Crea sito
READING

Il nastrone della settimana: Amore Tossico

Il nastrone della settimana: Amore Tossico

Come nel film di De Palma The addiction in cui la dipendenza da eroina è raccontata attraverso la metafora del vampirismo, quando penso al concetto di “fame” non riesco a non pensare alla droga. Non alla droga in generale, ché “la droga” non esiste, esistono le droghe, ognuna con un suo diverso uso, con un suo diverso effetto, con una sua differente risposta a differenti bisogni. Ma per noi cresciuti negli anni ’90, la Droga, quella più temibile, quella che ha plasmato il nostro immaginario, è stata l’eroina. Ed è proprio dell’eroina per come l’abbiamo vissuta noi bambini e adolescenti di allora che parla questo nastrone, ovvero di come l’abbiamo vissuta indirettamente, nelle siringhe nei parchi e fuori da scuola, nei film per la tv, nelle canzoni. Quelle che capivamo. Eravamo troppo piccoli per bucarci, e in molti casi anche per sapere l’inglese. Così la Droga l’abbiamo ascoltata nei dischi dei nostri genitori (Venditti, Finardi) ma anche nelle nostre prime cassette (883, Carboni) e poi rivivendo una certa Italia che mitizzavamo all’inizio del liceo (CCCP, Skiantos).

In queste tre fasi c’è tutta la vicenda italiana degli anni tra la fine dei ’60 e i ’90, una storia brutta e nient’affatto limpida. C’è il sospetto (fondato) che, se non direttamente pilotata, la diffusione dell’eroina fu quantomeno incoraggiata da “quello-che-per-comodità-continueremo-a-chiamare-sistema”. L’eroina fu un modo di ridurre in ginocchio la controcultura, sia marginalizzando e stigmatizzando la figura del tossicodipendente (ma anche di chiunque facesse uso di stupefacenti) nell’opinione pubblica, sia canalizzando, nella pratica, tutta la frustrazione e il desiderio di cambiamento di almeno un paio di generazioni in una pratica autodistruttiva e implosiva (rimando a questo articolo d’approfondimento per un discorso storico più circostanziato). Mi sconcertava, da piccola, la diffusione tanto ingente di un fenomeno che sapevo così devastante: i giornaletti per adolescenti di mia cugina grande imbastivano fotoromanzi educativi, vicino a casa mia c’era un distributore automatico di siringhe, un sert di fronte all’ufficio di mio padre. Col senno di poi mi rendo conto che per tanti iniziare non è stato altro che fare parte di una cerchia di amici, di una generazione, diventare protagonisti di quegli stessi fotoromanzi che avrebbero dovuto dissuaderli. Quasi tutti gli adolescenti sono stati, da sempre, attratti dall’utilizzo di stupefacenti – alcool incluso -, sia perché proibiti, sia come forma di aggregazione sociale, sia come metodo di evasione dalla realtà (e non solo perché quella che si sta vivendo presenti dei problemi, anche semplicemente perché l’adolescenza è una fase della vita in cui una realtà sola non è abbastanza). Quello che è stato assurdo è che nel caso delle generazioni soprattutto degli anni settanta-ottanta, “stupefacente” abbia voluto dire proprio eroina. E dopo tutti gli anni in cui per me la qualifica di “tossico” è stata sufficiente a classificare tutto un tipo di persone, nel mio immaginario prive di sesso, di età, di storia (e anche della pupilla, ricordate la campagna “Chi ti droga ti spegne”?), che erano ragazzi “normali” l’ho capito grazie a un film italiano, Amore Tossico. Film di Claudio Caligari dell”83, i cui attori erano ragazzi romani veramente eroinomani durante le riprese.

Ma accanto alle considerazioni socio-politiche c’è anche tutto un immaginario sinistro ma affascinante fatta di vuoti esistenziali, perdita della speranza, rebels without a cause, grandi amori, cadute nel baratro. Un mondo terrificante che abbiamo imparato a temere leggendo avidamente I giorni della droga o Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Con sgomento, eppure ipnotizzati. Affamati (appunto) di storie disperate. Affascinati, forse, dalla radicalità irrimediabile di storie senza uscita, di decisioni da cui non si torna indietro.

Questo nastrone perciò vuole restare fedele alla questione tutta italiana che chiameremo della “dietrologia complottista sull’eroina”, ma allo stesso tempo si sa che metterla in musica vuol dire anche estetizzare una realtà, accentuarne l’aspetto romantico. Può sembrare pericoloso. Personalmente però credo che questo aspetto non possa essere ignorato se si vuole affrontare in modo onesto il problema, soprattutto adesso che, anche se non più iniettata ma fumata o inalata, sembra stia ritornando. Per questo, unica eccezione nella playlist, cioè unica canzone in inglese, è Heroin dei Velvet Underground, perché nessun’altra canzone è mai riuscita a spiegare così bene che farsi di eroina vuol dire anche sentirsi “like a jesus’ son”.

Amore Tossico from softrevzine on 8tracks Radio.

Heroin – Velvet Underground

Cantico dei drogati – Fabrizio de André

Lilly – Antonello Venditti

Amandoti – CCCP

Betty Tossica – Prozac +

Silvia lo sai – Luca Carboni

Scimmia – Eugenio Finardi

Cumuli – 883

La canzone del riformatorio – Baustelle

Eptadone – Skiantos

Punto G – Afterhours

Canzone di Natale  – Zen Circus (courtesy of Anita)


RELATED POST

  1. Michele B.

    24 dicembre

    Articolo interessantissimo. Essendo nato nel ’91 la mia percezione dello scenario di cui si parla è distaccata, e filtrata dall’estetica romantico/disperata di Trainspotting e del già citato Zoo di Berlino; l’articolo mi ha fatto riflettere su aspetti per nulla romanzeschi che non avevo mai preso in considerazione. Complimenti!

  2. Paolo1984

    25 dicembre

    io credo comunque che sulla droga come su altri argomenti non abbia senso accusare l’arte di “romanticizzare” il male. L’arte racconta l’umano e nell’umano c’è anche questo, l’eventuale (ma per me è sempre presente in maniere diverse) aspetto “affascinante” del male non può essere esorcizzato o eluso, bisogna affrontarlo altrimenti sì che vengono dei pericoli

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.