Crea sito
READING

Rape Me Again – è solo una maglietta?

Rape Me Again – è solo una maglietta?

Qualche giorno fa, durante una delle mie peregrinazioni internautiche, mi sono imbattuta in una foto che ritraeva un ragazzo in discoteca. Il ragazzo in questione indossava una maglietta che non ho potuto fare a meno di notare.
Questa maglietta:

Trovo difficoltà a rendere in forma sintetica tutti i problemi che vedo in questo oggetto, per cui mi limiterò a dire che credo rappresenti molto bene l’ignoranza che persiste in Italia riguardo a temi quali il sesso consensuale, la violenza sessuale e quella simbolica. Il fatto che una maglietta del genere sia stata commercializzata, spinge a chiamare in causa non soltanto i produttori, ma anche il contesto in cui essa ha preso forma.
La domanda chiave, dal mio punto di vista, è infatti: che cosa ci dice questa maglietta sull’ambiente in cui è stata creata, venduta e indossata?
Ho contattato i due ragazzi che hanno concepito e prodotto questa maglietta. Pio e Toffy sono i creatori del marchio Heroes_Art, che sul sito ufficiale viene descritto come segue:

Un brand trasversale che pone grande attenzione al significato delle cose che ci circondano e ne dà un interpretazione ironica, provocatoria, attraente, dinamica,interessante. […] È uno sfogo artistico, una sorta di denuncia al mondo contemporaneo, aria fresca ma anche leggero vento di quella Pop Art statunitense made in Warhol che sbatte l’America in faccia all’America.

Ho spiegato loro che ero rimasta colpita dalla maglietta in questione, e che una delle prime letture che ne avevo data era quella dell’incitamento allo stupro. Ho chiesto che mi spiegassero la loro “versione dei fatti”, per capire da dove poteva essere venuta l’idea per questo capo. Toffy mi ha prontamente risposto con questo messaggio (del quale taglio solo i convenevoli):

Dietro ad ognuna delle nostre grafiche,c’è un motivo,un senso,un significato che andrebbe sempre analizzato.
Nello specifico della t-shirt “Rape Me Again”, innanzitutto fa piacere che una t-shirt possa diventare argomento di discussione,prima che prodotto di vendita. E credo che sia proprio questo il bersaglio centrato da parte nostra nei confronti di stampa media e pubblico di massa. Per noi la t-shirt è un supporto,un mezzo,e non certo un fine,come magari è per tanti altri marchi. Un mezzo su cui poter sfogare creatività, senso critico,la realtà di tutti i giorni,la realtà che ci circonda. Lei non ci accusa, è vero, ma condanna la t-shirt a manifesto di un reato grave qual’è la violenza sessuale. Noi per cavarcela le potremmo dire che in fin dei conti “Rape Me” è solamente una canzone dei Nirvana,”rape me again” il suo ritornello,ed essendo noi da sempre molto legati al mondo della musica,ci sembrava figo mettere quelle 3 parole su una t-shirt. Potremmo rispondere così,che nasce da una canzone quindi,ma non è per la canzone. Il fine di una t-shirt come questa è proprio la mail a cui sto rispondendo adesso. Far parlare le persone. Fra di loro.E su cose serie. il 90% di tutto quello che la gente si dice (intendo sempre le generazioni più giovani,che però rappresentano il futuro) sono cazzate superficiali, robe da vestire, auto, donne, droghe, feste, sesso, film, telefilm etc etc. I giovani non sanno più dialogare su tematiche serie. La tv non da certo una mano, ha strumentalizzato tutto,persino la morte.Nel mondo del lavoro,come nello studio, la Meritocrazia è morta,la democrazia fa da specchietto per le allodole,è una dolce dittatura imposta attraverso un capitalismo in giacca e cravatta che succhia sempre più sangue,e sempre ai soliti corpi.Ci sono sprechi in ogni ambito,privilegi,caste,le banche come chiese e il denaro come nuova religione,la privacy che non esiste più e zero idee per innovare spendendo meno,è una continua lotta fra lupi a discapito di una massa di pecore inermi.Sembra l’inferno dantesco. In un contesto quale quello odierno,siamo costantemente stuprati da una società che non considera la generazione di cui facciamo parte e che domina da anni sulla base di stantii rapporti istituzionali che non tengono conto di quanto il mondo sia cambiato. veniamo continuamente stuprati,dunque,intellettualmente,e non fisicamente. E in questo contesto, noi di Heroes_Art vogliamo imporci come “predicatori” in un deserto di idee. “Rape me again” non vuole offendere, ne tantomeno incitare alla violenza sessuale, vuole essere un messaggio provocatorio e consenziente da parte di chi lo indossa al fine di sottolineare come oggi per i giovani avere forti stimoli sia fondamentale per avanzare in tutto,rappresenta per noi l’apice della provocazione in una società dove tutto obbligatoriamente sembra dover essere urlato per essere ascoltato.

Come mi aspettavo, in questo messaggio non vi è una palese traccia di arrampicamento sugli specchi. E’ perfettamente plausibile che i ragazzi di Heroes_Art usino un messaggio che, in un contesto in cui ci sia per lo meno un’adeguata informazione sulla violenza sulle donne, non potrà che essere letto come un incitamento allo stupro o una sua grave banalizzazione, ma che nel loro contesto di riferimento si presta ad altre letture. Ancora una volta: che cosa ci dice questo messaggio sull’immaginario che permea il contesto in cui esso ha preso forma?


