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La fame e la fame che non c’è più

Avevo questo collega all’università. Un simpatico ragazzo occhialuto che seguiva il mio stesso corso di laurea; oltre ad essere mio collega, però, il simpatico ragazzo era anche batterista; suonava in un gruppo, scriveva per un giornale locale, e voleva entrare in un secondo corso di studi, a numero chiuso, al quale poi, puntualmente, entrò. Di lì a poco, il collega prese la prima laurea e poi, attraverso varie vicissitudini, fra le quali cambiare sede universitaria e scrivere la tesi in una sorta di ripostiglio, prese la seconda. E le sue peripezie continuarono all’estero. Chissà perché all’epoca, quando lo conobbi, non mi scattò nulla nella testa. Nessun campanello. Solo più tardi afferrai la lezione vivente in cui mi ero imbattuta. Un esempio positivo in carne e ossa. Una dimostrazione occhialuta di cosa può significare fare di tutto per ottenere qualcosa. Grazie a lui, ho ridefinito il significato di parole come ‘darsi da fare’ e ‘industriarsi’, e  se lo ripenso oggi,  so che è una buona immagine da dare ai ‘Giovani’. L’essere continuamente dedicati alla ricerca, al perpetuo apprendimento, l’essere curiosi di tutto, senza sedersi, e restando pronti a farsi in quattro. Qualsiasi cosa questo possa significare. Dentro o fuori l’università.

Come forse avrete intuito, oggi parliamo di ‘Giovani’ (in barba al tg2).

Assumendo che almeno una parte dei cosiddetti ‘Giovani’ sia veramente tale, possiamo immaginare che la loro professione sia quella degli studenti, per lo più studenti universitari. Sicché parlare di loro significa parlare del nostro sistema scolastico, degli atenei, ma anche di tutto quello che viene prima. A dir la verità, quando mi capita di vedere persone ancora invischiate anima e corpo con l’università mi si crea nell’animo una strana amalgama. Un miscuglio di sensazioni varie vicine allo sgomento. Da un lato una sorta di invidia per la condizione in cui si trovano. Una condizione ancora potenziale, aperta, da definire. Ricca di opzioni. Di scelte da fare. Di porte da varcare o da chiudere (ed esiste un momento nella vita in cui metabolizzi che non restano aperte per sempre; anche se magari se ne aprono delle altre). Dall’altro una grande compassione. Per quella che potremmo definire una sorta di cecità indotta. Per il loro essere ancora ignari, o peggio, indifferenti alla realtà esterna. Per la loro mancanza di consapevolezza, sia riguardo a fatti positivi, come le infinite possibilità da mettere a frutto di cui sopra; sia riguardo a fatti negativi, come ad esempio la certezza che al giorno d’oggi una laurea non dà né lavoro, né qualifica, e che mandare ovunque curricula per sei mesi consecutivi senza alcuna risposta non fa bene né all’autostima, né al portafogli.

A dirla tutta ogni qual volta incontro un ventiduenne iscritto all’università, le bitorzolute cicatrici della disillusione post universitaria tornano a tirarmi la pelle e mi fanno venire l’istinto di scrollarlo per le spalle urlando, prima, e di prenderlo per mano, metterlo a sedere e farlo ragionare poi. Non perché io ne sappia molto più di lui, ma perché l’impressione generale è che la paura e lo spaesamento siano tali da fargli preferire la cecità. L’abulia. Il rifugio nell’istituzione universitaria. L’elusione della realtà il più a lungo possibile, nei più svariati modi possibili. La brutta notizia oltretutto è che possiamo permetterci di farlo (e qui mi ci metto dentro parlando di studenti e non). Possiamo davvero condurre a tempo indeterminato questo stile di vita apatico. Perché la fame, quella che punge, non c’è più. O almeno non a sufficienza. Non ci va nemmeno di protestare, manifestare dissenso. Né per i nostri particolari problemi, né tantomeno per quelli comuni. Abbiamo genitori, fratelli, zii e nonni a darci una mano. Offrirci vitto e alloggio. Abbiamo qualche lavoretto, più o meno infimo. Qualche spiccio per il caffè o l’aperitivo. Abbiamo quanto basta, sembrerebbe. Possiamo vivacchiare per l’eternità, senza sentire mai l’urgenza di qualcosa. Senza stare bene e senza stare male. Incastrati e imbambolati in una specie di esistenza minima, lasciando scorrere il tempo e con esso tutte quelle famose opportunità. Il sistema universitario, come già detto, in questo non aiuta. Anzi. Le università tengono ‘la realtà’ alla larga come fosse la peste (e possiamo ben immaginare il perché). Amano il loro accademismo e se ne beano, addirittura, invece di riconoscerlo come punto critico. Non instillano minimamente il senso pratico, l’organizzazione, la competitività, il confronto. Questione che, a ben vedere, riguarda anche le scuole medie inferiori e superiori. Quand’è infatti che ci hanno chiesto per la prima volta ‘che cosa ci piace fare’ o ‘che cosa vorremmo fare da grandi’? Forse non ci è nemmeno mai stato chiesto. E forse non lo abbiamo ancora capito. Forse se ci fossimo posti la domanda per tempo a quest’ora avremmo pianificato un iter sensato, ragionato e saremmo riusciti a compiere una serie di scelte con cognizione di causa. Quello che intendo dire è che la nostra eccellente didattica presa da sola serve a poco. Dovremmo riflettere di più e in maniera più pragmatica su ciò che vogliamo professionalmente e su ciò che dobbiamo fare per ottenerlo. Sognare è d’obbligo. E sta a noi. Ma anche i sogni vanno focalizzati, a volte, e soprattutto vanno messi alla portata, ponteggiati. Per riuscire a salirci su e farli nostri. Detto questo però, messi i puntini sulle ‘i’ per quanto concerne il sistema universitario, è ancora a quell’ipotetico ventiduenne che va il mio pensiero. Del resto l’ho scrollato, pettinato con le urla, e assoggettato ad un lungo sermone. Posso ben dargli anche il compitino per casa.

