Diversi mesi fa mi imbattei in una recensione di un libro di una certa Caitlin Moran intitolato How To Be a Woman. Fu così che, dalle pagine di Bitch, mi feci una vaga idea di chi fosse quest’autrice. Classe 1975, inglese, giornalista di successo. A quindici anni vinse il premio dell’Observer “Young Reporter of the Year”. A sedici cominciò a scrivere per Melody Maker e pubblicò il primo romanzo. Da allora la sua carriera lavorativa è stata punteggiata da un successo dopo l’altro.
Non ho letto How To Be Woman, anche se le recensioni che lo consigliano vivamente sono molteplici. Giornalisti delle testate più varie si trovano d’accordo nel riconoscere la pregevolezza in un testo che, pur non essendo privo di difetti, a quanto pare parla con ironia e profondità delle piccole e grandi difficoltà dell’essere una donna in una società non ancora egualitaria. Moran è una delle tante autrici che rifiutano l’ingenua tesi secondo la quale il movimento femminista avrebbe da tempo raggiunto l’obiettivo del livellamento delle diseguaglianze tra uomini e donne. Anzi, come fa intendere il sottotitolo di una recensione a più mani uscita sul Guardian, Moran si unisce al coro di attiviste/i, intellettuali e persone comuni che sentono la necessità in una rivitalizzazione ed un aggiornamento del discorso femminista, poiché gli obiettivi da raggiungere sono ancora tanti, così come le nuove rivendicazioni abbracciate dal movimento.

Se vi parlo di tutto ciò è perché ieri mattina sono venuta a conoscenza dell’esistenza di una traduzione italiana di How To Be a Woman (edita da Sperling & Kupfer), il cui titolo, usando un eufemismo, definirei Una Gran Presa Per il Culo. Il saggio di Moran è stato infatto trasformato in Ci vogliono le palle per essere una donna.
Ammetto di avere così tanti pensieri a proposito di questa “traduzione”, che potrei forse riempirci un cratere lunare, ma mi limiterò ad esporvi solo qualche considerazione.
In primo luogo, non capisco quale fosse la difficoltà nell’attenersi al titolo originale, traducendolo letteralmente o trovando una frase simile che comunicasse lo stesso messaggio. Capisco la necessità di inseguire potenziali lettrici e lettori con un titolo simpatico e graffiante, ma in questo caso il risultato mi sembra patetico, fallimentare e soprattutto incoerente con il contenuto del volume stesso.
Passando al secondo punto e riprendendo il primo, sono convinta che Moran non direbbe mai che “ci vogliono le palle per essere una donna”. Questa frase lascia ad intendere che per moltissime donne sia ancora difficile poter godere degli stessi diritti delle loro controparti maschili, in un contesto sociale che privilegia il classico Uomo Eterosessuale Bianco. Non vedo però come la dotazione di un ipotetico scroto da parte di una donna possa aiutare, ad esempio, nella conciliazione di lavoro e maternità, o nel non farsi demolire da perpetue battute sessiste.
Certo, dirà qualcuno, è una metafora! Ma una metafora di cosa?
Il messaggio sottostante è sempre lo stesso: per essere una persona di successo, come guarda caso è la nostra Caitlin, devi essere un uomo. Dato il contenuto del libro e l’estesa analisi ivi reperibile delle problematiche connesse all’essere una donna nel quotidiano vivere (dalle cerette all’aborto, per intenderci), stando al titolo italiano, sembrerebbe che esse possano essere superate solo incarnando caratteristiche stereotipicamente associate all’essere uomo. “Le palle”, come spesso accade, sono qui metafora di coraggio, intraprendenza e uno spirito agguerrito. Anziché parlare direttamente di queste caratteristiche, che sono in realtà universali e riscontrabili in persone di qualunque genere, il ricorso all’immagine del Trionfante Scroto associa dei tratti positivi del carattere ad un dato naturale, ovvero al fatto di avere (o non avere) degli organi genitali maschili intatti.
Il fatto che il libro di Moran sia stato commercializzato in Italia con un titolo simile lascia ad intendere che ci sia ancora moltissima strada da fare prima che il superamento dei più diffusi stereotipi associati al genere maschile e femminile siano superati. La mossa di Sperling & Kupfer, che per altro pubblicizza il libro con frasi come

Contro tutte le “Stronzate di Stampo Patriarcale” che ancora resistono, c’è una soluzione: ridere a crepapelle.

non è solo imbarazzante agli occhi di chiunque abbia un minimo di buon senso, ma rappresenta anche uno sberleffo all’autrice. Moran è il classico esempio di persona fuori dal comune che, grazie al suo talento e indubbiamente ad una grande determinazione, è riuscita a diventare la giornalista di successo che è oggi. Ma non solo: già a sedici anni, l’autrice aveva dimostrato competenza, originalità e capacità di navigare un settore lavorativo difficile come quello editorale (come dimostra il suo curriculum). Tutto ciò, senza avere le proverbiali palle suggerite da Sperling & Kupfer, ma piuttosto essendo una ragazza agguerrita e talentuosa.

In conclusione, reitero la mia domanda alle persone lungimiranti che si sono prodotte in una “traduzione” del genere del titolo di How To Be A Woman. Era davvero necessario? Non vi sentite un po’ scemi? Dato che avete piazzato la terrificante parola “femminista” sulla copertina del libro e vi siete dunque alienati tutti i potenziali lettori che scappano spaventati o che cominciano ad articolare insulti quando la sentono, non vi restano che le persone che vedono qualcosa di buono in quest’aggettivo. Ho come l’impressione che, alla luce di questo fatto, intitolare l’opera di Moran Ci vogliono le palle per essere una donna, non sia stata una grande mossa*.

*Poi, certo, c’è il fatto che in nessuna delle recensioni italiane che io abbia letto del libro (tutte scritte da donne, ovviamente), sia stato sollevato il problema della traduzione del titolo. Ma su questo ci sarebbe da scrivere un articolo a parte.