Per capirlo un po’ meglio, ho mandato tre domande/osservazioni, alle quali ha risposto Pio:

SR: Mi potreste parlare della reazione dei vostri clienti alla maglietta “Rape Me Again”? Su questo fronte si è differenziata in qualche modo dalle altre magliette delle vostre collezioni?
H_A: La reazione dei nostri clienti è stata contrastante. Chi l’ha criticata alla tua maniera, con toni anche meno educati e chi invece l’ha elevata a vero e proprio ‘cult’ in quanto, probabilmente, non si è fermato al mero senso delle parole e dell’immagine, ma andando oltre, ha capito che quelle gambe di donna che si abbassano le mutande rappresentano metaforicamente la situazione nella società di milioni se non miliardi di persone (donna=tendenzialmente figura sfruttata dalla società=tutti coloro che non riescono a decidere per il loro futuro, e le mutande che si abbassano=chinarsi al volere di persone superiori, nella metafora ‘l’uomo’ per intenderci, che lo fanno senza avere comunque il potere di farlo) uno stupro per l’appunto. ‘Violentami Ancora’, suona come un guardare in faccia la realtà ed affrontare a muso duro e con consapevolezza quello che la società ti sta dando da mangiare. E’ dire, “sono sveglio, non posso oppormi a quello che stai facendo, ma sono CONSAPEVOLE che lo stai facendo”.

SR: Mi avete scritto: “il 90% di tutto quello che la gente si dice (intendo sempre le generazioni più giovani,che però rappresentano il futuro) sono cazzate superficiali, robe da vestire, auto, donne, droghe, feste, sesso, film, telefilm etc etc. I giovani non sanno più dialogare su tematiche serie.”
Inoltre, avete parlato di stupro non intendendo strettamente la violenza sessuale, ma usandolo come metafora delle tante difficoltà incontrate dalle nostra generazione in ambito economico, occupazionale e via dicendo: “In un contesto quale quello odierno,siamo costantemente stuprati da una società che non considera la generazione di cui facciamo parte e che domina da anni sulla base di stantii rapporti istituzionali che non tengono conto di quanto il mondo sia cambiato. veniamo continuamente stuprati,dunque,intellettualmente,e non fisicamente.”
Mi viene allora spontanea un’osservazione. Se “i giovani” sono tendenzialmente incapaci di articolare una riflessione su argomenti che non siamo “cazzate superficiali”, com’è possibile che, nel vedere una maglietta come il modello “Rape Me Again”, qualcosa si metta in moto nel loro cervello? Com’è possibile che, nel vedere l’immagine che accompagna la frase, siano portati a pensare a qualcosa di diverso dall’immediato riferimento al sesso privo di consenso, o ad un più generico nulla?
H_A: Il mettere sul mercato una provocazione simile, nonostante la sterilità di pensiero conclamata delle nostre generazioni vuole suonare appunto da ‘sveglia’, che suona, nei modi più disparati. Chi adora e se ne affeziona, e chi critica. A chi critica, siamo ben felici di spiegare, perchè dietro c’è un motivo. Non abbiamo paura di proporre una cosa del genere pensando che non venga capita, perchè siamo coscienti della provocazione e dei contenuti che ci sono dietro. Se il mondo odierno viaggia su sterilità di contenuti, continuando a proporre contenuti sterili non si aiuta a migliorare per niente. Heroes_Art prima di un marchio d’abbigliamento e prima di produrre T Shirt è un qualcosa che vuole far riflettere, e se per far riflettere è necessario creare critica ben venga. In un rapporto tra persone è la discussione che crea le basi di miglioramento, non di certo il continuo annuire ed accomodare le ragioni di una società che secondo noi ci sta ‘depersonalizzando’. Crediamo sia meglio cosi, rispetto che proporre le solite cazzate ‘politically correct’ per intenderci, che potrebbero vendere pure meglio, perchè più omologate al contesto che viviamo. Almeno, quei ‘pochi’ che la capiscono la indossano con orgoglio, e non come una qualunque T Shirt con la scritta ‘mojito’ o ‘limonare’ per intenderci.

SR: Come dicevo nella mail precedente, resta il fatto che la violenza sulle donne costituisce un fenomeno onnipervasivo in Italia e non solo (es. http://www.istat.it/it/archivio/34552). E’ vero che gli uomini non vengono “continuamente stuprati” nel nostro Paese, ma non mi pare che si possa dire lo stesso per le donne. Quando ho visto per la prima la vostra maglietta, stavo guardando le foto di una serata in una discoteca del vicentino. La maglietta era indossata da un ragazzo. Il mio primo pensiero è stato il seguente: “Come deve sentirsi una ragazza la cui storia personale sia stata in qualche modo segnata dalla violenza sessuale, vedendo una maglietta simile, quando meno se l’aspetta, in un luogo in cui si era recata per divertirsi?”. Certo, questa è stata la mia personalissima reazione, ma parlandone con alcuni uomini e donne di mia conoscenza, ho avuto riscontri molto simili.
Capisco che uno dei vostri intenti sia quello di provocare, ma ci sono questioni la cui gravità è tale da richiedere una riflessione molto più articolata, soprattutto se viene da due uomini che a conti fatti stanno capitalizzando su un messaggio quanto meno problematico, e che forse non sarebbe il caso di mettere su una maglietta.
H_A: Il fatto che tu l’abbia notata addosso ad un ragazzo, quindi sesso maschile, spiega già che il senso della T Shirt si stacca dal contesto ‘donne’ e ‘stupro fisico’. Per quanto riguarda il pensiero che può fare una persona che vede il nostro prodotto avendo vissuto situazioni tristi a riguardo dico che, dove sta il problema? Come si affrontano i problemi? Tacendoli? Lo stupro è un grave problema e spesso si lamenta non sia abbastanza considerato. Ecco, noi ci abbiamo fatto una T Shirt. Ne stiamo parlando, ne stiamo discutendo. Questo fa solo bene.

