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Radical Faeries (ovvero: folte barbe e chili di gl...

Radical Faeries (ovvero: folte barbe e chili di glitter)

L’idea di dedicare un intero mese al tema della maschilità ha preso forma nella mia testa diversi mesi fa, mentre stavo seguendo un corso dedicato ai Men’s Studies presso il Barnard College di New York. Lì ho avuto occasione di cominciare a ragionare sul concetto di maschilità fragile, di cui ho già scritto, e di raccogliere una lunga serie di spunti che, dal mio modesto punto di vista, potevano diventare degli articoli degni di uscire su questa webzine.
Devo però ammettere che la decisione di dare l’ok definitivo su un tema del mese tutto sommato problematico come quello che spero vi stiate godendo questo novembre è stata per me nient’altro che la naturale conseguenza della visione di questo video.

Prima di imbattermi in esso, non avevo mai sentito parlare delle Radical Faeries. Da allora sono passati mesi, e devo dire che, nei momenti cupi, mi capita spesso di rievocare la gioia che ho provato assorbendo i colori, le emozioni, e ciò che in questo video traspare della disarmante umanità delle persone cui esso è dedicato.
Volevo parlarne perché si trattava di qualcosa di nuovo per me, che mi ha portata a riflettere non soltanto sulle interpretazioni normative che vengono date alla parola maschilità, ma anche alle dinamiche di esclusione che si riscontrano talvolta nella comunità GLBTQ.

Ciò che nel video non è spiegato è che con l’espressione radical faeries intendiamo dei gruppi e network di persone che tendenzialmente si identificano come queer e che hanno tra i loro obiettivi anche quello di problematizzare le rappresentazioni etero-normative della maschilità di cui sono inzuppati i nostri linguaggi, i nostri sensi estetici e tutto ciò che ci ruota attorno. Per molte di queste persone, l’autoidentificazione come “fata” fa parte di un percorso che è spesso ispirato da forme di spiritualità tradizionali, dall’attenzione al potere decostruttivo del discorso e dell’estetica genderqueer, ma anche dal desiderio di rivendicare la parola “faerie”, che può essere usata in senso dispregiativo per umiliare chi non appare “sufficientemente” mascolino.

Come viene spiegato nel video soprariportato, le radical faeries accolgono “gli scarti” tra chi fa drag, ovvero chi, per un motivo o per l’altro, non ha tutte le carte in regola per adeguarsi, nelle proprie performance, a certi modelli condivisi di femminilità, che appaiono invece estremizzati in quelle delle drag queen. Come spiega Gladiola Dragrags, nelle performance e nelle scelte estetiche delle radical faeries sono presenti molti elementi che portano ad un effetto di genderfuck (che potremmo tradurre come lo smontare i concetti tradizionali di identità e di ruoli di genere, così come le loro rappresentazioni, attraverso le apparenze estetiche di una persona). Il più evidente è forse quello dato dall’associazione di folte barbe, trucco colorato e vistoso, e chili di glitter.
Se vi servisse un ulteriore motivo per amare queste fate radicali, sappiate che spesso scelgono di vivere in modo sostenibile all’interno di comunità autogestite in contesto rurale, dove la coltivazione della creatività e la ricerca spirituale sono due degli obiettivi primari.


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  1. Paolo1984

    23 Novembre

    penso che tutti i modi di vivere la propria identità di genere, anche esteticamente, dai modi più diffusi a quelli più radicalmente “altri” siano legittimi e rispondono a pulsioni radicate in noi e nessuno di questi è a priori più o meno “autentico” di un altro

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