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Lo Stato Sociale in concerto (?)

Non sono brava a fare le recensioni. Non conosco tutti quei bei termini tecnici e quel gergo appropriato che distinguono il banale commento da bar “A’m me piàsut bon ben*” dalla critica fine e accurata. Però ho un innato rispetto reverenziale per gli eventi artistici, di tutti i generi. Se vado a teatro mi capita spesso di restare imbambolata durante l’intervallo fra gli atti in uno stato vigile, ma semicatatonico, in rispettosa attesa. Se vado al cinema e qualcuno mi bisbiglia qualcosa all’orecchio (anche solo l’ingenua richiesta di un nome o del titolo di una canzone della colonna sonora) grugnisco e incenerisco con lo sguardo il malcapitato. Non è snobberia, mi viene così. L’altra sera sono stata a sentire il concerto dello Stato Sociale in quel di Vigheffio. Praticamente è un posto in mezzo alla campagna di Parma dove vivono le persone molto ricche nelle loro ville molto da benestanti, oppure c’è la Fattoria, che è dove sono andata e che è un posto dove vivono i matti e si fanno un sacco di belle attività e c’è il parco giochi e d’estate si fanno i concerti. E appunto un concerto sono andata a vedere, quello dello Stato sociale. A me lo Stato Sociale sentito su youtube piaceva un sacco: me l’ha fatto conoscere tempo fa una persona speciale e in pratica da allora mi piace. Insomma, sono andata là con grandi aspettative e in effetti ho aspettato, aspettato e aspettato: quasi due ore su una panca di legno mangiando patatine ambigue e assorbendo l’umidità mostruosa che promanava dal prato. Il dj set che c’era prima del concerto faceva abbastanza pena, ma io pensavo che fosse una specie di contrappasso per la lussuria musicale che avrei assaporato dopo. Finalmente verso le undici i giovani salgono sul palco. C’è anche un banchetto che vende cd e spillette: ovviamente inizio a meditare l’acquisto. Qualche battuta e io mi distraggo a fissare un gruppo di ragazzi in prima fila inutilmente esaltati dalle gag. Prima canzone. Positivo. Applauso. Intermezzo dialogato infinito con sequela di inutili lazzi che mi fanno notare l’assurdo abbigliamento di una bella ragazza che telefona camminando avanti e indietro a fianco del bar: short, maglietta fluo verde semitrasparente, tacco, borsa fluo verde tono su tono. Decisamente fuori luogo. In effetti gran parte delle persone sembrano fuori luogo: c’è qualche hipster si, ma la maggior parte dei presenti ha uno stile a metà fra il rasta, lo sfattanza e l’hippie attardato. Mi compiaccio dei cani in seconda fila che socializzano. Canzone, finalmente. Storpiata, orribilmente. Un pazzoide che conosco bene lancia per aria la birra e cerca di berla al volo: si infradicia e si scuote come un cane. Mi allontano mentre un gruppetto di giovincelle si mostra tutto preso da quanto sta avvenendo sul palco, ovvero il nulla totale perché il gruppo ha iniziato un inutile cazzeggio a base di battute trite e ritrite. “É bello suonare a Piacenza”. Fantastica gag, il pubblico di Parma è in deliquio. Io inizio a pensare che al massimo gli lascerò i soldi di una spilletta. Prime note della mia canzone preferita e mi suona il telefonino: questioni importanti e devo rispondere, ma mi dolgo perché perderò il pezzo migliore della serata. Purtroppo la batteria del telefono si scarica e faccio in tempo a tornare sotto il palco per la coda del brano. Desolazione. Mi perdo a pensare a come farà il tizio vicino a me a lavarsi la faccia con quella barba enorme e foltissima che si ritrova sul mento. Intanto una lepre passa lungo la siepe dietro al palco e mi fornisce un buon 20 secondi di lieto intrattenimento mentre la band si sta cimentando un misto fra un ballo, un numero da circo e dei lazzi da saltimbanchi. Intanto si lamentano che il pubblico di Parma è freddo e insistono nel far andare la gente più vicina al palco. Se nessuno si muove dovreste chiedervi il perché. Mentre una delle band che più aveva riscosso il mio recente entusiasmo musicale si umilia pubblicamente, inizio a pensare che non comprerò nemmeno la spilletta, che ho freddo, che qualcosa mi si è piantato sullo stomaco e potrei star male a breve. Inizio a gnolare** per andare a casa e, strano ma vero, raccolgo il consenso di tutta la compagnia.

Se mai vi venisse in mente la sventurata idea di andare a sentire lo Stato Sociale dal vivo… compratevi il cd o guardateli su youtube. Quantomeno accertatevi che la festa in cui suonano (o il locale) fornisca dosi bastanti di alcool per trovare spassosi giochetti verbali e mimici da bagaglino. E a me comunque lo Stato Sociale come musica mi piace. Ecco.

* Mi piacque assai

**Emettere suoni e/o parole in grado di recare fastidio nel prossimo al punto da costringerlo a fare quanto da voi richiesto.


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  1. Veronica Tosetti

    19 Luglio

    A me aggradano soprattutto per la goliardia e il degrado di amor proprio raggiunti durante i loro concerti! non si potra’ definire “un giudizio rotondo e completo”, magari e’stata solo una serata sfigata!

  2. Ilaria Milea

    19 Luglio

    Sfiga, solo che sfiga!

  3. elisa

    20 Luglio

    “Lazzi” è una di quelle parole che trovo non si dovrebbero ripetere in un articolo.

  4. Caterina Bonetti

    23 Luglio

    Concordo con Veronica per la componente della goliardia: sono bravi, sono autoironici e può anche darsi che sia stata solo una serata così…Ripeto, ho amato e amo tutt’ora molto i loro album, ma dal vivo sono stati ampiamente “sottotono”.

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