Questo è quanto ho raccolto. Mi sembra che sia un buon punto di partenza, tra i tanti, per provare a ragionare sui contesti in cui la violenza sessuale e simbolica si fa legittima. Mi pare, inoltre, che questa sia l’ennesima prova della necessità di includere e rendere partecipi gli uomini nell’elaborazione di un discorso critico sulla violenza sessuale, poiché è evidente che continua a mancare la consapevolezza del peso che hanno certe parole e certi gesti.
Sono d’accordo con Toffy e Pio: quella non è solo una maglietta. Ma ciò che vediamo in essa sono due storie diverse, delle quali quella che colgo io è indubbiamente la più tragica.

Ora ditemi, voi cosa ne pensate?


RELATED POST

  1. marco

    21 novembre

    mi piace molto quel che hai scritto. Conoscevo la canzone di Cobain … trovo che non si possa riprendere quella canzone in quella chiave … mo’ ti scrivo su Fb

  2. D.G.

    21 novembre

    Se è sullo stupro metaforico e spirituale della società contemporanea che si vuole mettere il dito, forse un’immagine dell’archetipico ragionier Fantozzi (o dell’equivalente della nostra generazione) con le mutande calate e i denti serrati sarebbe stata molto più d’effetto, molto più provocatoria. Ma certo non venderebbe quanto due gambe di donna e della biancheria rossa. Va be’: con menate da scuola d’arte si può giustificare tutto.

  3. Michele B.

    21 novembre

    A me la trovata della “provocazione” suona come una giustificazione.
    Puoi permetterti di “provocare” solo se la tua comunicazione è ben strutturata, e soprattutto se il tuo messaggio non è veicolato in modo ambiguo. Anche perchè rischi di essere offensivo. Son capaci tutti a spararle grosse con la scusa della provocazione. (E poi tra parentesi, i vestiti son cazzate e tu fai vestiti? Forse manca un po’ di chiarezza generale di fondo).
    Detto questo, penso che HeroesArt siano ragazzi che si sbattono e tutto quanto, ma in questo caso l’hanno fatta fuori dal vaso.

  4. Giulio Righele

    21 novembre

    Una nota per dire: sono d’accordo con Soft Revolution. Questo è un problema. Anzi, per me, IL problema. Di tutte le diatribe, di tutte le questioni di genere. Che sia mancanza di onestà o di efficacia o di altro, manca un centro. Poi mi trattengo dal dire altro. Mi pare che Michele B. abbia dato una perfetta risposta. Margherita hai fatto bene a dipanare tutta la matassa.

  5. Nur

    21 novembre

    Secondo me utilizzare l’immagine di una donna stuprata e che ne vuole ancora (quell’ “again” dice davvero molto) si presta davvero molto difficilmente ad astrazioni, tant’è che la loro pubblicità indica esattamente quello: una ragazza denudata e sconvolta con il rossetto sbafato che tira per i pantaloni il suo stupratore che ha appena finito il suo servizietto.
    Se davvero il vero messaggio della t-shirt fosse stato quello che loro cercano di spiegare nell’intervista, la pubblicità avrebbe fatto allusione a quello indicando chiaramente che lo stupratore è da intendersi come “il capitalismo in giacca e cravatta” e gli stuprati come i giovani (non le ragazze).
    Giocare a fare i piccoli rivoluzionari vendendo ai discotecari magliette che incitano chiaramente allo stupro, per me non rende consapevoli i ragazzi della situazione di svantaggio in cui si trovano, e cosa più importante non li sprona a reagire ma anzi li incita a rimanere inermi (ancora quell’ “again”).

    Comunque la si voglia rigirare, questa maglietta è un fallimento totale, e si va ad aggiungere alla fila di quelle con scritto “hijo de puta” o “monella sexy”. Con la differenza che c’è un messaggio di violenza forte e chiaro.

  6. BbP

    21 novembre

    Le risposte di H_A mi sembrano un concentrato di tutti quegli stereotipi e luoghi comuni con cui gli pseudo-artistoidi senza arte né parte cercano di giustificare le loro azioni.
    Un messaggio provocatorio va veicolato e articolato sulla capacità di reagire in un determinato modo.
    Non credo che i ragazzi, ragazzini o chi altri possa comprare una maglia del genere siano rimasti colpiti dalla profonda riflessione che il messaggio “Rape me again” avrebbe dovuto suscitare, ma un esclamazione del tipo: “che figata, questa la metto alla serata XXX”.
    Il loro intento “educativo” e gli eventuali spunti di riflessione non possono crearsi nel loro compratore tipo.
    Lo ammetto, se trovassi in giro qualcuno con una scritta del genere, sarei combattuta tra la voglia di tirargli un pugno o di farlo sedere su un palo in stile Houdin ed esaudire il “desiderio” stampato sulla sua maglia.

  7. Elisa Cuter

    21 novembre

    Concordo con tutti i commenti precedenti: le risposte date dai due sono paraculate belle e buone. Non solo secondo me sono in cattiva fede (anche se questo è tutto da dimostrare, d’accordo), ma se anche l’intento fosse genuinamente stato quello di “suscitare una discussione”, è evidente che la pura provocazione, nella nostra epoca post-televisiva, sortisce solo l’effetto di unirsi a un coro di voci che non dicono niente facendo la gara a chi urla più forte. Non servono “provocazioni”. Basta cominciarlo, un dibattito, se lo si vuole proporre, magari dicendo qualcosa di intelligente. E se si vuole proporre un messaggio, ignorare questo aspetto non considerando le conseguenze delle proprie scelte comunicative, è già una colpa. Boicottiamo!

