Un posto dove porto tutti quelli che vengono a trovarmi (o dove tutti quelli che passano da Berlino vengono a cercarmi) è lo Schokoladen, una vecchio negozio di cioccolata vicino a Rosenthaler Platz, nel quartiere di Mitte. Qualche mese fa c’è stato un lasso di tempo in cui temevo che questo post non l’avrei mai scritto perché lo Schokoladen rischiava di scomparire. Aveva senso parlare di un posto che sarebbe scomparso di lì a poco? Era forse meglio aspettare la fine di quella situazione incerta e parlarne dopo, per consigliarlo, oppure per raccontare cos’era stato e basta. Fortunatamente posso fare entrambe le cose.
A Berlino ci sono tanti posti che mi piacciono, anche perché Berlino è piena di bei posti, ma posso dire con sicurezza che questo è il mio preferito.
Quando ci si trasferisce in una nuova città si cercano nuovi legami con le persone e i luoghi. Conoscevo il nome questo posto già da prima di venire a Berlino, perché ci aveva suonato un ormai defunto gruppo bolognese a cui ho voluto tanto bene.
Me lo trovai davanti casualmente una delle prime volte che passeggiavo a Rosethaler Platz, che più che una piazza è un grande incrocio di strade che portano ai quartieri di Mitte, Wedding e Prenzlauer Berg.
I palazzi di Rosenthaler Platz sono eleganti e ristrutturati e dai bar che si affacciano sulla piazza si vedono quasi solo laptop con mele morsicate, ma basta entrare in qualche cortile o girare per qualche via secondaria e si trovano luoghi che portano ancora i segni di quell’esplosione di energia che era stata la caduta del muro.
Lo Schokoladen si trova proprio in una di queste vie secondarie e la prima volta che l’ho visto il nome era scritto a caratteri cubitali su uno striscione che ne invocava la salvezza. L’edificio era una vecchia fabbrica di cioccolata diventato proprietà dell’amministrazione cittadina durante la DDR e occupato nel 1990 dopo la caduta del muro. Tre anni dopo venne comprato e cominciò una battaglia infinita per poter rimanere.
A differenza di tanti altri posti occupati lo Schokoladen è particolarmente grazioso e non propone quasi mai attività politicizzate. Ci sono concerti quasi ogni sera e i generi sono diversissimi tra loro (folk, pop, post-rock, punk e via). Il martedì è dedicato ai reading e gli altri giorni propone anche film, serate di karaoke, djset di ogni tipo e serate queer. Nello stesso edificio si trovano poi un teatro, diversi atelier e sale prove e un altro locale che propone serate culturali. La fauna spazia dai punk con le creste colorate e la faccia bucata agli hipster con le borse di tela. E a me piace avere un punto fermo in mezzo alle mille sfaccettature della città.

Dopo un prima fase in cui ci andavo solo per eventi di rilievo, ho cominciato ad andarci sempre più spesso e spontaneamente. Da sola, con qualche amico, con gente che incontravo lì per la prima volta.
Poi, più o meno quando realizzai la grande importanza di quel luogo per me – successe alle quattro di mattina di un sabato, ero di un umore strano, avevo lasciato i miei amici in un club lì vicino, mi ero presa una birra da sola e avevo cominciato a farmi raccontare storie dalla gente che avevo trovato al banco – arrivò l’ordine di sgombero.
Più che essere una questione legale – le case “occupate” di Berlino non sono in realtà tali, perché hanno quasi sempre un contratto – il tema principale era, ancora una volta, quello delle gentrificazione. Fu proprio quello il periodo in cui cominciai ad interessarmi a questo tipo di storia, a leggere libri sulle case occupate, a leggere i quotidiani tedeschi. Nel lungo processo che sta trasformando Berlino nella mia città (e che probabilmente mai avrà termine) questo evento ebbe un’importanza fondamentale perché sviluppai un vero attaccamento ad un posto che per me era anche il simbolo di un pezzo di storia, nascosto agli occhi di molti, dietro i palazzi restaurati, in una via secondaria di una zona del centro.
Lo sgombero era fissato per il 22 febbraio alle nove di mattina e moltissime persone si stavano mobilitando. Erano previsti concerti, posti per dormire dentro i locali e nel cortile, una colazione per tutti. Mi vedevo, seduta per terra, probabilmente al freddo, ad aspettare la polizia. Il seguito non riuscivo ad immaginarlo. Collegare la violenza, i manganelli e i camion ad un luogo così adorabile era una cosa che non riuscivo proprio a fare.
La serata che avevo frequentato più spesso si chiamava (e fortunatamente si chiama ancora) M:Soundtrack e la organizza una ragazza di nome Melissa, più o meno due volte al mese, quasi sempre di giovedì. L’ultimo giovedì prima dello sgombero ero quindi andata lì, quasi certa che sarebbe stata una delle mie ultime sere tra quelle mura (mura coperte da una carta da parati a roselline rosse, vale la pena di dirlo). Il concerto doveva finire come sempre alle dieci precise (sì, i vicini si lamentano e loro cercano di essere più educati possibili) ma quella sera lei era salita sul palco, commossa, e aveva chiesto di suonare un altro pezzo, visto che era una serata speciale. Io ero poi rimasta fino all’una a parlare con lei e con l’autore di uno degli album che quell’anno mi avevano scaldato il cuore. La metro aveva smesso di andare da un pezzo ed ero tornata a casa con l’autobus notturno.
Il giorno dopo, con gran gaudio, la notizia che lo sgombero era stato annullato. Tornai lì la sera stessa e abbracciai il barista che mi offrì un giro.
La questione burocratica e tecnica è forse poco interessante: al proprietario è stato offerto un pezzo di terreno edificabile nelle vicinanze e l’edificio è stato comprato da una società svizzera.
La questione simbolica è un’altra: come già ho detto in passato, la città cambia sempre e non ha paura di dimenticare. Tra l’inevitabile rinnovamento e la totale scomparsa della sua storia, anche quella un po’ sovversiva, è bello vedere che è possibile trovare dei compromessi.
Quindi, se passate per Berlino, d’ora in poi e per sempre, fate un salto allo Schokoladen in Ackerstraße 169 e innamoratevi un po’ anche voi di questo posto splendido!

Questo era uno dei manifesti contro lo sgombero e mi piaceva tantissimo. Uno sguardo storto e la domanda “E come sarebbe se invece restassimo?”