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This is not a drive by – Un anno in Québec

This is not a drive by – Un anno in Québec

Se qualcuno mi chiedesse qual è la cosa che mi è piaciuta di più del Canada, credo che sarebbe difficile scegliere. Ma se fosse una questione di vita o di morte dare una risposta precisa, credo che direi i fuochi all’aperto. Il primo fuoco a cui sono andata è stato anche la mia prima festa con i primi amici che ho avuto, quelli che in gran parte mi hanno sorriso all’inizio e mi hanno scritto messaggi di cortesia sull’album di fine anno. Durante l’inverno, mi è mancato tirare la sedia più vicino al fuoco per riscaldarmi dall’umidità fredda della sera. L’ultimo fuoco a cui ho partecipato è stato l’afterparty dopo il ballo di fine anno, con gli amici che non mi hanno ancora scritto un messaggio sull’album di fine anno perché devono pensarci e scriverselo su word e stamparlo e poi scriverlo in bella copia sulle due pagine che ci siamo riservati l’un l’altro.
Un anno all’estero sembra moltissimo quando si parte e pochissimo quando si ritorna. All’inizio trovavo quasi barbare delle cose (il burro di arachidi, il gelato quasi liquido, il non chiudere a chiave le porte, i fogli di note permessi durante le verifiche, religione – obbligatoria e chiamata etica -, mondo contemporaneo, la poutine, le relazioni familiari disastrate) che ora mi sembrano fondamentali, parte integrante della cultura di questo posto, della sua storia. Cose che non potrei togliere dalla mia definizione di cos’è il Canada, di cos’è Alma. Forse è insignificante parlare di burro d’arachidi per descrivere un anno passato in un paese a 6000 km dal tuo, ma in questo paese in cui non hai storia, né esperienze passate, sono le cose insignificanti come questa che definiscono un pò il tuo mondo.
Quando all’inizio sono arrivata, ero fierissima delle mie esperienze di due settimane all’estero: ero già una ragazza di mondo, senza pregiudizi! Se ci ripenso ora, l’unica cosa che mi viene in mente è “Oh God, why?!” I primi sei mesi sono stati una secchiata di acqua fredda, un calcio rotante di Chuck Norris e una carrellata di schiaffi tutti insieme. Non ho alcun problema a dire che quando sono arrivata ero una depressa insopportabile piena di preconcetti. Forse lo sono ancora, ma almeno me ne rendo abbastanza conto. Il vero significato di anno all’estero non è che impari una lingua (s’impara anche a scuola, in un corso intensivo, in un mese all’estero) ma che incontri così tante persone di tutti i paesi che capisci dove sono i tuoi limiti. Non è una cosa tragica o particolarmente shockante, sempre che non si parta con l’idea di essere Dio (vedi la sottoscritta). Capisci anche che tutte le paure che hai (essere un rifuto sociale, per esempio) sono delle paure che quasi ogni adolescente in ogni parte del mondo ha. In questo senso, vedere la ragazza più popolare della scuola girare smarrita nella caffetteria perchè non vede nessuna delle sue amiche con lei è solita mangiare, ti fa pensare che ti dispiace che sia là a tendere il collo inutilmente. Se per esempio non avessi fatto quest’esperienza, son sicura che avrei pensato “tié, ti sta bene!”. In questo senso, amo molto le conseguenze dello shock di trovarsi senza amici e famiglia: aiuta molto a comprendere che viviamo in una società di esseri umani, non di strafighe/i.

Un’ultima cosa. Continuo a pensare che la scuola italiana sia, dal punto di vista educativo, molto più efficace di quella canadese: come programma scolastico credo di essere avanti di due anni minimo in tutte le materie (non menzioniamo il livello di inglese di un adolescente québécois medio, assai ridicolo considerato che in Canada la lingua ufficiale è, per tre quarti della popolazione, appunto l’inglese). Tuttavia, la scuola québécois è in grado di formare degli esseri umani apprezzabili. Non volendo approfondire come gli insegnanti si preoccupino per il benessere degli alunni, trattandoli come persone, né occupandomi di come si approfondiscano i talenti degli studenti (in particolare in ambito artistico o musicale), ho molto amato come i fenomeni come bullismo, il parlare alle spalle, il dichiarare qualcuno sfigato/a siano veramente rigettati dai ragazzi stessi. Un buon terzo della mia scuola è omosessuale o bisessuale e la cosa non fa né caldo né freddo a nessuno. La maggioranza delle ragazze si veste in minigonna e tacchi, e nessuno urla “slut!” nei corridoi o, peggio, dietro le spalle. Possono avere degli stili diversissimi,  ma nulla impedisce al metallara e alla patita di moda di essere migliori amiche e non per questo devono intimidire la compagna di classe lesbica. Anzi, è molto più probabile che la ammirino perchè è la giocatrice migliore della squadra di calcio e che si ritrovino tutte insieme davanti un fuoco la sera. Credo sia questo che voglio ricordare, quando ripenserò al Canada.


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  1. verdeanita

    17 luglio

    non ho niente da aggiungere ma questo post mi è piaciuto davvero tanto.

  2. Dalloshh

    19 luglio

    oddio, deve essere stata una esperienza grandiosa.

  3. Caterina Bonetti

    23 luglio

    Bellissimo post e penso bellissima esperienza. Si sente l’emozione del racconto!

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