  8. Luca B.

    21 novembre

    Sottoscrivo tutto. E aggiungerei che il discorso degli “heroes art” è un po’ schizofrenico e paradossale, come sottolineava margherita: se la gente è stupida e vive in quest’ignoranza ingenua da fratelli* wachowski, allora com’è che una maglietta con un’immagine “sexy” può illuminarli sulla loro tenebrosa via?
    Inoltre, mi sembra che questi ragazzi abbiano trascurato, nella produzione delle magliette, il significato della parola “stupro”, del verbo “rape”. Mi pare chiaro che la loro esperienza in materia appartenga all’immaginario del porno più scadente, piuttosto che al vissuto personale o ai racconti di amiche o familiari. Un immaginario in cui lo stupro è un atto sessuale perpetrato verso donne “inutilmente ritrose”, che dopo la violenza capiscono che in realtà la cosa gli è piaciuta, e ne vogliono ancora.

    *(fratello e sorella, insomma, per intenderci 😉 )

  9. Natascia

    21 novembre

    Sapete che c’è? io quella t-shirt ce l’ho; la indosso e non la trovo offensiva.

    Trovo offensiva una società che invece di accorgersi quanto siamo manipolati e manovrati da tutte le istituzioni, e anzichè interrogarsi su come poter migliorare, crescere e rompere gli schemi che ci rendono l’ultimo vagone di un treno in corsa solo per prime classi, si scandalizza davanti ad una t shirt senza porsi due domande e avere lo spirito critico per rispondersi.

    Tanto di cappello alla scrittrice del post che per quanto poco almeno ha posto le sue domande e ha esposto le proprie perplessità.. un pò meno stima e fiducia nel futuro invece se chi mi circonda si ferma ad un messaggio senza vedere cosa veramente rende la nostra società senza valori e senza futuro.

    Conosco i ragazzi, il marchio e i loro intenti comunicativi; se diesel avesse fatto una stampa simile, sarebbe passata come geniale trovata pubblicitaria.. e invece.. vogliamo vedere le cose superficialmente? ok. allora spiegatemi le foto delle campagne sisley che ritraggono modelle palesemente strafatte.. parliamo delle foto di Toscani, che strumentalizzano, ma agli occhi di tutti i ben pensanti SENSIBILIZZANO..

    sveglia.

  10. Ilaria

    21 novembre

    Un messaggio provocatorio deve non essere ambiguo, deve essere capito subito. Questo è decisamente ambiguo. Anch’io vedendo la maglietta, prima ancora di leggere il post, ho avuto i tuoi stessi pensieri, Margherita. Non penso che vedere quel messaggio su una maglietta spinga di per sé a particolari domande o risvegli di “spirito critico” sulla nostra società. Penso che per molti che la indossano o che la vedono (soprattutto in un contesto ludico, come per es. una discoteca) quella scritta rappresenti semplicemente quel che immediatamente sembra: un invito a non prendere lo stupro troppo sul serio, uno scherzo, una goliardata. Sono molto d’accordo sulla conclusione del tuo post, cioè sulla inclusione degli uomini anziché la loro colpevolizzazione coma categoria (in cui secondo me certi discorsi femministi cadono, ed è per questo che non mi ci riconosco).

  11. Valeria Righele

    21 novembre

    @Natascia. Personalmente dubito che le persone che, come me, hanno trovato questa t-shirt fuori luogo avrebbero gridato al miracolo nel caso fosse stata proposta da Renzo Rosso e soci. Il punto non è “sono giovani creativi poco conosciuti, diamogli addosso”; il discorso riguarda piuttosto il messaggio veicolato dalla t-shirt che i ragazzi di heroes art hanno realizzato. Quindi non “chi”, ma “cosa”. Ampliare il discorso alle cattive e bigotte acque in cui sguazza il nostro paese mi pare dispersivo e poco utile ai fini della discussione in corso (capisco bene la tua frustrazione, ad ogni modo).
    Per quanto ho potuto capire dalle parole di Toffy e Pio, la maglietta è il risultato di una combo che coinvolge la canzone dei Nirvana (in modo più o meno voluto) e la voglia di dire basta ai soprusi cui siamo quotidianamente sottoposti, noi generazione trascurata ed incompresa e poverini sigh sob. I presupposti per una provocazione coi fiocchi ci sono tutti, peccato che il risultato appaia solamente raffazzonato ed offensivo. Chi ha commentato prima di me ha giustamente osservato come il messaggio fallisca nel provocare dibattiti critici, riuscendo per contro a suscitare ilarità e sgomitate (solo nei casi più fortunati sdegno). “Politicamente scorretto” e “cattivo gusto” non sono sinonimi, ma in questo caso è stata fatta un po’ di confusione. E di mezzo c’è finita la donna con le mutande calate. Grazie tante.

  12. Chiara Puntil

    21 novembre

    Poco più di un anno fa, la linea maschile di Topshop, Topman (quindi una multinazionale della moda, non una maison di giovani creativi indipendenti) ha ritirato dal commercio due magliette ritenute offensive; una in particolare conteneva una lista di scuse per giustificare uno stupro (mi hai provocato, non ho potuto farne a meno e via dicendo). Sottolineo che ha *dovuto* ritirarle, con tanto di scuse, vista l’indignazione generale.
    http://www.guardian.co.uk/fashion/2011/sep/14/sexist-topman-tshirts-off-shelves?intcmp=239 Questo per rispondere a chi dice che se le magliette le avesse fatte Diesel nessuno avrebbe detto niente.

    Poi, come detto da altri prima e meglio di me, il messaggio della maglietta è molto, troppo ambiguo per passare da provocazione. A mio modesto parere, si rischia di legittimizzare la cultura dello stupro facendo passare il messaggio che lo stupro (fisico o metaforico) e’ stato abbastanza piacevole da voler rifare l’esperienza. E poi, se lo stupro in questione e’ quello effettuato dalla società contenporanea alle spese dei “giovani”, se l’intento era provocare, perché dare alla vittima questa connotazione femminile? Perché non un paio di Converse? Perché non un “didietro” o come fa notare D.G., un ragionier Fantozzi?
    Perché la posa “sexy” della caviglia, la figura inequivocabilmente femminile, le mutande che vengono tirate giù (o rimesse a posto) vendono di più di un paio di piedi “unisex”.