Che impari dagli errori, propri e altrui. Non è poi questo lo standard che segna il passo dell’intelligenza nel nostro Regno Animale?


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  1. Valeria

    1 gennaio

    Sono tanto d’accordo e sono anche un po’ triste, a leggerlo.
    Vorrei averlo letto (o averlo capito) a 22 anni, per davvero, perchè adesso ne ho quasi 31 e se ci si sveglia tardi, com’è accaduto a me (e me ne assumo la responsabilità, ci mancherebbe), ci sono occasioni perdute per sempre con le quali è difficile fare pace.
    Per fortuna, anche se ci si ritrova fermi alla stazione quando tutti sono partiti, c’è sempre il secondo treno da prendere.

  2. Tarin Nurchis

    12 gennaio

    pensavo proprio a quello, valeria (amarezza annessa…) temevo un pò di suonare paternalista, ma il discorso non era vecchi saggi / giovani sprovveduti; semmai era un grido al cielo, un allarme rosso.
    un pezzo degli strokes dice ‘ten decisions shape your life, you’ll be aware of 5 above’, e probabilmente è così. anche se non potremo mai decidere tutta la nostra vita, sarebbe bello che almeno nei momenti cruciali (i famosi 22 anni) si possa fare scelte a ragion veduta, avendo davanti a sé un quadro il più completo possibile.
    poi, come dici tu, se si è un pò in gamba, se ne viene fuori comunque, ma che bello sarebbe avere un pò di suggerimenti tempestivi..

  3. Valeria

    14 gennaio

    Ma guarda, più che suggerimenti (anche perchè di solito, a certe età, i suggerimenti si accolgono come le zanzare 😉 ), quello che manca è il contesto.
    Io mi sono resa conto di molte cose tardi (a 27 anni suonati, per dire), ma tantissimi attorno a me non se ne accorgono manco ora.
    Manco a 37.
    E’ venuto meno un contesto che spinga i ragazzi a mettere in discussione per davvero ciò che sembra un percorso prestabilito e inamovibile, ed è anche venuto meno un contesto di sfide di un certo tipo. Non voglio dire che non dobbiamo affrontare difficoltà, anzi, ne abbiamo molte davanti, molte che i nostri genitori non si sarebbero mai sognati, tuttavia *alcune* sono venute a mancare.
    Ci si preoccupa sin dall’asilo di mandare il bimbo nel *posto giusto*, ci si preoccupa che abbia gli amici giusti e faccia le esperienze giuste, ma nessuno si preoccupa di domandare cosa davvero quel bambino, poi ragazzino, voglia fare. Cosa *possa* concretamente fare.
    Secondo me c’è una corresponsabilità enorme delle famiglie, prima che delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie italiane in particolare.
    Un figlio che non sa bene cosa vuole fare, cosa deve essere, è un figlio che ti rimane a casa, e serve, eccome: ti aiuta nelle incombenze (tanto il welfare non esiste: soprattutto le femmine passano direttamente da figlie a badanti, a meno che non si sposino), ti fa compagnia, ti illude di non essere poi così invecchiato.
    In certi casi, è il simbolo del fatto che tu, genitore, sei comunque più forte, comunque indispensabile alla società, molto più di tuo figlio, molto più di questi giovani, che sono anche così pochi, rispetto al resto della popolazione…

    Ecco qua, mi è venuto fuori il trattato sociologico da 4 soldi, vogliate perdonarlo 😉

  4. Tarin Nurchis

    16 gennaio

    ‘nessuno si preoccupa di domandare cosa davvero quel bambino, poi ragazzino, voglia fare. Cosa *possa* concretamente fare’

    ‘E’ venuto meno un contesto che spinga i ragazzi a mettere in discussione per davvero ciò che sembra un percorso prestabilito e inamovibile’

    soprattutto con questi due punti mi sembra che hai centrato il discorso. le opzioni (tante in realtà) sono pressoché invisibili e questo rende lo scoprie/capire/costruire la propria strada ancora più difficile.
    a me viene da pensare alle istituzioni perché al di là delle famiglie che possono essere di svariatissimi tipi o possono anche non esserci proprio è l’istituzione il luogo che dovrebbe trattare tutti allo stesso modo offrendo determinate opportunità. detto questo però condivido la tua osservazione sulle famiglie italiane e sul fatto che a volte sembra ci si preoccupi più del fumo che dell’arrosto. per così dire. (eh, tu i trattati sociologici, io le alte metafore gastronomiche. vabbè 🙂 )

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