outsider deriva non solo dai problemi mentali di cui soffre (Outsider Art, un eufemismo che si utilizza in vece dell’ormai politicamente scorretto Art Brut), ma anche dal fatto di essere stata una delle poche donne, e per di più orientale, in un campo ed una scena artistica dominata principalmente da artisti maschi e occidentali.

Dopo gli anni Settanta e il ricovero in clinica, l’attenzione su di lei è di molto diminuita, e il suo lavoro è stato spesso relegato in libri come “Women Artists” o “Artists from Japan” quando non direttamente in raccolte centrate sull’outsider art. Dal 2000 in poi, ha conosciuto una rinnovata popolarità, e le sono state dedicate moltissime mostre, spesso personali. Nell’ultimo biennio è stata organizzata in suo onore la più grande retrospettiva di sempre, una mostra itinerante che ha toccato Roma, Parigi, Londra e New York, ed è arrivata un’ulteriore “consacrazione”: la collaborazione con Louis Vuitton.

Non è la prima volta che l’artista collabora con una casa di moda: nel 2000 ha infatti dipinto con pois rossi, verdi e gialli le creazioni di Issey Miyake nella performance Jeux de Tissu, ma l’edizione limitata per Louis Vuitton ha avuto tutt’altra risonanza mediatica. Basti pensare che le principali boutique di Vuitton sono state totalmente “kusamizzate”, ospitando, oltre ai pezzi della collezione, opere fatte su misura (naturalmente a pois) e in alcuni casi, inquietanti sculture di cera a grandezza naturale, rappresentanti l’artista. Il department store londinese Selfridge’s le ha dedicato ventiquattro vetrine a tema (compresa la più importante, quella ad angolo, in cui sono presenti ben due statue di cera), ha sostituito le bandiere sul tetto con stendardi rossi a pois bianchi, ha creato un pop-up shop temporaneo in cui vendere la collezione, collegato alla boutique ufficiale di Vuitton tramite un sentiero di pois rossi ed infine ha eretto una mastodontica statua di Yayoi Kusama sopra l’entrata principale. Il mondo della moda, insomma, sembra essere impazzito per lei.


Che bella cosa, rendere l’arte accessibile! Queste collaborazioni servono appunto a far conoscere al grande pubblico artisti meno conosciuti, ad avvicinare la gente all’arte, sono iniziative lodevoli!
Certo, come no. Il mio cinismo purtroppo mi impedisce di vedere le cose in questo modo. Considerando che:

  • Yayoi Kusama è una delle artiste più celebrate del momento, come dimostrano le molte retrospettive in suo onore.
  • Nel 2008, un suo dipinto del 1959 è stato battuto all’asta per oltre cinque milioni di dollari, rendendola l’artista donna vivente dal più alto guadagno, e questo non fa altro che accrescerne la popolarità.
  • Si dice che il mercato del lusso non conosca crisi.
  • Si dice che il mercato dell’arte sia uno dei migliori mercati su cui investire, perché è quasi impossibile che i pezzi si svalutino.
  • Il gruppo LVMH, titolare, fra le altre firme, anche di Louis Vuitton, è la maggior multinazionale nel campo dei beni di lusso, e sponsorizza spesso mostre d’arte.
  • Una borsa firmata può essere vista come un investimento.
  • Una borsa firmata è un investimento più accessibile rispetto ad un’opera d’arte.
  • Una borsa firmata che però viene spesso falsificata e quindi vista, autentica o tarocca, al braccio di chicchessia, diventa un po’ noiosa.
  • Un’edizione limitata è uno dei modi migliori per incoraggiare l’acquisto: ce ne sono solo 999 pezzi! Se te la lasci sfuggire, non la troverai più e te ne pentirai per il resto della vita.
  • Marc Jacobs lancia un nuovo profumo che si chiama, guarda caso, Dot.
  • La prima collezione di Marc Jacobs includeva maglioni a pois.
  • Marc Jacobs è direttore creativo anche per Louis Vuitton.

La collezione Yayoi Kusama for Louis Vuitton si rivela non tanto come un omaggio ad una grande artista, ma piuttosto come una studiatissima e sofisticata operazione di mercato, un esempio da manuale. Il monogramma LV è talmente diffuso da non essere più considerato un simbolo di esclusività? Vai con le collaborazioni, le edizioni limitate, le boutique temporanee dal design eccentrico! L’unico neo di questa strategia è che spesso queste collaborazioni cadono nel dimenticatoio dopo un paio d’anni o, ancor peggio, vengono drasticamente giudicate come So Last Season (una borsa della collezione permanente o comunque dal design classico non ha età, mentre una prodotta per un periodo limitato è facilmente identificabile: “Ah, questa è l’edizione del 2004… tempo di rinnovarsi, n’est-ce pas?”)

 

 

Detto questo, la scelta di Yayoi Kusama mi sembra tutto sommato azzeccata: a differenza di altre collaborazioni, i pois sono un motivo classico, presente nella moda da decenni e probabilmente più duraturo di scritte al neon o dettagli in jeans. Indipendentemente da quanto saranno ricordati negli anni a venire, alcuni dei pezzi sono davvero piacevoli e verranno sicuramente apprezzati, almeno per il momento (io personalmente sto sognando abbinamenti maglia a righe/gonna gialla a pois neri… fermatemi, vi prego). Potrei recitare la parte del critico d’arte illuminato e dire che Vuitton ha tentato di obliterare il mondo con il suo onnipresente LV LV LV LV LV e che quindi i pois di Yayoi Kusama sono il complemento naturale alle sue borse, e forse quest’osservazione avrebbe anche una parvenza di senso. Eppure, nonostante la collezione non mi dispiaccia, non riesco a vederla come qualcosa di positivo. Non che mi faccia impietosire dall’artista, che ha tutto il diritto di farsi pubblicità come meglio crede e che ha sempre dichiarato di voler diventare famosissima e di temere di essere dimenticata dopo la morte. Non è nemmeno una questione di “sfruttamento”, perché lei per prima si fa ispirare dalle sue allucinazioni e ci guadagna su, e non mi pare sia sbagliato. Quel che mi sembra triste è che se vai alla Biennale senza invito, e vendi sfere a milleduecento lire come fossero gelati per criticare il mercato dell’arte, ti sbattono fuori indignati, mentre se dipingi pois su borsette da duemila sterline, ti osannano come una dea ed erigono una statua di cinque metri in tuo onore. Ma forse sono solo io che sono cinica e non capisco.


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  1. jules

    23 ottobre

    In effetti,la scelta dei pois come motivo caratterizzante delle borse non è stata una scelta molto azzeccata.I pois sulle borse in pelle verniciata (uscite i primi di luglio) sono spesso apparsi un po’ troppo estremi per le clienti, e troppo costose per ragazze più giovani. Più successo hanno avuto le borse in tela uscite recentemente, che riprendevano modelli classici come lo speedy e la neverfull,e che presentavano serigrafie con altri motivi delle opere kusama, tipo i pumpkin dots- alternati al marchio LV, come sempre intramontabile.
    In generale, per quanto la Kusama sia indubbiamente un’ artista di talento, le collaborazioni precedenti di LV, tipo quella con Sprouse, hanno avuto molto più successo di quest’ultima.

  2. Marta Conte

    24 ottobre

    Concordo con te Chiara, nonostante trovo che il mercificare la propria vita e le proprie esperienze sia comunque svilente. Ma forse è un discorso ipocrita, perché in fondo la maggior parte delle forme dell’arte, a partire dalla letteratura, si basa su questo… Si può provare un sentimento di ambivalenza, in questo caso? Perché è ciò che succede a me.

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