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Siamo tutti innocenti sacrificali, parola di Steph...

Siamo tutti innocenti sacrificali, parola di Stephen King

Se c’è qualcuno che se ne intende di mostri, questo è Stephen King. C’è bisogno di presentazioni per qualcuno che da più di vent’anni è universalmente conosciuto come “il re dell’horror”? Non credo, eppure ci proverò ugualmente, perché i mostri di cui ho intenzione di parlarvi oggi non sono quelli scontati ricoperti di squame e corna e traboccanti sovrannaturale, ma i freaks, i misfits protagonisti indiscussi dei suoi romanzi, innalzati da lui per la prima volta al ruolo di eroi.

Quando Stephen King pubblicò il suo primo testo narrativo aveva quattordici anni e non era molto più maturo quando arrivò in libreria con un romanzo, seppur breve. Carrie, che uscì nel 1974 quando il suo autore aveva 27 anni e pochi dollari in tasca, e che oggi si prepara a tornare al cinema, aveva già in sé la maggior parte delle caratteristiche e dei nervi che apparterranno alla longeva produzione di King, primo fra tutti il protagonista come outcast, sacrificabile e spesso (come qui) sacrificato.

Ma andiamo per gradi. A mio modestissimo parere (meno modesto di quanto non abbia il coraggio di dichiarare), la vera forza dei romanzi di Stephen King non è l’ottima costruzione di trama, l’innesco chirurgico di paure personali e sociali, l’incredibile capacità di non far fallire i climax, qualsiasi sia la loro intensità, ma la veridicità dei personaggi che racconta, la loro costruzione psicologica così attenta da risultare quasi maniacale.

Quello che permette a Stephen King di scrivere in questo modo è un’esperienza di vita pressoché sconfinata: quanto scrive è realistico perché quanto scrive è reale, provato in prima persona e quindi veramente esperito, sofferto, ragionato. Dall’alcolismo (Shining), alla paralisi (Duma Key), dall’insegnamento (22/11/63), alla scrittura (La metà oscura) ai lavori più diversi, come quello in lavanderia (Uscita per l’inferno), si tratta di esperienze vere. Quello che tenta (e in cui riesce) il re dell’horror è trovare il realismo all’interno di un genere fondato sulla sua negazione, sul suo contrario, ed è quello che conquista il lettore e lo tiene incollato alla pagina prima e allo scrittore poi.

Ora, se è pur vero che i personaggi dei (numerosissimi) racconti di Stephen King sono capaci di coprire un ventaglio di varietà quasi infinito (a livello di sesso, estrazione sociale, situazione economica e familiare, e quant’altro), è altrettanto vero che è quasi impossibile ignorare l’anello che li unisce e che parzialmente li sovrappone. Il leitmotiv, per così dire.

Quasi tutti (se non tutti) i protagonisti delle sue storie, a partire da Carrie, come dicevo, sono degli emarginati, dei deboli, dei disadattati. I motivi che li portano a questa condizione sono vari e l’emarginazione può avere gradi diversi, ma nessuno, nessuno, rientra perfettamente nella società che lo circonda. Anche chi ad inizio di narrazione potrebbe sembrare più inserito nell’ambiente, più, per così dire, normale, si ritrova a vivere un’esperienza capace di scaraventarlo in questa situazione (vedi Mucchio d’ossa, o 22/11/63).

Giusto qualche esempio, a titolo esemplificativo. In un romanzo corale come It i bambini protagonisti sono sette: un balbuziente, un nero, un asmatico, un “ciccione”, un boyscout, un pel di carota e, non ultima, una bambina (King non ha mai ignorato le difficoltà sociali che le ragazze, le bambine o le donne devono affrontare per il semplice fatto di appartenere al genere femminile, e non l’ha dimenticato neanche di recente). Carrie, protagonista del suo primo romanzo, è così outcast da risultare quasi una caricatura: femmina, povera, non curata esteticamente, senza amici e con una madre oppressiva. La serie della Torre Nera sembrerebbe fare eccezione nella figura di Roland, ma se si presta attenzione alle persone con cui si circonda risulterà evidente che non è così: un drogato, una donna nera e per giunta in sedia a rotelle e un bambino. E lo stesso Roland, ultimo della sua stirpe e della sua classe, strappato al suo mondo che pure lo aveva preparato alla vita che lo attendeva, vedovo dell’amore, incapace, fino all’arrivo di Jack, di creare un legame qualsiasi con chiunque altro, è realmente un vincente? Non credo.

Potrei andare avanti, ma credo che quanto detto fin’ora basti a dimostrare che Stephen King parla di (e ai) deboli, in un periodo (i primi anni ’70) ancora estremamente pervaso da ideologie positivistiche, lontano (lontanissimo) dalle realizzazioni di oggi che rincorrono i misfits come i gatti fanno con i gomitoli di lana.

E fra i deboli, lo scrittore di Bangor preferisce i bambini. In quanto innocenti, si è detto, e dunque in opposizione alle forze antagonistiche, soprannaturali e più letteralmente “mostruose”. Ma io non credo che si tratti di questo. I bambini nei suoi libri non sono innocenti: uccidono, mentono, fanno sesso nelle fogne della città quando sono ancora troppo piccoli perfino per fumare una sigaretta. I bambini sono protagonisti non come innocenti ma come misfits, impossibilitati se non incapaci di far parte della società e dei suoi meccanismi. Al massimo i bambini (così come tutti gli altri deboli dei suoi libri) sono innocenti in quanto emarginati, come figure di confine che finiscono, spesso, per diventare capri espiatori e sacrificali.

