Una delle mie storie preferite riguardo a Berlino è quella della Schloßplatz, ovvero la Piazza del Castello. La Piazza del Castello si trova a Unter den Linden, una delle vie principali, proprio di fronte al Duomo di Berlino. La buffa particolarità di questa Piazza del Castello è che non c’è nessun castello. C’era, una volta. Ma quando la città si ritrovò divisa, a guerre finite, il castello, un po’ malridotto ma ancora recuperabile, ebbe la sfortuna di trovarsi nella parte Est, quella comunista. Ovviamente non c’era la volontà di ricostruire un simbolo così borghese e il castello venne demolito. Al suo posto il governo della DDR fece costruire l’enorme Palast des Republik, ovvero la sede del parlamento, utilizzata anche come centro culturale. Era un palazzo enorme e di un colore arancio-rossiccio, con quell’imponenza cheap tipica dei palazzoni sovietici. Ma se pensate che l’enorme palazzone sia ancora al suo posto, vi sbagliate di grosso perché questo ingombrante simbolo di un passato che qualcuno vuole dimenticare è stato demolito, in mezzo alle proteste generali, nel 2008. Al suo posto vogliono ricostruire… il vecchio castello! Come molti dei progetti che esistono a Berlino anche questo fatica a divenire realtà, ma il punto non è se il castello lo costruiranno di nuovo oppure no. Il punto è che qui a Berlino è successo di tutto e tutto può accadere. E che quando qualcosa accade, accade sempre velocemente. Ma la cosa bella di tutto questo movimento, è che tutti sembrano accettarlo. Non so se questo faccia parte della cultura tedesca o sia una cosa che si respira solo a Berlino. Non mi stupirei se fosse così. In questa città i cambiamenti si sono susseguiti in modo radicale e violento. Qui mi è capitato di ritrovarmi senza casa nel giro di una settimana, di essere licenziata e di trovare nuovi lavori con la stessa velocità.
Una delle cose che sto imparando a Berlino è il non aver paura dei cambiamenti.
Qualche tempo fa hanno demolito un altro palazzone gigantesco: la Deutschlandhalle, un palazzetto dello sport costruito da Hitler per le olimpiadi del 1936. Il suo tetto è stato fatto scoppiare ai primi di dicembre. Qui si tenne anche il concerto di David Bowie raccontato nel libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Ora non esiste più e nessuno sembra sentirne la mancanza.
Finché i cambiamenti riguardano i palazzi grandi la cosa non mi tocca più di tanto; diverso è quando a cambiare sono i negozi, i club dove andavo appena ero arrivata qui e che ora non esistono più, i club in cui non ho neanche fatto in tempo ad andare. La mia Lonely Planet edizione 2006 è già praticamente obsoleta e ho cominciato a depennare con una riga i posti che non ci sono più.
Ma qui affrontano le cose in modo diverso da come le affronto io. Quando a Bologna chiuse il Sesto Senso mi ricordo serate di protesta, discussioni animate all’interno del locale e sui giornali locali e infine un canto del cigno tradotto in un ultima settimana di programmazione strappalacrime. L’ultima sera ci andai e mi assaporai ogni momento e ogni canzone, come se una parte importantissima e irrecuperabile della mia vita o della vita bolognese si stesse chiudendo per sempre. Qui invece queste scene non le ho mai viste.


A settembre il sempre-solito-amico-Claes mi portò al Kiki Blofeld, un locale sulla riva della Sprea che stava chiudendo (anche questo è segnalato sulla Lonely Planet. Se ne avete una, depennatelo pure: non esiste più). Ne avevo sentito parlare ma non c’ero mai stata. Lui diceva che era carino e che meritava un saluto. Mentre lo cercavamo, perché era un po’ difficile da trovare, pensavo che mi sarei trovata in un locale pieno, frotte di gente con il cuore affranto e che levava in aria calici di vino (o le bottiglie di birra), ballando e piangendo. Mi ritrovai invece all’interno di quello che era sicuramente un locale bellissimo e pieno di fascino, ma vuoto. Non era vuoto, in realtà. Probabilmente era pieno ma non pienissimo. Più vuoto di come me l’aspettassi. Mi ritrovai a ballare “99 Luftballons” su una pista con solo una decina di persone e pensai che a vedere tristezza in tutto questo, probabilmente ero solo io e che ancora forse non avevo capito che non bisogna avere paura delle cose che finiscono, perché lasciano spazio a cose nuove o semplicemente diverse. Perché se una cosa l’hai già fatta, per quanto fosse bella, forse tanto vale farne una nuova.

(la prima foto viene da Wikipedia, mentre le altre due le ho scattate io al Kiki durante la serata di chiusura)