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Il ciclico innamoramento patologico

L’innamorato patologico è un soggetto che non riesce a vivere in modo sereno il suo rapporto con l’amore. Solitamente è un eterno insoddisfatto che estrinseca il suo desiderio di “altro”, la sua necessità di stimoli e di novità in un complesso gioco emotivo-sentimentale nel quale almeno uno dei due soggetti rimane orribilmente leso. La prima fase dell’innamorato patologico è quella dello struggimento e può essere definita come la fase “Sono solo come un cane, nessuno mi vuole, morirò misero e reietto”. Spesso questa fase si accompagna a moti di compiaciuta sofferenza autoinflitta attraverso ricordi struggenti dell’ultima relazione (la quale, protetta dal velo della mistificazione, è improvvisamente passata da un inferno esistenziale al paradiso perduto ricco di piaceri e sollazzi). Il pensiero dell’ex diventa un nido in cui crogiolarsi nelle giornate uggiose, un fuoco fatuo a cui scaldarsi dopo le burrasche del quotidiano. Certo sarebbe più costruttivo guardare avanti e, magari, guardarsi attorno cercando di non emanare un’aura di cupo sconforto, ma l’innamorato patologico sa quello che si fa. Dopo un periodo (che varia dal breve, al brevissimo, al lampo) di questa ingrata situazione esistenziale, il soggetto subisce un colpo di fulmine. Sì, perché la gente comune conosce una persona, familiarizza, ci esce per un po’ di tempo e poi capisce che potrebbe esserci qualcosa, che magari si tratta di un papabile partner, ma l’innamorato patologico si innamora così, tutto d’un colpo e in modo totalizzante. L’illustre sconosciuta/o incontrata per caso ad una festa, ad una lezione, sul luogo di lavoro, potrebbe rimanere perplessa dal brusco passaggio “Ciao, mi chiamo Asdrubale e faccio lo speleologo, tu sei?” a “Oh Orsola, sei la donna della mia vita, la luce dei miei occhi, la fiamma che scalda il mio cuore. Sono tuo per sempre”, ma il soggetto non si farà intimorire. Seguiranno giorni di telefonate, sms, mail, mazzi di fiori con smelensi bigliettini e, per l’orrore degli amici, link su link di struggenti frasi da Baci Perugina o video di canzoni al limite del diabete su Facebook. A chi gli chiedesse “Ma hai conosciuto una nuova ragazza?” lui o lei risponderebbe soltanto “Non è UNA ragazza, è Orsola, la donna della mia vita, la voglio sposare e avere con lei quindici bambini”. Poco importa, mi ripeto, che Orsola sia comparsa nella sua vita da meno di una settimana. La fase dell’innamoramento per il nostro soggetto è fondamentale: si nutre della sua stessa melassa, plasma a suo piacere la relazione, in un mondo inzuccherato e popolato di vezzeggiativi. Al partner verranno immediatamente affibbiati una serie di diminutivi da far vergogna, ma li subirà, obnubilato/a da tutta questa profusione di attenzioni. Conti pagati al ristorante, regali, dediche di canzoni, visite a sorpresa: tutto questo avrà l’effetto di un profumo troppo forte al quale si può solo soccombere. Meno gioiosi in questo frangente saranno gli amici, costretti da una parte a sentire per ore il canto delle virtù della bella o a veder latitare (in una situazione di totale disinteresse per il mondo relazionale che lo circonda) quello che un tempo non remoto era l’amico al quale si era offerta la spalla su cui piangere. Sparito, volatilizzato. La telefonata tipo diventa allora “Ciao Asdrubale, come stai? Sai…ti chiamavo perché è morto mio nonno…”   “Ah ciao Ludovico, io benissimo grazie! Orsola è una ragazza fantastica, la scorsa settimana siamo andati in quel ristorante bellissimo in collina e poi nel week end l’ho portata a mangiare il pesce al mare! Sai che a letto è fantastica? Grande donna! E l’altro ieri le ho mandato un mazzo da 25 rose rosse, poi ho pensato che era poco e le ho mandato un cesto di Nontiscordardime. Venerdì la porto alla tua festa così te la faccio conoscere!”   “Eh, no ecco, vedi….ti dicevo…è morto mio nonno quindi la festa non penso si farà, sai sto abbastanza male, così all’improvviso…”  “Bene, bene, Orsola sarà entusiasta di conoscerti! Oddio, lei odia la cucina messicana, però magari prima la porto a mangiare una pizza, veniamo per il dolce. Sicuramente dopo vorrà andare a ballare, quindi facciamo solo una scappata, diciamo fra le undici e le undici e un quarto? Va bene? Fantastico! Ti abbraccio mitico! Mi ha fatto piacere sentirti! Ciao ciao!”

Sappiate che a tutto questo non c’è un limite. Il solo freno sarà quello che, con termine improprio, si potrebbe definire endocrino. Ad un certo punto il nostro soggetto si stuferà. L’innamoramento passa, le farfalle nello stomaco muoiono o involvono in pigri bruchi e allora si renderebbe necessario un approfondimento della relazione, il passaggio dall’amour fou alla vita quotidiana a due. L’innamorato patologico non lo accetta e prova ad alimentare ancora per un po’ di tempo il suo personale sogno emotivo. Con gli amici racconta ancora di mirabolanti serate, fughe romantiche, cene a lume di candela: gli altri ci credono, il partner ci crede, lui per niente. A breve ricomincia a guardarsi attorno alla ricerca di una preda, ma non avrà mai il coraggio di troncare prima di essersi assicurato della presenza di un terzo soggetto. L’innamorato patologico non sta mai solo, perché anche nei periodi di “interregno”, quelli nei quali soffre, si definisce triste e derelitto, sa benissimo a che gioco sta giocando. La relazione si sgretola di solito in poche battute, spesso grazie a pretesti da nulla, liti studiate a tavolino con precisione machiavellica, recriminazioni tanto astiose quanto insensate. “Odio i tuoi bucatini alla matriciana!”  “Ma se mi hai sempre detto che ti sei innamorato di me proprio per come li cucinavo! Che sono il tuo piatto preferito!” Nulla da fare, niente da salvare, lui/lei è lì fisicamente, ma se n’è già andato.

La separazione vera e propria avviene sempre in forma violenta: urla, risse, pianti, appostamenti vendicativi, male parole, minacce di morte. Quando però l’innamorato patologico dice basta è basta e non si discute. Addio per sempre e partono i momenti di lamentela con gli amici, che il soggetto in questione usa per lavarsi la coscienza. “Io l’amavo, ma lei era così nervosa, sempre a cucinare i bucatini!”  “Vorrei ricucire, ma lei me lo impedisce, sono così depresso”. Talvolta il tutto è condito da attacchi depressivi artefatti che prevedono la minaccia di suicidio e la messa in scena di atti violenti contro Dio e contro di sè. Le prime volte gli amici si preoccuperanno anche, poi impareranno a non farci caso e ad attendere, cronometro alla mano, il momento in cui il soggetto tornerà alla carica: “Ludovico, sono innamorato! È lei, è la donna della mia vita! Si chiama Amelia! Voglio sposarla…”


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  1. Mauro

    30 gennaio

    Mi auguro che un giorno rimangano da soli, gli innamorati patologici, e si scannino a vicenda in un prigione di un isola deserta di un pianeta di una galassia diversa dalla nostra. O forse no.

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