  13. Chiara Puntil

    21 novembre

    *vendono di più di un paio di piedi “unisex”, con buona pace della provocazione.

    poi, volevo scrivere, conteMporanea ed “e” accentate, non apostrofate. Scusate per gli errori ed il commento tagliato.

  14. marco

    21 novembre

    a me fa molto ridere il fatto che si faccia sto gran casino per una maglietta…se nel mondo governato dal marketing è importante che nel bene o nel male si parli di qualcosa, bè…che dire…hanno vinto toffy e pio!
    tutto il resto è solo fuffa e perbenismo, i pùlpiti (per fortuna) sono passati un pò di moda, ma da dietro ad una tastiera siamo tutti santi no?

  15. Margherita

    21 novembre

    @marco: Nessuno di noi sta predicando. Stiamo cercando di ragionare insieme sulle diverse letture che sono state fatte di questa maglietta. In ogni caso, vediamo di capirci: quando fa comodo, la maglietta “costituisce una provocazione”; quando viene criticata, “era solo una maglietta”. Decidetevi…

  16. Natascia

    21 novembre

    Chiara, perdonami, mi hai “citata” nel tuo commento e rispondo.

    provocare non significa giustificare. Se io provoco una determinata azione in linea di massima mi auguro di essere consenziente di ciò che stò facendo (…) giustificare qualcosa che avviene contro volontà è un’altra cosa e sicuramente non coerente.

    Se top shop nella sua linea giustifica uno stupro.. tante grazie che se ne è scusata, ma se la provocazione parte da chi indossa il capo.. credo sia lapalissiano che si pone in un piano di consapevolezza differente.

    sempre rispondendo a chi ancora è fermo allo stupro fisico. se oltre non volete vedere non posso certo aiutarvi io.

  17. marco

    21 novembre

    @margherita
    scusa….ma devo decidermi su cosa? io sono deciso sulla mia opinione che è solo una maglietta, che può provocare, può anche offendere….ma una maglietta resta…questo a parer mio, rispondo semplicemente che chi punta il dito dicendo che addirittura è un incitamento alla violenza sessuale, secondo me sbaglia.
    e visto che di solo una maglietta si tratta, pace e bene!

  18. Ari

    21 novembre

    Non so quanti di voi studino arte, io sono laureata in quello e vi posso assicurare che la maggioranza degli artisti è sempre stata criticata per le loro opere e per i messaggi che mandavano in quanto non erano ben recepiti dalle persone che si fermavano alla prima impressione,giudicando e basta.Andy Warhol con le sue bottiglie di coca-cola rappresentava la società consumistica Americana, ma per i più era solo un gay drogato che non sapeva dipingere ne tanto meno cos’era l’arte.Questo è solo un esempio di come sia facile travisare il vero significato delle cose.

    Toffy e Pio almeno stanno facendo qualcosa di creativo,potrà piacere o meno; ma hanno il coraggio di far sentire il loro pensiero; credo sia molto più facile criticare che buttarsi e rischiare.Per fare i critici bisogna prima informarsi,non essere bigotti e non avere pregiudizi;dote ormai molto rara.Invece di giudicare a priori bisognerebbe conoscere e andare oltre la prima impressione; ma pare che questo,oggi sia impossibile e infatti la situazione è quella che è.

  19. Natascia

    21 novembre

    Puntiamo il dito contro una maglietta e abbiamo un ex presidente del consiglio che fa alla luce del sole festini discutibili (in cui non credo si sparga acqua santa) e di fronte ai quali una maglietta provocatoria, per quanto travisata, farebbe sorridere qualsiasi persona dotata di senso critico.. perdonatemi ma per me la vera istigazione a delinquere qui è altra cosa.. aprite gli occhi.

  20. Chiara Puntil

    21 novembre

    @Natascia grazie per la tua risposta. Forse non mi sono spiegata con il mio riferimento a Topshop. Se su una maglietta c’e’ scritto “Scusami- mi hai provocato/ non ho potuto farne a meno/ ero ubriaco” per far passare il messaggio che chi la indossa e’ un giovane ironico e brillante, a mio avviso c’e’ un’ambiguità fra il messaggio che si vuole mandare (sono un giovane ironico) e il modo in cui si e’ scelto di esprimerlo (scusami- mi hai provocato). Allo stesso modo, credo che “Rape me again” sia ambiguo perché formulato in un modo che si presta a tutt’altra interpretazione (ossia, un’incitazione allo stupro piuttosto che una provocazione).
    Inoltre, mi sfugge il tuo “se la provocazione parte da chi indossa il capo…”: H_A creano il capo per provocare, tu capisci il loro intento e indossi la maglietta (suppongo) per provocare una reazione, o smossa, o discussione…ma si può dire che tutti coloro che indossano la maglietta lo facciano per provocare? e che questo specifico messaggio venga colto da tutti quelli che vedono la maglietta? Credo proprio di no- se la corrispondenza fra il messaggio inteso e la sua espressione non fosse così ambigua non saremmo qui a discuterne.

  21. Natascia

    21 novembre

    @chiara non esistono messaggi che vengono recepiti sempre e solo in maniera univoca e uguale per tutti. Io ho un senso critico che mi permette di interpretare e indossare quella t shirt; ci saranno sempre persone che non la gradiranno, ma se dovessi soppesare ogni cosa in base al livello di comprensione e analisi altrui forse non dovrei proprio uscire di casa.

