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Ti faccio una cassetta – materialità e pregi...

Ti faccio una cassetta – materialità e pregi dimenticati dell’oggetto che chiamiamo nastrone

A volte lo spirito malvagio che vive nel condominio situato sulla mia spalla destra si sente in diritto di comunicarmi che sbaglio a mostrarmi competente nell’arte nel nastrone.
Sei troppo giovane! – dice – un’illusa!
In effetti, quando nel non lontano 2008 uscì la traduzione italiana di Mix Tape, un’antologia di scritti sulla “cultura delle audiocassette” curata da sua maestà Thurston Moore, ne lessi l’introduzione e pensai che la mia esperienza dell’intervento sul supporto magnetico era stata tardiva ed era coincisa con gli anni del Declino.
Se guardo a ciò che resta della mia collezione di nastroni, buona parte di essi sono copie di doni per le mie amiche e i miei amici, o doni ricevuti. Questo dato ben testimonia quanto la pratica solitaria del piazzarsi ai piedi di uno stereo – passando ore ed ore a maneggiare dischi e decidere se un tal pezzo fosse troppo lungo per rientrare nel minutaggio libero del lato A – fosse in realtà tutt’altro che solitaria. Le persone con cui ero solita scambiare nastroni, o quelle alle quali ero lieta di donarne uno senza ricevere niente di tangibile in cambio, erano tutte dotate di mangianastri funzionanti, almeno fino all’anno in cui terminai le scuole medie. In quel periodo avevano già cominciato a diffondersi i primi masterizzatori, oggetti che io contemplavo con un misto di disprezzo e desiderio.
Nel giro di un paio d’anni sembrò che i mangianastri fossero caduti completamente in disuso, che si fossero rotti in massa o che i loro proprietari se ne fossero liberati, pensandoli ormai oggetti inutili e superati. A quindici anni feci l’ultimo tentativo ascrivibile al periodo delle superiori di donare un nastrone a qualcuno. Avevo caricato quel dono di significati e proposte amicali quasi inaudite, considerata la mia apparente distanza dalla destinataria. Ella mi rispose con un grazie imbarazzato. Poi mi comunicò che non possedeva più un mangianastri da anni.

Il ritorno delle audiocassette come supporto utilizzato da gente viva, in questo decennio, per diffondere la propria musica, suscita in me sentimenti contrastanti. In primo luogo mi domando se si possa effettivamente parlare di un ritorno, quando mi è capitato molto di rado di imbattermi in referenti empirici di tale tendenza, sia online, sia a concerti. Oggigiorno la cassetta non è più il mezzo più economico per copiare e diffondere la propria musica, quindi non posso esimermi dal guardare alla band pseudo-hardcore-anarco-something di Brooklyn che allestisce banchetti ai concerti smerciando singoli su cassetta come ad un ensemble quanto mai pretenzioso. In ogni caso, al di là dei giudizi da snob navigata che talvolta amo proferire, resta il fatto che la cassetta non è più necessaria.
La sua ritrovata natura facoltativa è, dal mio punto di vista, comunque meritevole di attenzioni. Se non come simpatico/ironico/nostalgico strumento promozionale, almeno come vincolante supporto per la costruzione di compilation.
Quando, non molto tempo fa, ho ritentato la costruzione di un nastrone su supporto magnetico, mi sono ritrovata intenta a compiere una serie di azioni che erano rimaste inscritte nel mio corpo, ma alle quali non avevo più pensato da diversi anni.
La preliminare selezione di svariate decine di dischi su cd e su vinile, poi impilati secondo criteri sonori, ma anche meramente emozionali. (E la constatazione che diversi pezzi che avevo in mente di inserire non avevano mai raggiunto gli scaffali della mia stanza, ma esistevano solo in formato digitale all’interno di macchine con un hard disk). La velocità mai quantificata, ma appresa con la pratica, associata ai tasti “REW” e “FF” del mio vecchio stereo. Un ascolto profondo, reiterato e maniacale degli ultimi e dei primi secondi di canzoni già conosciute a memoria, per essere certa che la combinazione di due pezzi suonasse bene. La ricerca di una raffinatezza filologica rivolta a nessuno in particolare. La tessitura di dialoghi tra i pezzi selezionati. E infine, come sosteneva il personaggio di Rob Gordon in Alta Fedeltà, un fatto mai prescindibile:

“You’re using someone else’s poetry to express how you feel. This is a delicate thing.”

Certo, mi direte, cosa cambia dal fare una compilation su cd o una playlist esclusivamente digitale? Gli elementi in comune sono moltissimi, è vero. Ma il nastrone su cassetta implica una sequenza di gesti, un necessario lavoro manuale sull’oggetto che, dal mio punto di vista, è legato ad un ascolto diverso, più attento a durate, volumi e alla materialità della musica. Non sto dicendo che sia un ascolto più autentico, solo che di tanto in tanto può essere bello dedicarsi a tale pratica anacronistica, magari per riscoprire vecchi dischi che non venivano ascoltati da anni e che giacevano impolverati in un angolo, o solo per poter sperimentare il mal di schiena da “ti faccio una cassetta”, che è bestia rara.

Illustrazione di Michele Bruttomesso.


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  1. Caterina Bonetti

    9 giugno

    Quanti ricordi mi hai risvegliato! Quante cassette registrate! Io, prima ancora di giungere in possesso di uno stereo con doppia entrata, registravo con il mangianastri tenendolo in braccio davanti allo stereo. Ovviamente le cassette in questione erano dotate di “contenuti extra” come: “motorino che passa sotto casa”-“madre che chiama perché è pronta la cena”-“telefono che suona”. Però hai ragione: qualità a parte sono pezzi di umanità che mi mancano. Anche scrivere a mano i titoli delle canzoni nel retro del porta cassetta era un rituale…

  2. hallymay

    31 luglio

    dio, sempre odiato le musicassette. La qualità del suono orrenda, il nastro che esce, riavvolgi la canzone ad eaternum (sono una di quelle che si devasta sempre con la stessa canzone quando è in voga)… Odio, odio totale, la luce l’ho vista solo con il masterizzatore CD. Non vi dico con l’mp3 (che è poco romantico, ma vuoi mettere metterti in macchina ore e ore di musica scelta da te piuttosto che stare appresso alle ciarle del dj della radio?)
    Torna la nostalgia musicassette? Se riscopriamo di amare questo supporto orrendo, bè, urge la lettura di donne che amano troppo

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