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Perché Wolverine è uno di noi

Quando un giornalista dalla rivista della Smithsonian Institution chiese tempo fa a Laurie Anderson quale fosse il messaggio della sua arte, la Anderson rispose “se avessi davvero un messaggio, lo trascriverei e lo invierei a tutti quanti via email”. Ma non tutti sono come Laurie Anderson: l’arte può portare con sé un messaggio. È legittimo. Il problema non è quasi mai tanto identificare il messaggio, spesso fastidiosamente ovvio, quanto piuttosto di cosa parliamo quando parliamo d’arte. Ci sono fumetti scritti e illustrati magistralmente, che al tempo stesso portano con sé messaggi potenti e una ricca, intensa critica politica e sociale. Si prenda per esempio il noto e celebrato Black Hole di Charles Burns, una allegoria neppure troppo velata dei traumi e dell’emarginazione negli anni della prima diffusione dell’AIDS. La storia è quella di un gruppo di adolescenti alla fine degli anni ’70 che contraggono sessualmente una strana nuova malattia, un virus che causa grottesche mutazioni fisiche, e devono affrontarne tutte le conseguenze mediche, sociali e sessuali. C’è un messaggio, nella graphic novel di Burns? Ovvio che sì. È arte? Quasi sicuramente sì.

Più incerto è il verdetto popolare sui fumetti di supereroi. Se da una parte Watchmen è spesso considerato una delle opere letterarie più importanti del XX secolo, è più che altro un’esplorazione meta-letteraria e non il cavallo di Troia per un messaggio politico. Supereroi con un messaggio sono Superman (“Il sogno americano e le fattorie del Kansas sono un ideale a taglia unica: vanno bene anche per un kryptoniano”) o l’Uomo Ragno (“L’adolescenza è un periodo di mutamenti e cose appiccicose; dopo, è tutto un inferno di responsabilità”). Gli X-Men, nell’immaginario collettivo, non appartengono a questa categoria. Eppure l’origine dei mutanti di casa Marvel è stata proprio come simbolo dei diversi e degli oppressi, con storie che sin dagli anni ’60 hanno sempre dato uguale peso tanto ai drammi del razzismo e dei pregiudizi quanto alle scazzottate tra le varie fazioni di supereroi e i cattivi del giorno. Negli anni dei movimenti per i diritti civili prima e nei quaranta anni successivi poi, gli X-Men hanno attraversato nel mondo dei fumetti tutti i travagli che le minoranze oppresse del mondo reale hanno dovuto affrontare per guadagnare infine (in molti casi ma non ancora purtroppo in tutti) quei diritti universali che dovrebbero essere riconosciuti a tutti indipendentemente dal loro genere, orientamento sessuale, etnia, disabilità, credo religioso e patrimonio genetico.

È quindi con una certa sorpresa, e non poca delusione, che ho appreso tempo fa la storia che ha coinvolto gli X-Men, la casa editrice Marvel e la corte statunitense per il commercio internazionale. Tutto è cominciato con una faccenda di tasse, come spesso succede nel mondo reale. Negli anni ’90 Toy Biz, una compagnia di proprietà Marvel che produceva tra le altre cose action figure degli X-Men e altri supereroi, fece causa alla dogana statunitense nel tentativo di risparmiare sulle sue importazioni di giocattoli prodotti in Cina. Il motivo? Le tariffe doganali sono più alte per i giocattoli identificati come “bambole” che per quelli che nei documenti di importazione rimangono generici “giocattoli”. Le bambole, così come le action figure e ogni altro giocattolo dalle sembianze umane, sono tassate al 12%, mentre giocattoli che ritraggono alieni, mostri e androidi soltanto al 6.8%. Negli anni ’90, vendendo action figure, Toy Biz raggiunse dimensioni tali da arrivare a inglobare la stessa Marvel. Ma non c’è mai limite all’avidità. È così che gli esperti di diritto commerciale assunti da Toy Biz, per risparmiare sull’importazione dei giocattoli degli X-Men, andarono all’ufficio doganale con una tesi che va oltre le mere questioni di diritto e mette in gioco la dignità stessa di un’intera categoria di personaggi di fantasia: i mutanti non sono esseri umani e non dovrebbero essere trattati come tali.

Il risultato della controversia è stato un paradossale caso legale in cui il governo statunitense è stato chiamato a valutare se i mutanti dei fumetti della Marvel sarebbero considerati esseri umani, o meno, nel mondo reale. Un caso legale che si è protratto fino al 2003, quando le diverse tariffe doganali sui giocattoli erano state abolite da un pezzo, e che ricorda le deliberazioni della chiesa sull’esistenza dell’anima degli schiavi o le più positive vittorie giuridiche contro la segregazione, come il Civil Rights Act del 1964. Riuniti intorno a oltre sessanta action figure che includevano Wolverine, Storm e Rogue, i legali di Toy Biz cercarono di convincere i giudici che gli X-Men non sono umani e non meritano gli stessi diritti riconosciuti agli esseri umani, reali o in forma di giocattolo. Alla fine, Toy Biz vinse la causa, sebbene la corte non escluse la possibilità che Wolverine rappresenti un potenziale stadio dell’evoluzione futura della specie umana. L’intera storia è raccontata in modo fantastico in un episodio di Radiolab, su WNYC, disponibile in streaming. Gli avvocati di Toy Biz sostennero che il dibattito sullo status giuridico dei mutanti non invalida la metafora sui diritti civili presente nei vari archi narrativi dei fumetti, ma l’intera vicenda rappresenta in ogni caso una diatriba legale particolarmente sgradevole. E miope: non sono lontani, con tutta probabilità, i giorni delle protesi robotiche e delle cure genetiche, del passaggio dall’umano al transumano.

In un vecchio articolo del Wall Street Journal sull’esito della causa, Brian Wilkinson, curatore di un sito dedicato agli X-Men, commentava:

“È qualcosa di inconcepibile. I supereroi Marvel dovrebbero essero tanto umani quanto lo sei tu o lo sono io. Vivono a New York. Hanno famiglie e vanno al lavoro. E ora non sono più umani?”

Si è riconosciuta legalmente la dignità di uomini, donne, animali e, infine, negli universi paralleli dei fumetti e della fantascienza, di mutanti, transumani e semidei. Ma nel più inatteso punto d’incontro tra i due mondi — un’agenzia doganale — questi ultimi sono stati spogliati della loro identità e della loro umanità. È una nota a pié di pagina di interesse forse solo per appassionati di fumetti e avvocati curiosi, d’accordo. Ma è anche il genere di precedente che sarebbe bene non creare. In questo o in un altro di tutti gli universi possibili.


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  1. Dalloshh

    16 ottobre

    Mi rattrista non poco…

  2. elisa

    21 ottobre

    che figata questo pezzo. grazie.

  3. […] Pubblicato il 13 marzo 2016 di vlad86 Perché Wolverine è uno di noi […]

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