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La pedagogia della noia

Inevitabilmente, ogni anno, con l’arrivare di agosto mi tornano alla memoria i noiosissimi pomeriggi trascorsi nel cortile di mia nonna nelle infelici giornate in cui mia cugina non c’era e nessuno si prendeva l’onere di intrattenermi o trovare qualche attività per farmi passare la giornata. Ricordo distintamente il calore del gradino di pietra davanti a casa, il rumore del getto dell’irrigatore, il bianco abbacinante della cancellata che mi separava da un ulteriore niente al di là della strada. Le attività veramente divertenti richiedevano spesso la presenza di un altro bambino e al tempo non avevo ancora scoperto la lettura e le infinite possibilità di evasione da lei offerte. Quindi dopo essermi dedicata per qualche minuto all’inutile salto alla corda, all’ancor più inutile palleggio contro il muro o all’inutilissimo tentativo di fare la ruota senza fracassarmi la faccia incominciavo a creare qualcosa che mi permettesse di uscire da quell’infelice stato di torpore soporifero. E allora via con la costruzione d’improvvisate casette sotto gli alberi, via alla realizzazione di complicatissimi collage con i ritagli del giornale (che spesso assumevano le sembianze di trittici medievali), via alle ricerche “archeologiche” nel solaio o in cantina, che univano lo spirito d’intraprendenza al desiderio di pericolo. Infine il mio capolavoro: la creazione di un orto tutto mio, con tanto di mini recinzione in corda e cartellini segnaletici delle diverse colture. Non ho mai avuto veramente la prova che il mio puerile sudore abbia dato i suoi frutti (finto agosto si tornava in città e le rassicurazioni di mia nonna sull’andamento proficuo del raccolto non mi hanno mai convinta al cento per cento), ma quel che conta è che conservo ancora qualche foto di me in versione country, cappello in testa e mini cazzuola in mano. Il ritratto del contadino lieto. Tutta questa bella premessa per dire che questi momenti mi hanno permesso di sperimentare, di cercare soluzioni al “niente” che mi ammorbava, di fare felici incontri con attività che diversamente non avrei mai provato. Crescendo, questi spazi di “silenzio” mi hanno permesso di affrontare letture che nell’iperattività di tutti i giorni non avrei mai nemmeno incominciato, di imparare nuovi sport, di conoscere gruppi musicali ritrovando vecchi dischi in solaio e altrettanti affrontando la polverosa lettura di riviste amorevolmente conservate in scatoloni della cantina. La noia insomma genera creatività ed è un serbatoio inesauribile (ovviamente solo se supportata da un minimo di mezzi esterni) di opportunità. Mi accorgo ora che la noia è quasi scomparsa. Grazie a internet anche quando sono “in isolamento” ho sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare, un ultimo lavoro da sbrigare o per il quale mettermi avanti. La curiosità però è rimasta e riemerge prepotentemente nella ricerca di documentari su temi assurdi o di gruppi musicali di dubbio gusto. Siamo sicuri che questo tipo di “ricerca” sia possibile per chi la noia vera non l’ha mai provata? Per quelle persone che, sempre trasportate da una vacanza ad un campo estivo, da una scuola sport a una spiaggia, non si sono mai ritrovate sedute alle due del pomeriggio su un gradino con la prospettiva di non avere proprio nessun impegno fino a sera e probabilmente nemmeno nei giorni successivi? Io piango allora la perdita della noia, di quella riserva di tempo inutilizzato in grado di non far pesare, in età adulta, tutti i giorni di affanno e di corsa che siamo costretti a subire.


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  1. andrea

    28 agosto

    Pedagogia / Apologia ?

  2. Nicolò

    28 agosto

    Che bel testo! Avevo già capito da solo che non avere internet e insomma tutta la tecnologia durante la mia infanzia ha stimolato la mia creatività, ma non l’avevo collegato alla noia e quindi all’idea per cui la noia genera paradossalmente energia, vitalità, attivismo! Grazie

  3. Veronica Tosetti

    31 agosto

    Mi hai evocato bei ricordi… Brava!

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