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Sbattersi per le cose in cui si crede, sbattersene...

Sbattersi per le cose in cui si crede, sbattersene delle critiche: Y. O.

Y. O. nasce a Tokyo nel 1933. Trascorre i primi anni di vita fra il Giappone e gli Stati Uniti, seguendo il padre, banchiere, nei suoi trasferimenti. Le origini facoltose le permettono di frequentare una delle più prestigiose scuole tokyoite, la Gakushuin, ma i suoi studi vengono interrotti dallo scoppiare del secondo conflitto mondiale, durante il quale la famiglia si ritrova a dover barattare i propri averi in cambio di cibo; è proprio questo il periodo in cui la sua forte personalità, che lei stessa definisce aggressiva e ribelle, comincia a palesarsi.

Finita la guerra, riprende i suoi studi, diplomandosi e ottenendo un posto presso la facoltà di filosofia: è una delle prime donne ad esservi ammesse. Si trasferisce poi a New York, dove si iscrive al Sarah Lawrence College. Non porta a termine gli studi, scegliendo invece di dedicarsi alla carriera artistica a tempo pieno. Conosce e frequenta molti degli artisti appartenenti al collettivo Fluxus, rappresentanti di spicco dell’arte concettuale e della scena artistica newyorkese di quel periodo. Nonostante le sia proposto, rifiuta di entrare a far parte di Fluxus, preferendo invece collaboravi saltuariamente, rimanendo slegata e mantenendo così una prospettiva indipendente.
Espone le sue opere nelle gallerie d’arte di New York, Londra e del nativo Giappone: la sua è arte concettuale sotto forma di film, installazioni e soprattutto performance ed eventi che richiedono la collaborazione o l’intervento diretto del pubblico. I suoi lavori sono spesso effimeri, poetici o vagamente irriverenti: si veda per esempio Lighting Piece, del 1955:

Accendi un fiammifero e guardalo fino a quando si spegne

o Glass Keys to Open the Skies (Chiavi di Vetro per Schiudere i Cieli), del 1967

Glass keys to open the skies

o ancora, Plane Piece, del 1964:

Affitta un aereo.
Invita tutti.
Chiedi loro di scrivere un testamento in tuo favore prima di imbarcarsi.

Molti di questi pezzi sono raccolti in Grapefruit, un libro di istruzioni che sono per lo più impossibili da realizzare in modo concreto.

Il suo lavoro forse più famoso e notevole è però Cut Piece. Sempre da Grapefruit:

Taglia.

Questo pezzo è stato eseguito a Kyoto, Tokyo, New York e Londra. Di solito viene eseguito da Y.O. che sale sul palcoscenico, vi si siede e mette un paio di forbici di fronte a lei, chiedendo ai membri del pubblico di salire sul palco uno ad uno e di tagliare un pezzo dei suoi vestiti (qualsiasi parte preferiscano) e tenerlo con sé. Il performer, però, non deve necessariamente essere una donna.

Vi invito a guardare il video. Personalmente, non sono mai riuscita a vederlo senza interruzioni. Stare a guardare qualcuno a cui vengono tagliati i panni di dosso, anche se la persona in questione è totalmente consenziente, mi mette profondamente a disagio. Si potrebbe scrivere un trattato su quanto Cut Piece sia ancora rilevante, rispecchiando dinamiche che sono tragicamente contemporanee e familiari nonostante siano passati quasi cinquant’anni dalla prima volta in cui è stato eseguito, ma forse è meglio riservare queste considerazioni ad un’altra occasione.

A questo punto credo sia chiaro che Y.O. è Yoko Ono, nota ai più come la moglie (e la vedova) di John Lennon. Da sempre l’opinione pubblica, capitanata da Sir Paul McCartney, l’ha criticata, detestata, accusata di aver rovinato famiglie, causato litigi, provocato la fine dei Beatles e plagiato il marito, sfruttandone la fama per guadagno personale… dipingendola, in sintesi, come una persona orrenda. Un quadretto delizioso e, ne converrete, di un’originalità sconcertante, il solito repertorio di accuse rivolte ad una donna che si permette di essere qualcosa di più che “la moglie di”. Ovviamente, non ho mai avuto il piacere di conoscerla di persona, quindi non sarei in grado di dire se sia o meno una stronza, però ci terrei a dire che, nonostante le accuse di essere un’arrivista, la fama e la carriera del marito hanno totalmente eclissato le sue: non mi sembra un piano geniale, specialmente considerando che una che “militava” nel movimento Fluxus con gente del calibro di John Cage probabilmente non aveva un bisogno disperato di usurpare la fama altrui. E, visto che siamo in tema, non si può negare il legame che progetti come Bed Peace o i cartelloni pubblicitari War is Over (if you want it), realizzati insieme a Lennon, hanno con alcune delle sue precedenti performance.

A lei dunque va il mio plauso, perché è un’artista le cui opere sono di un’importanza e di una lungimiranza notevoli; perché il suo lavoro è stato giudicato troppo spesso sulla base di chi è lei; perché è stato fatto di tutto per sminuire sia la sua persona che la sua opera; perché ha continuato la sua carriera di artista e attivista; perché è determinata ad impegnarsi e a portare avanti le cause in cui crede, infischiandosene bellamente di tutte le cose orribili che sono state scritte e dette su di lei negli ultimi cinquant’anni.

Per ulteriori info:
Yoko Ono, Grapefruit e Have You Seen The Horizon Lately?
Yoko Ono To The Light, London Serpentine Gallery
David Leaf, John Scheinfeld, The US vs John Lennon
Inoltre, è interessante notare le discrepanze fra le versioni italiana ed inglese della pagina dedicata a Yoko Ono su Wikipedia.


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