Stephen King, d’altronde, si intende di misfits perché lo è stato lui per primo, proprio durante l’infanzia. Come racconta in On Writing, l’autobiografia pubblicata in Italia nel 2001 e scritta successivamente all’incidente che non gli costò la vita soltanto per un soffio, l’allora ancora Stevie per tutti era un bambino con numerosi problemi di salute, un paio di occhiali “a fondo di bottiglia” e già numerose disavventure familiari e non sulle spalle:

Ho vissuto un’infanzia anomale, convulsa, cresciuto da una madre single che durante i miei primi anni condusse un’esistenza nomade e che (ma di questo non sono del tutto sicuro) affidò per un po’ me e mio fratello a una zia perché era, in quel periodo, economicamente o emotivamente incapace di accudirci. Forse stava solo inseguendo mio padre, che accumulò una montagna di conti in sospeso e prese il largo quando io avevo due anni e mio fratello David quattro. Se così fu, le sue ricerche non ebbero successo. Mia madre, Nellie Ruth Pillsbury King, fu una delle prime donne statunitensi liberate, ma non per sua scelta.

Sempre all’interno del discorso del difetto, dell’imperfezione come collante, mi sembra  particolarmente interessante che uno scrittore spesso definito “cinematografico” sia anche uno dei pochi che non ha paura di sfigurare o mutilare i suoi personaggi. Che difficilmente si compiace degli aspetti estetici ma che anzi si ritrova più nei dettagli negativi, nelle imperfezioni appunto, che siano naturali o derivate da qualche trauma. Le cicatrici, soprattutto quelle invadenti, che deturpano la normalità estetica dei personaggi, rispecchiando esternamente lo scollamento interno fra l’aspettativa e la realtà, ricoprono un ruolo fondamentale nelle vicende così come le cicatrici emotive, i traumi e le paure, su cui l’autore torna con un ritmo sincopato e ripetitivo, quasi asfissiante, tribale e per questo liberatorio.

Il lettore non può che immedesimarsi in personaggi descritti con una tale precisione, ritrovarsi nelle loro paure, nei loro ritmi, nelle idiosincrasie. L’immedesimazione è ricercata e sapiente e costringe a fare i conti con la parte di noi che trova in quelle realtà uno specchio, dandole voce e portandoci, consciamente oppure no, ad una catarsi.

Riconoscendo che siamo tutti innocenti sacrificali, ci liberiamo della tensione alla perfezione e riusciamo ad accettarci appieno.


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  1. Valeria Righele

    5 Ottobre

    Ammetto di aver sempre sottovalutato King, pur avendo letto almeno un paio di suoi libri (entrambi regalati). Il tuo articolo però mi ha incuriosita parecchio, Silvia. Vedrò di rimediare non appena recupero del tempo per leggere con calma, ho voglia di ricredermi. Mi dici almeno un titolo imperdibile?
    Peraltro, avevo solo una vaga idea dell’aspetto fisico di SK: l’immagine della headline mi ha sconvolta! Che duro.

  2. Silvia

    5 Ottobre

    Io direi (in ordine di gradimento mio, ma dai un occhio al numero di pagine, alcuni titoli possono risultare scoraggianti): IT, Pet semetary, Carrie. Ma più di tutti On writing, per capire un po’ la sua testa

  3. Bonnie

    5 Ottobre

    A me è piaciuto molto Notte buia, niente stelle, quattro racconti con protagoniste femminili fra l’altro. Ho enormemente apprezzato sopratutto la sua conclusione, dove spiega a chi/cosa si è inspirato per scrivere le varie storie! Alla fine si hanno i brividi!

  4. Ilaria

    6 Ottobre

    Se devo dire un solo imperdibile di King io dico senza ombra di dubbio “It”. Non bisogna farsi scoraggiare dal numero di pagine perchè… be’, prova a leggerlo e lo capisci da te 🙂

  5. Paolo1984

    7 Ottobre

    da fan di Stephen King non posso che fare i miei complimenti all’autrice dell’articolo

  6. Chiara

    9 Ottobre

    Ogni volta che, consigliando a qualcuno “It”, “Il corpo” o una piccola cosa come “La bambina che amava Tom Gordon,” mi trovo a cercare di spiegare cosa rende potente e impareggiabile la scrittura di King – proprio il suo legame con le parti mutile eppure feconde di noi stessi: l’essere deboli, inadatti, diversi, specie se bambini – divento contorta e complicata. Tu invece sei riuscita a dire tutto pur restando limpida. Complimenti, e.. grazie!

  7. […] La trilogia degli Hunger Games, che l’Italia non ha avuto il coraggio di tradurre letteralmente in Giochi della fame, è forse la serie per ragazzi che ha fatto più parlare di sé negli ultimi anni dopo Harry Potter. Questo perché, come Harry Potter, è qualcosa di più di un libro, e una storia, “per ragazzi”, e non è un caso che entrambe le serie abbiano ricevuto, e sfoggiato, le lodi di quello scrittore che in quarta di copertina viene definito un “genio della letteratura”, ovvero Stephen King. […]

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