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L’innocenza del tartan: perché il kilt è una...

L’innocenza del tartan: perché il kilt è una gonna e perché non importa

Qualcuno ha detto che l’unica cosa che separava la Scozia dal dilagare dell’obesità era l’eroina. Per fortuna con gli anni le cose sono cambiate e l’obesità è divenuta una piaga sociale in tutto in Regno Unito. Parlando di obesità, in Scozia, in particolare sulla costa ovest, sono diffusi i cosiddetti scooby snack: unti orrori in forma di hamburger che contengono uovo, pseudo-formaggio e ogni sorta di prodotto che fu carne in una vita precedente, venduti da furgoncini paninari. Altrettanto diffusi sono i loschi chioschi che preparano, a notte fonda, pressoché ogni varietà di cibo poco salubre, fritto, con contorno di patatine flosce. Sono entrambi classici scozzesi motivo di assai scarso vanto, che forniscono le dosi di carboidrati e proteine a basso costo divorate avidamente da bevitori di ogni età al rientro da un pub crawl. È il genere di cibo che, lì per lì, all’una del mattino, magari sembra anche una buona idea. Sui marciapiedi, alle ore piccole del mattino, si vedono spesso coppie intente a fagocitare disgustosi panini in completo silenzio. Il tacito accordo è che non si parla degli scooby snack mentre li si sta mangiando. Si potrebbe pensare che lo stesso imbarazzato cameratismo sia, nelle lande che hanno donato al mondo il whisky e Irvine Welsh, la ragione del silenzio tra uomini che indossano gonnellini. Non c’è ovviamente nulla di più sbagliato.

La mia prima volta in Scozia, scendendo dal taxi, sul marciapiede di fronte all’albergo un omone in kilt e basco di flanella stava passeggiando un cagnetto minuscolo. Ho scoperto poi essere il proprietario—l’omone in gonnella, non il cane—di un negozio di antiquariato non molto distante. Il fatto è che i kilt non sono, per usare le parole di Corrado Guzzanti, “stupidi, buffi costumi regionali”. O meglio: sì, sono buffi costumi regionali. Sono anche stupidi? Non necessariamente più di altri. Il kilt è figlio di una lunga tradizione che precede quella di pantaloni e biancheria intima—com’è il caso, d’altro canto, delle toghe e delle armature greco-romane con pterigi. I kilt sono pratici quando si tratta di correre per le brughiere, guerreggiare da fanti e lanciare tronchi; quando c’è da marciare per ore senza poter fermarsi per le funzioni fisiologiche; quando si suda molto arrampicandosi su per montagne non particolarmente gelide ma al tempo stesso è importante mantenere la soffice area inguinale avvolta nella lana; quando è utile riconoscere le mutue regioni d’origine gettando uno sguardo ai rispettivi tartan. Indossare kilt al giorno d’oggi è insolito e non particolarmente pratico. Tant’è che, oltre all’antiquario con cane, nella vita quotidiana in pochi lo fanno. Non perché il kilt sia oggetto ridicolo e causa di particolare vergogna ma perché il kilt, in Scozia, è praticamente l’equivalente della marsina: una tenuta di gran prestigio e tradizione, riservata a occasioni come eventi di gala e matrimoni. Si usa indossarlo anche nelle céilidh, eventi danzanti informali; ma le céilidh sono solitamenti luoghi di confusione estrema in cui tutti sono ubriachi e nessuno ricorda i passi. Kilt o pantaloni, quindi, non fa alcuna differenza.

Il kilt non viene davvero mai visto come indumento poco mascolino. È una semplice questione di prospettiva storica: nel nord Europa del medioevo il plaid avvolto in vita, progenitore del moderno kilt, era diffuso tanto quanto e probabilmente più dei germanici, barbarici pantaloni. Sarebbe però troppo facile liquidare l’intero discorso dicendo semplicemente che non c’è nulla di cui parlare, dato che il kilt, di per sé, non ha alcunché di evirante. Porla in termini culturali è come fare qualcosa in pubblico riconosciuto universalmente come stupido o perlomeno radicalmente insolito—sfoggiare baffetti hitleriani, per esempio—e quando qualcuno punta il dito protestare balbettando, aggrappandosi invano ai validissimi esempi di Charlie Chaplin o Oliver Hardy. Quel genere di discorso appartiene alla letteratura accademica. Evitiamo anche di cadere in quel buco nero che è la retorica di cosa rende un uomo un uomo, perché sterile e retrograda. Tutto quello che si può dire è che un uomo resta tale anche indossando un kilt (o non indossandolo). Può cercare di convincere se stesso e gli altri che il kilt non è una gonna. Ma il fatto è: il kilt è una gonna. Non un mostro mangiatesticoli, non una iniezione di estrogeni: una semplice, innocua gonna. Pratica, per di più. Calda. Sobriamente colorata.

Guardare il kilt con lo sdegno del liceale disperatamente alla ricerca di un modo di affermare la propria mascolinità è un atteggiamento immaturo che possiamo lasciare ai liceali. Gli uomini spaventati dal kilt non è davvero il kilt che temono. Non lo vedono come indumento castrante che dia il diritto di insultare colui che lo indossi. Sono spaventati piuttosto dalla sicurezza con cui sfoggia un kilt chi il kilt lo indossa, e inquietati dal fatto che loro stessi vedono il kilt come una minaccia alla mascolinità più di quanto lo facciano molte donne. Ma dire che è legittimo indossare il kilt perché sì è una gonna, ma una gonna da uomini, naturalmente non è il punto. La dialettica della gonna per uomo lasciamola a Marc Jacobs. Che si indossi quello che si vuole. E se qualcuno ha qualcosa da ridire, si sollevi il kilt e gli si mostrino le natiche.


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  1. Marta Conte

    21 novembre

    Amen!

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