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The lie (Chad Kultgen)

Achtung! Achtung! Questo pezzo contiene numerosi spoiler, se proseguite nella lettura lo fate assumendovene la completa responsabilità! 

Chad Kultgen, autore ahinoi ancora scarsamente noto in Italia (un’edizione di The average american male era stata realizzata da Newton and Compton con il titolo di “Fucking love” – che originalità! – ma è da tempo esaurita; noi ne avevamo già discusso su queste pagine) si conferma con The lie un artista della narrazione e dell’intrattenimento su carta. È raro trovare di questi tempi un libro che possa competere con film e telefilm, un testo in grado di accattivarsi le simpatie del pubblico e l’attenzione dei lettori in modo così stupefacente. Kultgen propone un affresco impietoso della vita di un college americano dove ogni decisione, da quella più banale (come andare o meno ad una festa) a quella più dura (come decidere di abortire), viene presa unicamente in base all’opportunità e al beneficio sociale che da essa si può trarre. Seguiamo i tre protagonisti nella loro vita di tutti i giorni: l’arrivo al college, la scelta di appartenere o meno ad una confraternita, le feste, i corsi, le relazioni. Il romanzo è incentrato proprio sulla relazione amorosa e sulla sua sostanziale falsità. Non ci sono sconti, nessuno è immune dalla logica ferrea del do ut des e del prevalere dell’utile sul sentimento. Chi si ostina a seguire le ragioni del cuore si trova a soffrire la condizione del reietto e dall’amore non nasce amore, ma unicamente astio, prevaricazione, affermazione di un io plasmato sui modelli sociali imposti dal costume della middle class. Da una parte una moltitudine di piccolo borghesi che impiegano tutte le loro energie per elevarsi socialmente, per giungere ad un matrimonio fruttuoso o essere impiegati nella ditta più importante dello stato, dall’altra chi è, per nascita, all’apice di questa inquietante “catena alimentare” e sente di dover sfuggire al controllo di un destino segnato dalla culla e che non prevede sgarri. Il denaro, il prestigio, l’effimera lucentezza delle pietre preziose e dell’argenteria di ristoranti di lusso dominano una scena popolata da macchiette sulle quali svettano i protagonisti, in fondo casuali, di questa vicenda. Vite che si intrecciano in nome di una bugia e vengono inghiottite dall’incomunicabilità e dalle incomprensioni. Lo stile è rapido e incisivo, la forma originale richiama davvero quella di un telefilm, con scansioni di capitolo segnate dallo scorrere delle stagioni (“season I”, “II”, “III”… “bonus track”) e brevi interventi dei protagonisti pronti a fornire un assaggio al lettore di quanto avverrà nel capitolo seguente (“Next time on The lie“). Non si tratta di un capolavoro forse, ma rende appieno l’atmosfera del nostro tempo, le morbosità quotidiane, le miserie umane travestite da buon costume e da realizzazione personale. Se dovessi azzardare (e lo farò) paragonerei questo libro a Madame Bovary. La sensazione che il lettore ottocentesco doveva avere leggendo il romanzo di Flaubert (non a caso messo sotto inchiesta per oltraggio alla morale) doveva essere simile alla nostra leggendo Kultgen e vi sono molte analogie fra la protagonista del grande classico e la giovane eroina americana di The lie. La grandezza di approfondimento psicologico di Flaubert non può essere certo eguagliata, e in diversi passaggi Kultgen ci propone poco più che uno stereotipo della gioventù corrotta contemporanea, ma anche in questo sta la sua bruciante attualità. L’oggi non è terreno per novelle Madame Bovary; l’oggi è dominio dell’effimero, dell’apparire, de “il fine giustifica i mezzi”. Un’altra citazione classica. Non è un caso credo. Forse Kultgen piace perché mette a nudo la miseria e la grandezza umana, vera linfa vitale per gli scrittori di ogni epoca. In Italia, proprio per questo e inutile a dirsi, una traduzione tarderà ad arrivare.

Nella headline: un ritratto di Kultgen.


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  1. Marta Conte

    20 Marzo

    Wow sembra molto interessante *O*

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