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Avete mai sentito parlare di Ozora? Non credo. Non solo perché si tratta di un villaggio contadino perso tra gli sterminati campi di grano ungheresi, ma anche perché in Italia si parla ben poco dell’omonimo festival che i suoi dintorni ospitano. Neanche io lo conoscevo, finché non mi hanno invitata ad andarci, lo scorso agosto. Solo gli amanti del genere sono a conoscenza di questo festival, e sì che non si tratta di un piccolo ritrovo, ma di una vera e propria città (voci dicono che nel 2011 vi abbiano soggiornato 30.000 persone)… che dura però una sola settimana. Una settimana che è bastata a regalarmi la più bella esperienza della mia vita.
Formalmente si tratta di un ritrovo di appassionati di musica psy-trance, e a vedere il sito si può immaginare che si tratti di un fratellino “alternativo” dello Sziget, il conosciutissimo (e commerciale) festival di musica rock sull’isola di Obuda. Come ho avuto modo di provare sulla mia pelle, niente di più sbagliato. Ma andiamo con ordine.

L’arrivo

È la prima volta che vado in Ungheria, e attraversandola in auto non me ne pento poi molto: campi di grano, ancora campi di grano, un campo di girasole, altri campi di grano. Enormi, belli. Stop. Gli unici insediamenti umani consistono in sparuti gruppetti di case ogni tot chilometri, e non sembra esserci molto da vedere o da fare, se non arare i campi.

Dopo aver costeggiato il lago di Balaton – teatro di vacanze per quegli Ungheresi che non possono o vogliono spingersi troppo lontano – e aver rivalutato Jesolo come luogo di villeggiatura, io e il mio ragazzo ci dirigiamo verso sud, nel bel mezzo del nulla. E trovare una  cosa in mezzo al nulla, beh, è ancora più difficile.

Alla fine, grazie al/nonostante il navigatore, ce la facciamo: “Welcome to Paradise” è la scritta che campeggia, tra due pali, sospesa sopra la strada d’ingresso, attorniata da pupazzi e funghetti di legno. Il festival comincia il 2 agosto, ma noi abbiamo deciso di arrivare là due giorni prima, per montare la tenda con calma e riposarci dopo il viaggio. Neanche a dirlo, i primi che incontriamo sono italiani: e lì comincio a preoccuparmi – oddio, vuoi che sia pieno di Italiani pure qui? Fortunatamente, la prima impressione era sbagliata: passando per il campeggio con l’auto notiamo che, sì, ci sono targhe italiane, ma non sono che una minima parte.

Abbiamo voluto fare le cose in grande, dato che questa è l’unica vacanza dell’anno che passiamo assieme. La macchina è così piena che a malapena si intravede il lunotto posteriore, e ci assalgono le tipiche ansie ereditate dai nostri genitori, ovvero il paranoico “sarà che la nostra tenda è troppo grande e gli altri pensano che siamo esagerati?” e il sempreverde “non è che magari avendo tante cose poi qualche drogato viene a derubarci?”. Continuando a guidare nel campeggio che comincia a popolarsi (anche se la parola “campeggio” non è appropriata, dato che l’area è enorme, distribuita tra colline e vallette e non è organizzata in piazzole), insomma, continuando a guidare ci accorgiamo che, per quanto riguarda la tenda, semmai siamo i meno attrezzati: roulotte, gente che sega e inchioda assi di legno, gente che costruisce gazebo, salottini al coperto con tanto di generatore di elettricità per alimentare le casse e il frigo! Stupiti e rincuorati, individuiamo un posticino sotto gli alberi e montiamo la tenda, grande abbastanza da piazzarci dentro tavolino e sedie.

I primi giorni

Impieghiamo quindi i due giorni che abbiamo a disposizione prima che inizi il festival per cercare di capire come funziona l’enorme ritrovo. La prima cosa che notiamo è la tendenza boscaiola di tutti gli abitanti, che si protrarrà per tutta la settimana. Cosa intendo? Giorno e notte, a qualsiasi ora, si sentono colpi di accetta e motori di motosega, e si vedono passare campeggiatori con rami e pezzi di legna, i quali vengono poi usati come combustibile o come materiale di costruzione. L’unica attività visibile è infatti quella edile, più intensa nei primi giorni ma mai del tutto spenta: gazebi, verande, tendoni, teloni, supporti di legno per docce solari, focolari, cose indefinibili ma colorate e decorate con cura – l’importante è costruire. In un primo momento la scambiamo per competizione – siamo abituati a pensarla in questo modo – ma poi capiremo il vero motivo, e ci lasceremo contagiare. Tornando alle prime impressioni, rimaniamo sconcertati dall’organizzazione del posto: vista l’autogestione del campeggio, ci aspettavamo un disastro. Facendo il primo giro di ricognizione, troviamo invece, nell’ordine:

- bagni chimici, ma puliti e distribuiti nei luoghi più strategici;
- fontanelle d’acqua (unica nota dolente: poche e lontane);
- chioschi attrezzati a bar, a ristoranti etnici e a pizzerie;
- moltissime bancarelle con merce appartenente alla moda psichedelica;
- un mini supermercato spartano e un fruttivendolo;
- molte docce (con acqua scaldata dal sole);
- l’infermeria con ambulanza;
- una struttura fissa con tetto in paglia, dotata di innumerevoli tavoli in legno su cui mangiare.