    Non leggo questo blog solitamente e non so quanti altri post abbiano portato a discussioni così prolifiche, ma posso dire che questo era uno degli obiettivi di quella grafica: far discutere.

    1 – 0 per Heroes_Art.

  22. Simone B.

    21 novembre

    Non farei una crociata contro questa maglietta, ma devo dire che vedendola indosso a qualcuno non penserei ad un sottile gioco della provocazione intellettuale.

    Insomma intenti positivi, ma realizzazione un po’ “meh”.

  23. Daina

    21 novembre

    Sono d’accordo con molti vostri commenti e con “l’autrice”, volevo aggiungere solo che ogni forma d’arte o di provocazione va considerata nel contesto spaziale e sociale in cui si pone; se si fosse trovata in una galleria d’arte, a una mostra qualsiasi, in un contesto “di riflessione”, appunto, la funzione di questa stampa sarebbe stata di provocare e indurre a pensare, permettendo ad ognuno di guardarla e fare le proprie considerazioni quanto a lungo preferiva. Ma una maglietta, vista di sfuggita addosso a qualcuno, o in vendita da qualche parte, quale spazio di riflessione offre? Quale condivisione di idee può avvenire con il tizio che la indossava in discoteca? Quale sarà stato il suo pensiero a riguardo? Quanto l’avrà osservata, pensando al senso (quello evidente o la sottile metafora proposta dai creatori-creativi) della stampa, prima di comprarla? E dopo averla acquistata?
    Detto questo, consideriamo la situazione sociale in cui ci troviamo, alla cultura che spesso, riguardo a stupri e molestie, vede ancora la donna come colpevole di aver provocato, o che “in verità lo voleva anche lei”, nonchè al fatto che i casi denunciati sono molto meno di quelli accaduti…
    Non è forse il messaggio un’ulteriore svalutazione del problema? In fondo, non per generalizzare, ma i creativi in questione sono uomini, e per molti di essi temo lo stupro sia solo una parola che non riescono a percepire e comprendere davvero; d’altronde, quanti uomini si lamentano delle donne mezze nude in tv, rispetto a quante donne la avvertono come una “violenza simbolica” contro la propria dignità, contro il loro diritto di essere altro rispetto ad un mero oggetto muto da consumare, privo di intelligenza, sogni, desideri?
    Una violenza non percepita dai “carnefici”, perchè ormai considerata normale, giustificata, accettata, non è forse anche il frutto dell’assuefazione per la continua esposizione alla situazione/messaggio? E quindi che senso avrebbe la parola stupro se la vedessimo ogni giorno sulle magliette? La assoceremmo a una violenza inaccettabile, all’atto terribile che è, o a una bella trovata di moda, una parola o un messaggio stiloso?

  24. Marta Conte

    21 novembre

    Provocazioni facili che rischiano (il più delle volte riuscendoci) solo ad offendere più che a provocare, e se provocano è nel senso sbagliato, quello controproducente anche per i creatori dell’idea.
    Capisco cosa stessero cercando di fare i ragazzi, capisco le loro motivazioni e penso sempre che se non si è d’accordo con quanto detto da qualcun’altro bisogna quanto meno apprezzare che al giorno d’oggi c’è ancora qualcuno che possa avvalersi, senza considerarlo un handicap, di idee coraggiose. Il problema è che il coraggio è, spesso e volentieri, associato anche all’ingenuità.
    Concordo assolutamente con quello che hai scritto alla fine del pezzo Margherita, questo episodio è un ulteriore esempio che dimostra in maniera lampante il bisogno di far comprendere al sesso maschile (ok, forse non tutti, ma la maggior parte) che “su certe cose non si scherza” ma neanche si provoca. Sopratutto se il messagigo o l’immagine utilizzate vengono scelte se non alla leggera comunque sicuramente non sono particolarmente ponderate, se non da un occhio ed un approccio alla vita non maschilista, ma maschile (comunque l’una non esclude l’altra). Abbiate un po’ di rispetto.

  25. Elisa Cuter

    22 novembre

    Io non penso che i ragazzi avessero un intento positivo che poi si è perso nella realizzazione. Francamente penso che l’intento fosse vendere, che come tanti grafici/creativi blah blah abbiano scelto un messaggio che pareva “fico”, magari intercettando con una sensibilità più modaiola che realmente meditata un tema “caldo”, nei confronti del quale i due si pongono contro,a livello conscio, quando qualcuno gli chiede, poniamo, se sarebbero favorevoli a un’inasprimento delle pene per gli stupratori, ma dimostrano di non avere pensato abbastanza alla questione e di non aver riflettuto sul fatto che la violenza di genere è una questione più culturale di quanto loro non credano. Riguardo a chi scomodava Andy Warhol, trovo che più che arte, quello che delle tshirt possano veicolare sia cultura, cultura dello stupro, anche, come in questo caso.
    Più in particolare,
    @Natascia, non capisco che senso possa avere continuare a dire che c’è di peggio. Innanzitutto ti comporti dando per scontato che le persone che hanno da ridire sulla maglietta non abbiano avuto da ridire sugli esempi che fai, in secondo luogo il benaltrismo, oltre a non essere un argomento valido in una discussione, è una specie di coda di paglia, mi pare, E’ un po’ come dire “si ok non è una bella cosa ammazzare una persona, ma c’è anche chi ne ammazza tante!!!” (esempio estremo, ma spero coglierai il senso).
    Una seconda cosa che vorrei domandarti è come mai, se tu credi che scopo della maglietta fosse parlare di un altro tipo di sfruttamento invece che di “stupro fisico”, oltre al quale noi critici non siamo capaci di andare (parafrasando le tue parole), non trovi anche tu che si sia scelta l’immagine sbagliata? Che oltre al messaggio già ambiguo, mettere anche le scarpette coi tacchi e il tanga rosso sia ulteriormente fuorviante, quando non addirittura l’ennesimo caso di sfruttamento dell’immagine (stereotipata come non mai) della donna?

