Ho conosciuto Jenn qualche mese fa a Berlino. L’avevo vista suonare all’adorato Schokoladen e poi l’ho incontrata altre volte in giro per la città. È stata lei a riconoscermi e a dirmi “Sì, mi ricordo, te eri al mio concerto!” e ho trovato la cosa adorabile, perché di solito è il pubblico a riconoscere gli artisti, e non viceversa. Quando poi ho raccontato ai miei amici che avrei passato tre mesi a Belgrado qualcuno mi disse “Anche Jenn va a Belgrado questa estate, dovreste beccarvi.” E così è stato.
In questi tre giorni che abbiamo passato insieme l’ho vista più volte cercare di rispondere alla domanda “Che musica fai?” che è una domanda odiosa. “Faccio folk, anti folk, indie o rock, non so, è difficile. Sono una cantante, una cantautrice, canto le mie canzoni.”
Ed era qui appunto per portare in giro queste canzoni. Eravamo sedute a mangiare e mi mostrava la sua agenda piena di date, nomi di città, nomi di persone e band che potevano essere contatti utili. E ho pensato “Accidenti quanto si sta sbattendo per fare quello che le piace!” Mi è quindi tornato in mente il nostro tema del mese e le ho chiesto di raccontarmi qualcosa di più su questo progetto o su questa avventura o come vogliamo chiamarla.
Oltre a questo ho naturalmente ricucito i pezzettini di quella che è stata la sua storia finora, di quando viveva a New York, di quando si è trasferita a Berlino e poi è tornata in America per un anno prima di capire che voleva tornare in Germania, di come ha cominciato a suonare tre anni fa usando la chitarra della coinquilina, dei suoi bedroom shows, ovvero dei concerti che organizzava in camera sua ogni volta che traslocava in un nuovo appartamento, di quando si è licenziata e di come ha raccolto i soldi per andare a Londra a registrare il disco. In pratica un veloce riassunto di tutto quello che le è successo prima di arrivare a Belgrado, sul tetto del BIGZ a raccontarmi dei suoi progetti.

  • Giovedì sera suoni a Belgrado, come hai fatto a trovare questa data?

Sono venuta qui in giugno: ho fatto un viaggio tra la Croazia, la Serbia, la Bulgaria fino ad Istanbul per cercare dei contatti. Quando sono arrivata qui ho cominciato a chiedere in giro dove potessi suonare e la ragazza dell’Ostello mi ha detto di andare al BIGZ, un gigantesco palazzo, una volta sede di una casa editrice e ora pieno di sale prove, e di provare a chiedere lì. Così una sera ci sono andata, ho visto due ragazzi in pausa sigaretta e gli ho detto “Ciao, sono arrivata qui da Berlino e sto cercando un posto dove suonare, puoi aiutarmi?” e loro sono stati gentilissimi. E mi hanno detto di tornare qui e che mi avrebbero organizzato qualcosa e così è stato. Quindi giovedì avrò anche una band a suonare con me.

  • E quando hai fatto il primo tour, fuori da Berlino?

Ah, in realtà è stato direttamente negli Stati Uniti. Avevo fatto solo un paio di concerti a Berlino e poi ero tornata a New York, nel 2009. Quella è stata la prima volta che tutti i miei amici di New York mi hanno vista cantare. Ho suonato in un loft, dove una mia amica stava facendo la catsitter e poi in altri posti come il Goodbye Blue Monday e poi sono andata fino in Canada, a Saint John’s, dove un amico mi aveva detto che sarebbe riuscito a organizzarmi un concerto. Avevo finito i soldi, quindi sono arrivata al confine con il bus e poi ho proseguito facendo autostop. Alla fine sono arrivata poco prima dell’ora prevista per il concerto.

  • E come ti è venuto in mente di venire fin qui nei Balcani?

Una mia amica che scrive poesie e stava facendo una residenza artistica a Split mi ha chiesto di andare a trovarla, in giugno. Così mi è venuto in mente di cercare posti dove poter suonare, lì e nei dintorni e di andare poi verso la Turchia. Sono riuscita a suonare a Split ad un reading di poesie e poi a Zagabria in una casa occupata chiamata Medika. Tra l’altro era il giorno d’inizio della Pride Week. Poi sono venuta qui da sola. E ho proseguito verso Istanbul e anche lì ho trovato un posto dover poter suonare in ottobre. Ho semplicemente seguito l’istinto. Ho visto un bar che mi piaceva, sono entrata, poi mentre bevevo un caffè ho visto che avevano un poster di Daniel Johnston e mi sono detta “Ok, devo proprio chiedergli se posso suonare qui!” e la padrona è stata super contenta e mi ha detto che sì, si poteva assolutamente fare.

  • E hai trovato qualcosa in Bulgaria?

In Bulgaria ci sono stata solo un giorno, a Sofia, sulla via del ritorno tra Istanbul e Belgrado. Però volevo assolutamente suonarci. Stavo andando in giro con la mia chitarra e un uomo irlandese, sai, il classico tipo irlandese con i capelli rossissimi, mi ha vista e mi ha chiesto di fargli sentire le mie canzoni che poi ha definito “road song kafkiane”. Poi mi ha portata in giro per Sofia mostrandomi tutti i posti dove secondo lui potrei suonare e in ogni posto mi ha offerto una birra. Di solito non bevo molto, quindi quando sono salita sul treno per Belgrado ero decisamente brilla.

  • Tutto un po’ a caso. Non hai anche provato in modi più tradizionali?

Un amico mi ha dato un contatto per organizzare il tour qui nei Balcani. Dovremmo incontrarci domani per parlarne. Ma poi sì, a volte mi metto solo a mandare mail ai locali. Per la Svizzera ad esempio c’era un locale dove dovevi riempire un form e alla fine scegliere “Richiesta per live” oppure “Messaggio in bottiglia” e allora io ho scelto la seconda opzione e ho scritto un messaggio lunghissimo, cosa che non faccio sempre, dicendo “Oh, cavolo, questa è la cosa più dolce che abbia mai visto. Dovevo assolutamente cliccare su messaggio in bottiglia”. E loro mi hanno risposto quasi subito, dicendo che purtroppo erano pieni, ma mi hanno dato una lista di tutti i locali che avrei potuto contattare.
Quindi, alla fine, è un misto di pianificazione e caso.

Anche il concerto a Belgrado aveva un che di casuale. Si è trovata a suonare in un posto completamente diverso dal solito, con gente che suonava musica completamente diversa dalla sua, ma in qualche modo è stato speciale e, almeno per me, molto più emozionante del primo concerto allo Schokoladen che avevo visto.

“Non so se capiscono che i miei testi parlano delle mie storie lesbiche e sono pieni di sottotesti queer”.

Probabilmente il pubblico non ha capito tutto, d’altra parte gran parte dei testi delle canzoni era sfuggito anche a me la prima volta, ma in ogni caso penso che una parte del messaggio sia arrivato.

Streaming dell’album: Lookin’ At by Jenn Kelly