E i palchi? Strutture enormi, ognuna rispondente al tipo di musica: il main stage con una struttura leggera, aperta, fatta di teli, molto scenografica, adagiata al centro di una valletta – il posto per ballare e fare festa. Il chill-out invece è un’incredibile piovra di legno e paglia, un luogo fresco dove sdraiarsi, o meglio ballare… la musica non è infatti propriamente “chill-out”. Per fortuna i posti dove rilassarsi abbondano: il posto migliore è una vera e propria casetta (dedicata principalmente ai concerti di bonghi), fresco e tranquillo riparo contro il caldo umido ungherese e la musica martellante che si sente altrove. Innumerevoli altri luoghi, più o meno intimi, più o meno al coperto, offrono una stuoia dove sdraiarsi, un’amaca dove appisolarsi, tavolini bassi attorno cui chiacchierare – senza dover consumare qualcosa (incredibile eh?). È presente anche un vero e proprio labirinto, ricavato all’interno di un campo di grano.

Rimaniamo stupiti non solo dall’organizzazione, ma anche dalle persone. Sapendo che si tratta pur sempre di un ritrovo “alternativo”, ci aspettavamo di trovare in gran numero i tipici disadattati sociali che spesso infestano questo genere di eventi. Potete immaginare il nostro stupore nel vedere piuttosto intere famiglie, con i bambini piccoli, persone che praticano meditazione, santoni, gente comune, nessun ragazzetto fuori di testa (in effetti, la fascia tra i 13 e 18 anni sembra essere completamente assente). Non potete invece immaginare la felicità che abbiamo provato nello scoprire che i nostri vicini, italiani, arrivano da vite “normali”, come noi: uno è docente universitario, l’altra una biologa genetica, l’altro ancora un progettista di reti telefoniche. La comunità è in larga parte composta da due tipi di persone: gli hippy (o, meglio, neo-hippy), che hanno fatto loro quello stile di vita 365 giorni all’anno, e le persone “normali” che si concedono una settimana di relax completo e pulizia mentale.

 

Un altro stile di vita

L’atmosfera del posto è entrata piano piano in noi, operando una piacevole metamorfosi sulle nostre menti. Questo lento cambiamento interno ha avuto come riflesso naturale un mutamento del nostro aspetto esteriore: quando decidevamo di lasciare la tenda, all’inizio, da brava donna io “preparavo” la borsa da portarmi via. E voi sapete quanta roba ci possa stare in una borsa femminile, e quanto vi sia attaccata la proprietaria. Eppure, giorno dopo giorno mi sono resa conto che quel tale oggetto sarebbe potuto benissimo rimanere in tenda, dato che non era indispensabile e il suo peso mi dava solo noia. Giorno dopo giorno, in questo modo, la mia tracolla si è alleggerita, i vestiti sono diventati più comodi, il trucco se ne è andato dai miei occhi. Non me ne importava più niente.

In un certo senso si vive come animali: la musica va tutto il giorno, e non c’è un comune orario di riposo o di festa, quindi è semplice sapere quando devi dormire: quando hai sonno. E quando devi mangiare, lo stesso: lo fai quando hai fame. Chi, come noi, non è interessato al genere musicale non ha nemmeno orari da rispettare per andare a vedere questo o quel musicista o dj. Semplicemente, si vaga, si fa un giro sul dondolo, ci si sdraia un po’, si mangia, si passeggia, si balla, si chiacchiera, si costruisce. Le costruzioni di legno, tela e colori non sono, come pensavamo noi, destinate a qualche fine particolare. Sì, un telo copre dalla pioggerella che ogni tanto cade, ripara dal sole, e ti permette di riconoscere la tenda, ma non è per questo che lo si prepara. Non solo. È principalmente un modo per passare il tempo in compagnia, occupare le mani per liberare la mente, rendere più bello il paesaggio per chi passa.

Tra le collinette c’è una stradina scavata nell’argilla, con ai lati alte pareti di questa terra finissima e malleabile. Poco a poco, le persone ispirate dal momento decorano questo sentiero, scavando in quel materiale veri e propri bassorilievi, quasi tutti belli, alcuni con cavità dove inserire candeline che diventano gli occhi dei volti disegnati. Un’area, sopra un’altura, è fitta fitta di piccole stalagmiti di sassi in equilibrio uno sopra l’altro, incolonnati da innumerevoli persone.

