Una delle prime lezioni che ho seguito in università sulla cultura giapponese riguardava un filmato dal titolo “Il volto dipinto”, un documentario realizzato attorno alla figura di Bandō Tamasaburō, famoso onnagata, l’attore che interpreta i ruoli femminili nel teatro kabuki, ritenuto patrimonio culturale vivente in Giappone. Ricordo bene l’avversione che avevo provato sulle prime verso questa forma d’arte, molto difficile da capire per chiunque non ne sia mai venuto in contatto prima, trattandosi di un tipo di teatro molto differente dal nostro, costituito da balletti e canti che per uno spettatore occidentale risultano quasi ridicoli, ma essendo ancora una matricola volenterosa di capire i cardini di una cultura così affascinante, mi sono pazientemente sforzata di seguire il film. Mi si è rivelato così un mondo di segreta intimità legato a questo personaggio tra le immagini di repertorio in cui si esibiva perfettamente abbigliato come una dama giapponese e durante le fasi di trucco meticoloso e attento. Stupisce vedere quanto un uomo riesca a essere aggraziato in ogni suo gesto, danzando con una fluidità sorprendente sul palco, o anche solo nell’atto di stendere il belletto e infine disegnarsi la bocca con il color cremisi. «Io non rappresento una vera donna, ma l’essenza della donna» dichiara Bando. «Per questo si dice che un onnagata sia più femminile delle donne stesse». Mentre lo osservavo percepivo una sorta di compiutezza e non provavo alcuna sensazione di disturbo e lì ho capito che la femminilità poteva benissimo appartenere anche a chi nasceva in un corpo di uomo. Non esagero se da lì in poi i concetti di “genere liquido” e queerness hanno preso forma nella mia testa, nonché la certezza che il Giappone è la nazione campione di questa sorta di ambiguità. Ne ho avuto la conferma qualche anno dopo durante il mio viaggio a Tokyo, quando, non appena messo piede nella stazione di Shinjuku, guardandomi attorno, ho avuto la sensazione che in tutti gli uomini vi fosse una componente di omosessualità, a eccezione forse di qualche impiegato nerboruto e di qualche anziano. Si tratta ovviamente di un’impressione ingannevole per chi piomba in questa nazione, di cui difficilmente ci si libera, complici le notevoli differenze fisiche, in particolar modo se vieni da un paese mediterraneo e già di tuo superi il metro e ottanta di altezza, come anche gli atteggiamenti di pudore e introversione che, un po’ per stereotipo un po’ no, caratterizzano questa cultura. Capita allora di trovarsi nel quartiere “bene” e di vedere manager impettiti in giacca e cravatta, eleganti e curati fino all’esasperazione, e poi di spostarsi nelle zone di aggregazione giovanile e di trovare adolescenti vestiti con abitini rosa e parrucche. Ciò che colpisce è la straordinaria capacità degli uomini di mimetizzarsi nei panni femminili, forse per quei tratti fisici piuttosto uniformi tra uomini e donne. Nonostante questo costante gioco di scambio di ruoli e questa ambiguità dilagante, non bisogna illudersi che la società, o meglio le istituzioni giapponesi, accettino questo aspetto. Anzi, a dispetto dell’altissima percentuale di omosessuali dichiarati, non esistono ancora leggi in grado di tutelare le coppie o i singoli da atti di bullismo. Per chi non fosse molto avvezzo alla mentalità giapponese, tenga presente che non dipende tanto da un fattore di morale religiosa che ostacola la loro integrazione, quanto un eccessivo attaccamento al prestigio e allo status sociale. Sono frequenti i suicidi tra i giovani che nascondono il proprio orientamento sessuale alla famiglia per evitare il disonore e di deludere i genitori di non poter assicurare una discendenza.

Lo struggimento interiore che ne deriva viene magistralmente descritto nel famoso romanzo di formazione autobiografico Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, in cui il giovane protagonista, turbato dalle sue forti pulsioni verso immagini di uomini molto virili, allo stesso tempo rifiuta e occulta questo desiderio. Giustifica a se stesso la sua attrazione per il suo stesso sesso come un’esaltazione ideologica della mascolinità e rimane deluso e ferito quando scopre che il personaggio che ammirava nei suoi libri scolastici, agghindato come un eroe medievale occidentale, altro non è che Giovanna d’Arco.

Esistono d’altronde numerose testimonianze storiche di omosessualità maschile, a partire dai rapporti tra samurai e apprendisti o anche tra i giovani monaci buddhisti, ed è evidente che non è la religione a ostacolare l’approvazione sociale di questi fenomeni. Il Giappone rimane uno dei paesi con un maggior fermento di controculture inerenti questi ambiti, si pensi solo al proliferare in questi ultimi anni dei manga yaoi, che hanno come soggetto principale storie d’amore tra coppie di maschi omosessuali, declinati in molteplici modi, e sicuramente la fantasia e l’immaginazione costituiscono dei potentissimi veicoli per irrompere nell’immaginario collettivo e scardinare logori pregiudizi e convinzioni.