  26. Elisa Cuter

    22 novembre

    Inoltre a me fa incazzare che costoro ritengano che (cito) “robe da vestire, auto, donne, droghe, feste, sesso, film, telefilm etc etc” siano “cazzate superficiali”! Cazzoni superficiali credo siano loro, se non sono capaci di distinguere gli argomenti dal modo in cui se ne può parlare. Non esistono argomenti cretini, di tutto si può parlare in modo intelligente e credo che Soft Revolution (lo dico da fan non da redattrice) ne sia una prova lampante. E infatti la confusione l’hanno fatta loro, parlando di un tema serio come lo stupro nel modo più idiota che io abbia mai visto. E io dovrei farmi spiegare da questi due come provocare una discussione sullo sfruttamento della nostra generazione? Bitches, please.

  27. Margherita Ferrari

    22 novembre

    @Elisa Cuter: parole sante. non ho sollevato la questione delle “cazzate superficiali” nell’articolo perché non volevo deviare dal tema centrale, ma sono d’accordissimo con te. d’accordissimo!

  28. frankie

    22 novembre

    Io penso che la ragazza che ha scritto questo articolo si dovrebbe fare una vita..-.- dato che si sa che e’ l’ennesima volta che tenta di fare un blog di gossip!! Vicenza e’ piccola e le cose si sanno.. 🙂

  29. Luca B.

    22 novembre

    che palle frankie&co., tutta questa gente che davvero non riesce a fare niente di meglio che commentare i post attaccando l’autore anziché argomentare sulla questione… ah no aspetta, si dice anche che questo è un blog di gossip. a-ha. quale sarebbe il gossip? sentiamo. parliamo di cose interessanti come le rappresentazioni del maschile, del femminile, della sessualità, oppure continuiamo a cercare di sviare il discorso?

  30. alessio rosa

    22 novembre

    @frankie: la domanda che questo post e questa serie di commenti mi sembrano porre è: come mai, a partire dal messaggio che gli autori della grafica dichiarano di aver voluto trasmettere, sono giunti a questo risultato (ed è una cosa che a che fare con questa società frustrante e frustrata e non col gossip)?
    Mi sembra un quesito legittimo e affascinante ed è porsi domande del genere che aiuta a farsi una vita.

    Detto questo mi sento di condividere buona parte delle analisi fatte: provocare su un tema come lo stupro con un’ingenuità “festaiola” e ahimé tipicamente maschile è farla fuori dal vaso proprio come suggeriva michele.

  31. Elisa Cuter

    22 novembre

    io non sono di vicenza, del gossip vicentino me ne frega meno di un cazzo, non conosco né l’autrice del blog (almeno non personalmente) né questi giovani creativi che scopro ora essere vicentini. Eppure questa cosa mi interessa, come mai @frankie?

  32. sofia

    22 novembre

    Ma se proprio volevano trasmettere il messaggio della società che stupra i nostri pensieri perchè non hanno messo un cervello al posto delle gambe di una donna?

  33. GiuliaT

    22 novembre

    Questa maglietta non è provocante, perché non è originale né creativa. Si limita a riproporre per la milionesima volta l’immagine della donna con le mutande abbassate il cui unico desiderio è essere stuprata, tra l’altro sostenendo implicitamente che lo stupro piaccia alle donne, come vuole la “migliore” tradizione maschilista. Questi “creativi” potevano voler comunicare qualsiasi cosa, ma hanno comunque scelto questa immagine e non un’altra, ed è questa la cosa grave secondo me.

    L’unica reazione che provo è la stanchezza, e non ha niente a che fare con la bigotteria o il moralismo (ma poi perché quando si cerca di difendere un’altra immagine di donna si viene accusate di moralismo??). Sono stufa di vedere ovunque riferimenti al sesso, a donne compiacenti, donne nude che aprono le gambe volentieri usate in qualsiasi contesto. Donne oggetto. Donne usate per vendere, peraltro a una clientela non molto sensibile e “critica” nei confronti della violenza di genere. Bisognerebbe chiedere a questi “predicatori di idee” perché hanno scelto questa immagine piuttosto che un’altra per comunicare al mondo le loro geniali intuizioni. Dove starebbe il “senso critico” di cui si dicono portatori nel riproporre l’idea della donna che gode nell’essere violentata?

    Chissà se sia mai venuta loro l’idea di creare una maglietta che abbia riferimenti diversi dal maschilismo e dalla violenza che ci circondano. Ma forse, seguendo la loro logica, una maglietta del genere non avrebbe venduto, dato che “i giovani non sanno più dialogare su tematiche serie”. Sì, allora capisco, meglio restare tutti compiacenti e maschilisti e lasciare a quel 10% di “eletti” con pensieri profondi cui i due appartengono la libertà interiore di opporsi a questi stereotipi sessisti.

  34. Elisa Cuter

    23 novembre

    Credo @GiuliaT che volessi dire non è “provocatoria”, forse “provocante” lo è davvero, purtroppo.