Liberi tutti

Quando si dice festival, è inutile essere ipocriti, si dice droga. Non esisterà mai un tale assembramento di persone in svacco senza un qualche tipo di droga – il più delle volte è l’alcool. Uno può farne a meno, in determinate circostanze. Questa è una di quelle. È bello anche solo andare in giro e osservare la gente: ciascuno fa quello che gli viene naturale, non c’è pericolo di sentirsi ridicoli… c’è sicuramente qualcuno che fa qualcosa di più strano, e comunque se qualcuno ride lo fa con te, non di te. Come quello che gira facendo finta di nuotare nell’aria (o convinto di farlo), alzandosi ogni tanto con la mano a visiera per vedere che succede fuori dal mare. O quello che balla nudo nel fango, saltellando di qua e di là con le sue grazie al seguito. Molti giocolieri (tanti improvvisati), e uno che pedala su una bici ricoperta di peluche rosso. Tutti ballano, certi dormono in giro, alcuni corrono, quando ne sentono la necessità. Quasi tutti sono abbigliati in modo strano, ma dopo un po’ non è difficile distinguere chi lo fa per moda (i fighetti ci sono in ogni campo) da chi si mette qualcosa di bizzarro perché ne ha voglia, punto.

Questa libertà si riflette anche nella forte attività di compravendita di sostanze stupefacenti. Iniziata in sordina, senza persecuzione si è poi tramutata in una attività del tutto naturale: non è raro trovare cartelli con occasioni speciali, come al supermercato. I venditori passano per il campeggio urlando quel che offrono, come moderni arrotini. La gente discute della bontà di questa o quell’altra sostanza, come si parlerebbe di dolcetti. A tratti fa impressione – è giusto che sembri così normale? – ma poi ti rendi conto che i ragazzi della croce rossa non si muovono praticamente mai dal loro tendone, e stanno sempre lì a braccia incrociate, e pensi che forse in fondo in fondo le persone non sono proprio prive di autocontrollo come si crede.

L’autocontrollo si vede anche alle docce e alle fontanelle, nonché ai bar. Le file si formano spontaneamente, e nessuno tenta di rubare il posto a un altro, anche perché non c’è fretta di fare nulla. Non abbiamo mai visto nessun adulto litigare, e nessun bambino fare i capricci. Quelli che buttano le cartacce per terra ci sono, purtroppo, anche se tutti limitano il più possibile i rifiuti: un banchetto italiano serve le pizze già tagliate – niente posate – sui cartoni delle birre, che poi ti chiede di restituire per il prossimo cliente. In questo senso è un peccato vedere gli abitanti del posto lavorare a pulire, sistemare e costruire il tutto mentre i tanti ospiti (seppur paganti) non fanno nulla. Ma anche loro sembrano gioire dell’evento, in fondo: nessuno si sarà mai divertito tanto come quei pompieri che, chiamati a rinfrescare la folla sotto al mainstage con i loro manicotti, sono subito diventati il centro dell’attenzione, incitati dalla gente. Erano più importanti della star che stava suonando al momento, la gente ballava per loro. Finita l’acqua alle pompe, preso dall’euforia generale, un vigile del fuoco si è messo anche lui a ballare sul camioncino, mentre tutti applaudivano.

L’energia

È difficile spiegare cosa succeda qui ad Ozora. Col rischio di sembrare un po’ fuori di testa – ma è il sistema più adatto a descrivere la realtà – si può dire che c’è un’incredibile energia positiva che collega tutti i partecipanti. Tutti sono gentili con gli altri, tutti sono amici. Ed è di notte, nel campeggio, che questa rete di energia prende forma, sotto forma di ululati. Sì, ululati: ogni tanto, nel buio, qualcuno ulula, come un lupo. Che è per allegria, lo capisci dall’intonazione. E subito il vicino di tenda lo imita, e poi gli altri due, e così via, e l’urlo di energia si propaga per le collinette buie, spontaneo.

2012

La prossima edizione di Ozora sarà dal 7 al 12 di agosto. Io ci vado, non ci piove. Ho saputo che sono cambiati gli organizzatori: speriamo che lo spirito del festival non cambi, che non diventi un evento commerciale, e speriamo che un certo tipo di persone non cominci ad andarci per moda, rovinando tutto. Incrociamo le dita e aspettiamo con ansia l’estate!

 

P.S. per chi voglia farsi un’idea delle dimensioni dell’area e del numero di partecipanti, l’unico modo è guardare queste riprese dall’alto (era un’omino con un’elica sulla schiena attaccato a un parapendio che le faceva, l’ho visto)

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