Nel corso degli ultimi due mesi ho messo piede in diverse chiese e sono stata a Messa un paio di volte. Quando lo racconto ad amici e conoscenti sono in molti a guardarmi con occhi a punto di domanda, timorosi che dopo un decennio di miscredenza mi sia ridata al culto delle divinità. In verità vi dico che sto scrivendo un romanzo e che le visite a casa del Dio dei cattolici mi servono per documentarmi.

Il mese scorso ho seguito i primi venti minuti di una Messa serale presso il Duomo di Trento. Com’è noto, santuari, duomi e cattedrali sono i luoghi migliori dove andare a pescare i preti più conservatori e in effetti la mia esperienza tridentina non ha disconfermato tale luogo comune. Ho ascoltato una predica così orribile e sottilmente violenta che sono poi stata costretta ad andarmene, perdendomi così la compresenza con almeno una quindicina di suore vestite d’azzurro e i canti lamentosi che di lì a poco avrebbero accompagnato il momento della Comunione.

Non ricordo di preciso come giunsi a dubitare per la prima volta. So che alla fine delle scuole medie avevo già deciso di non andare più a Messa e che frequentare una scuola cattolica aveva completamente distrutto la buona opinione che da piccola avevo del clero. Credo che il mio problema con il cerimoniale fosse in gran parte dovuto alla sua noiosa natura e al fatto che cominciavo a non sopportare più le persone che pretendevano di comandarmi a bacchetta. Tornare a Messa diversi anni dopo, con un enorme bagaglio di esperienze e letture che all’epoca mi erano pressoché ignote, ha sancito il mio distacco dalla Chiesa Cattolica Romana su nuovi livelli.

Quando decisi di farmi cancellare dal registro dei battesimi di una delle più belle chiese di Vicenza, motivai la mia scelta dicendo soltanto che non volevo più essere computata. Quando i miei genitori lo scoprirono e si arrabbiarono, risposi con fare pedestre e nervoso, parlando del disprezzo che sentivo riversarsi su tante persone a me care (e, in parte minore, su me stessa); un tipo di disprezzo decisamente poco cristiano che non avevo alcuna intenzione di continuare ad appoggiare in silenzio, facendomi appunto computare.

Nel Duomo di Trento ho ascoltato una predica apertasi con un lamentoso richiamo alla fratellanza e al riconoscimento del diverso, e conclusasi sottolineando che gli Altri saranno però ben accetti solo dopo essere diventati esattamente come Noi. Un tempo, quando molti aspetti della vita mi erano oscuri, mi sarei sentita inclusa in quel grande Noi pronunciato dal parroco. Quel giorno, invece, mi sono sentita Altra, nonostante il mio curriculum di vita e le mie comiche esclamazioni prese a prestito dalle suore che ho conosciuto nel corso degli anni (“Maria santa!”, in primis). Nelle parole così studiatamente generiche e solo in apparenza inoffensive del parroco, ho visto gli armadi di silenzio in cui alcune delle persone cui voglio più bene sono state rinchiuse per anni, dicendosi che le loro famiglie erano troppo cattoliche per reagire positivamente al loro coming out. Ho poi sentito l’espressione “differenze razziali”, che sulla bocca di quel prete suonava come una delle uscite più razziste che avessi mai sentito. Ho visto solo odio nei confronti di chi, per un motivo o per l’altro, non fosse sostenitore di quella che è stata chiamata più volte Verità. Piatta, triste e monolitica Verità.

Negli anni mi sono sentita chiamare diverse volte “arida”, perché a quanto pare è un certo tipo di credenza fortemente ritualizzata e instillata fin dall’infanzia a fare di te una persona fertile. Io sarei arida perché non vado a Messa a Natale, ma anche perché il calore e la quiete che da piccola trovavo nella preghiera si sono da tempo spostati altrove. I primi due esempi che mi vengono in mente sono questi: la contemplazione di un giardino estivo, carezzato dall’inteso ronzio d’insetti, e la voce di Antony Hegarty.

Causalmente, quest’oggi la nostra cara Anita mi ha mandato una mail segnalandomi un breve monologo dello scorso anno, in cui Antony affronta temi complessi come la crisi ecologica, le possibilità insite in visioni della divinità non basate su logiche patriarcali e la tanto ridicola quanto resistente omofobia e transfobia ancora presente nelle principali religioni mondiali. Si tratta solo di una suggestione, ma ho voluto scrivere questo post per segnalarvela a mia volta, perché l’ho trovata particolarmente profonda e poetica e, come spesso accade con le parole di Antony e certi deliziosi testi di queer theory, mi ha dato molta speranza.

Qui c’è la trascrizione, se avete bisogno di un appoggio.