  35. GiuliaT

    23 novembre

    @Elisa Cuter, sì, è che la stanchezza di una giornata di studio mi ha confuso le idee 😀

  36. Paolo1984

    23 novembre

    sono d’accordo con chi dice che il linguaggio provocatorio o “politicamente scorretto” e persino il kitsch (tre cose che io apprezzo molto quando ritengo che siano usate con intelligenza) va saputo maneggiare e non credo sia questo il caso. E sono d’accordo con chi dice che una maglietta come quella indossata in discoteca e magari vista di sfuggita non fa riflettere su niente. Sono anche d’accordo con chi dice che quando un’opera d’arte non viene capita non è sempre colpa dell’artista ma nel caso specifico faccio molta fatica a considerare arte queste magliette..e la mia concezione di arte è estremamente larga

  37. ita

    24 novembre

    Se avessero messo un cervello al posto di una mutanda abbassata, e avessero scritto “rape this” anziché una decontestualizzatissima citazione dei nirvana (su cui mi limito a dire che d’altronde anche h&m vende le magliette dei ramones, quindi vabbè, sappiamo benissimo che i nostri coetanei venticinquenni che dieci anni fa ci prendevano in giro per i nirvana gli anfibi le camicie a quadretti ora fanno i grafici e si vestono come quelli che dieci anni prima hanno quasi indotto al suicidio a suon di prese per il culo),
    insomma, SE ci fosse stata una qualunque riflessione sullo stupro, riflessione che a parer mio sta alla base di ogni provocazione, allora questi ragazzi avrebbero tutto il mio sostegno.
    “predicatori” in un deserto di idee? oh fioi, lasciate stare se è questa la predicazione. dico sul serio, siete poverissimi di idee da predicare.
    lo stupro come metafora dei giorni nostri? alzi la mano chi sente che la propria vita è simile all’essere scaraventati per terra da uno tre volte più grosso di voi che infila il suo pene in uno dei vostri buchi mentre vi picchia. alzi la mano chi pensa che la condizione giovanile sia paragonabile a vostro padre/zio/amico di famiglia che vi costringe a fargli un pompino.
    parliamo chiaro, suvvia.
    una tipa con le mutandine giù e con frase dei nirvana annessa è una figata, conquista un’ampia fascia di gioventù superficiale che ragiona in stile “il deserto culturale del momento, la sterilità degli anni zero, blablabla, ardecore”, e vende bene.
    ma non giustificatevi cristodiddio.
    ho visto il sito di heroes_art. bellissima grafica, zero contenuti. magliette con marilyn, teschi, gioconde, banane dei velvet underground, font simili al logo dei sex pistols. cioè bellissime per carità ma se volete essere predicatori nel deserto delle idee dovete metterci anche dei contenuti. altrimenti siete solo bravi a disegnare. ma non giustificatelo.

  38. G.

    25 novembre

    Visto che ” va di moda” tutto quel che è fetish, trasgressivo, kitsch allora facciamo magliette con immagini e scritte provocatorie, trucchiamoci come delle neo-punk, diamoci un’aria da ex-cocainomani, mettiamo croci e borchie ovunque, strappiamoci i jeans e non pettiniamoci.
    A me annoiano un sacco queste cose, basta, sono tutti discorsi vecchi.
    A inizio anni 2000 tutti con i pantaloni a zampa e la pancia fuori, 2005 tutti con la polo di fred perry e le prada, ora siamo tutti leopardati e finti poveracci. Dai, su!

  39. elena

    22 agosto

    Personalmente, per quanto i due ideatori potessero avere un fine nobile, mi domando come possano pensare di far ragionare ragazzi che loro stessi considerano vuoti e incapaci di indagare in maniera critica la realtà? Senza contare che molti dei giovani come me (ho 19 anni) potrebbero anche risentirsi della facile generalizzazione del commento infelice espresso da Toffy e Pio (ma poi siamo così sicuri che le generazioni dei nostri genitori e nonni parlassero meno di “cazzate superficiali, robe da vestire, auto, donne, droghe, feste, sesso”…??)
    Io sinceramente credo che ci sia un limite anche nella provocazione e quando questo limite viene valicato allora si cade nel cattivo gusto. Sono d’accordo che sia giusto parlare e riflettere sui casi di violenza sessuale e di ingiustizia sociale, ma siamo sicuri che sia questo il modo migliore per affrontare la questione?
    Non sarebbe stato meglio stampare una maglietta con su scritto l’esatto opposto: “Don’t rape me again!” e un’immagine che biasimasse chi opera violenza? In questo modo avrebbero sollevato il problema, incitando esplicitamente a DIFENDERSI e a RIFIUTARE la violenza, non a subirla od operarla.

  40. anna

    22 ottobre

    Possiamo anche concedere il beneficio del dubbio sui buoni propositi e sull’intento di usare la parola “stupro” in modo figurativo. Credo però che si sarebbe potuto utilizzare un’altra parola, o almeno un’immagine diversa. Prima di avere il tempo di ragionare sul contesto sociale e culturale e tutte quelle belle storie lì, a un primo sguardo il mio cervello mi manda un solo segnale: la pelle d’oca. Un messaggio di protesta dovrebbe essere chiaro e immediato.

  41. Simona

    22 ottobre

    “Per quanto riguarda il pensiero che può fare una persona che vede il nostro prodotto avendo vissuto situazioni tristi a riguardo dico che, dove sta il problema? Come si affrontano i problemi? Tacendoli?” Ah bè, forse facendoci dei soldi e chiamandolo dibattito.
    Il marketing, la pubblicità sono mostri sempre pronti a rinascere.

  42. […] sul modo in cui vengono riportate le notizie che riguardano violenze e femminicidi, non solo per comprendere in che tipo di clima culturale siamo immersi, ma anche per farci promotori di un mutamento che riguardi i linguaggi attraverso i quali vengono […]

  43. […] vs. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ma non passa giorno senza che ci si imbatta in persone che, con tono più o meno “scherzoso”, augurano alle donne le peggior cose. Tale osservazione informale è supportata da svariate […]

  44. […] quanto sia inutile in certe situazioni. Parrebbe scontato assumere che non sia più necessario continuare a ripetere che la violenza sessuale non fa ridere, eppure lo sto facendo […]

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.