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Marina Abramovic, le vie dell’arte sono infi...

Marina Abramovic, le vie dell’arte sono infinite

Il mio rapporto con l’arte concettuale è pressoché inesistente. Peggio.
L’arte concettuale è una di quelle cose che tira fuori il peggio di me (vedi risatine, semplicioneria, sfottò, facile ironia e cose del genere). Tempo fa un amico mi ha mostrato il video di un artista svizzero* che si esibiva nella scalata di un monte. Le riprese mostravano il punto di vista dello scalatore, e tutto ciò che c’era nel video era la strada che man mano veniva percorsa, il rumore dei passi e il fiatone dall’artista. In ultimo, dalla vetta del monte scalato, si vedeva lo stesso villaggio che alla partenza l’artista aveva attraversato. Terminato il video ho lanciato uno sguardo al mio amico. “È concettuale”, mi ha detto. E la discussione è finita lì.

Questo per dire che se possiedi un occhio fortemente scettico, critico e sospettoso, è possibile che Marina Abramovic, come molti altri della sua categoria, ti faccia sollevare un sopracciglio, o anche due. E ciò nonostante, nel momento in cui la vedrai, la sentirai parlare e conoscerai la sua storia, non potrai ostentare cinico distacco. La ascolterai. Magari manterrai le tue riserve, o ti lascerai sfuggire un commentaccio. Ma in contemporanea penserai che quella donna ha qualcosa. Un carisma, un’energia, chiamatelo come volete. Qualcosa di impalpabile e innegabile al tempo stesso.

Marina Abramovic. Chi è costei? Belgrado, classe 1946. Ad oggi una perfomer artist tra le più conosciute al mondo (benché fino ad un paio di anni fa sconosciuta ai più). Ha cominciato ad esibirsi in Serbia negli anni ’70 ed è approdata nel 2010 al MoMA di New York per una mostra celebrativa della sua carriera. Per quarant’anni questa donna ha usato il proprio corpo per fare di tutto. Ha urlato, ha digiunato, ha ballato, si è stesa nel mezzo di una stella a cinque punte in fiamme (rischiando la morte per asfissia), si è fatta avvinghiare dai pitoni e ha offerto al pubblico 72 oggetti – fra cui una pistola – da utilizzare su di lei.

Ma quello che colpisce di questa artista non è solo l’uso estremo che fa del proprio corpo, ma è anche, o soprattutto, la serietà, il rigore, la disciplina, l’intensità che riesce a trasmettere. Un atteggiamento di profonda perseveranza presente non solo nelle sue opere, ma anche nel modo in cui, negli anni, ha portato avanti la sua carriera. Dagli inizi, quando prese la decisione di vivere in un furgone con Ulay, suo compagno di vita e di performance, dedicandosi esclusivamente all’arte (durò per cinque anni). A quando, arrivata ad un inevitabile punto di rottura col compagno, si trovò costretta ad affrontare una sorta di nuovo inizio, professionale e umano (i due si lasciarono con un’epica performance, in cui camminarono lungo la muraglia cinese per 2500 km). Senza scordare che per buona parte della sua carriera, specie all’inizio quando la performance art non era molto nota, il suo lavoro è stato completamente messo in discussione. Le persone continuavano a chiederle cosa stesse facendo e perché; e se quelle cose che faceva erano davvero considerabili come arte. “Mi dicevano che ero pazza – racconta lei stessa – e adesso, quarant’anni dopo, sono qua a  ricevere tutti questi riconoscimenti”.



Tanta costanza e fermezza, di questi tempi, risultano quasi esotici, e dunque, di un incredibile fascino. Se c’è una cosa che ho sempre detestato è sentir dire alle persone di successo che gli è capitato tutto per caso, come se loro non ci avessero messo il minimo impegno. Come se tutto quel ben di dio gli fosse piovuto dal nulla, per coincidenza, senza che loro lo volessero né lo cercassero. Non è il caso di Marina Abramovic. La sua predisposizione alla disciplina è radicata e viene da lontano. Figlia di due genitori entrambi militari, è cresciuta in una sorta di casa-caserma, governata da un’ordine maniacale e da un clima austero. Nella massima severità. Un severità che l’artista ha poi riversato del tutto nel suo lavoro: sfruttandola da un lato, ed esasperandola per esorcizzarla dall’altro. Non suona quindi troppo strano che i suoi “esercizi di allenamento” da performer consistano nello stare fermi per ore in mezzo al bosco, o nel gestire sacchi di riso, separandone i chicchi a seconda del colore.

La stessa mostra al MoMA di New York che poteva essere un buon momento per starsene tranquilla a raccogliere i sudati applausi, è diventata l’occasione per una nuova estenuante performance, intitolata The artist is present, che consisteva nell’offrire al pubblico il suo sguardo per 7 ore consecutive ogni giorno, per tre mesi. Il gioco però è valso la candela. La performance ha riscosso incredibile successo e affluenza di pubblico (fra cui nomi celebri come James Franco e Lou Reed, oltre che il suo storico compagno Ulay), e ha regalato ad Abramovic ulteriore popolarità. Dalla performance infatti è nato in parallelo un documentario omonimo, già pluripremiato, che ha portato il volto dell’artista sugli scaffali di moltissime librerie.

È il film perfetto per conoscerla, avvicinarla. Tenendo a mente che le vie dell’arte sono infinite.


*Stick Climbing  di Daniel Zimmermann


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  1. Costanza

    27 settembre

    grazie mille, non conoscevo il documentario! il suo lavoro che per me ha significato di più è Barocco balcanico: consiglio a chi è interessato di cercarsi immagini o video.

  2. Bianca Bonollo

    27 settembre

    Bel pezzo, avevo sempre sentito parlare di lei ma non l’avevo mai cagata, ora mi hai fatto venire voglia di approfondire! 😉

  3. ta

    28 settembre

    il documentario è recentissimo, è uscito in italia solo nel luglio 2012 (praticamente l’altro ieri). si trova nella collana dvd di feltrinelli e rende bene l’idea che c’è dietro la performance. ovvero quella di fermarsi, rallentare, pensare, prendersi il tempo per guardarsi intorno e dentro. e per comprendere, accettare magari.
    ed è impressionante come in effetti la abramovic diventi lo specchio di tutte quelle persone, mettendole davanti a se stesse, ma anche offrendogli una sorta di appoggio e di conforto (dice più volte di essersi ispirata all’idea di una montagna).

  4. […] (come Patti Smith o Björk), imperfezioni, conflitti interiori, autenticità, Miley Cyrus, Grimes, Marina Abramović, uso della nudità, performare al massimo delle proprie forze. Amanda Palmer parla di questo e […]

  5. […] Contemporanea che ospita moltissime opere di artisti/e croati e non (anche un paio di opere di Marina Abramović), anche se ultimamente se la deve giocare con il Museo delle Relazioni […]

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