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I giochi della fame del signore delle mosche

I giochi della fame del signore delle mosche

La trilogia degli Hunger Games, che l’Italia non ha avuto il coraggio di tradurre letteralmente in Giochi della fame, è forse la serie per ragazzi che ha fatto più parlare di sé negli ultimi anni dopo Harry Potter. Questo perché, come Harry Potter, è qualcosa di più di un libro, e una storia, “per ragazzi”, e non è un caso che entrambe le serie abbiano ricevuto, e sfoggiato, le lodi di quello scrittore che in quarta di copertina viene definito un “genio della letteratura”, ovvero Stephen King.

Che a reggere il libro in mano ci sia un adolescente dell’età dei protagonisti, un ragazzo alle prime esperienze di lavoro o un adulto fatto e finito, gli Hunger Games hanno qualcosa da raccontare, qualcosa che ha a che fare con il mondo contemporaneo e il modo in cui ci sentiamo in esso.

Sono convinta che la stessa cosa si possa dire di Harry Potter, ma non essendo mai andata oltre il primo libro – mea culpa – in questo caso non posso parlare in prima persona.

Se vogliamo dirla tutta, quando si prende in mano il primo volume degli Hunger Games si rimane piuttosto stupiti dall’idea che il pubblico di riferimento siano gli adolescenti, tanta è la crudezza delle scene e, ancor di più, delle scelte e dei moti psicologici che i protagonisti sono costretti a compiere. Eppure è così.

Mentre leggevo la saga, e in particolare col primo libro (di gran lunga quello meglio riuscito dei tre), ho continuato a pensare ad un altro testo, che pure parla di ragazzi ma, questa volta, non a loro. Anche se da anni, ormai, è entrato a far parte delle “letture scolastiche”, infatti, Il signore delle mosche è quanto di più lontano ci sia da un libro “per ragazzi”.

Cos’hanno in comune i due libri? La ricerca di quanto ci sia di animale, o ancor più di animalesco, in una società che solo apparentemente è civilizzata. Ne Il signore delle mosche questa ricerca era finalizzata allo smascheramento della falsità, della precarietà della costruzione sociale, e difatti i ragazzi che si ritrovano nell’isola appartengono a classi sociali elevate e hanno avuto un’educazione militare. In Hunger Gamses lo smascheramento è diverso, eppure affine. Quello che si denuncia è la brutalità, la violenza, l’animalità appunto, non più nascosta da un velo ma evidente, esposta, nella vita di tutti i giorni. Una violenza che, per abitudine, non riusciamo (più?) a vedere.

L’aspetto più interessante è che se negli anni ’50 William Golding ha dovuto trovare un espediente per giustificare la sua ricerca, l’incidente aereo, nel 2012 questo non è più necessario. Al contrario, la ricerca si autogiustifica in una società in cui la curiosità e il divertimento sono stati innalzati a divinità assoluti, da soddisfare con qualunque mezzo.

L’esperimento per così dire sociale che i due testi portano avanti risulta simile anche nelle modalità: in entrambi i libri un gruppo di ragazzi si ritrova isolato dal resto del mondo civile, ridotto alla fame, privato di indicatori di tempo e della speranza di una salvezza. L’analisi di quella che, in ultima istanza, dovrebbe essere la reale natura umana, il suo nervo più profondo, passa necessariamente per la fame, forse lo stimolo più forte e totalizzante che siamo in grado di provare. Uno stimolo che, frustrato, ci spoglia dei vestiti che ci siamo cuciti addosso e ci mostra per quello che siamo, che ci rende animali.

Da basi simili e con le stesse modalità i due testi arrivano ad un’unica risposta: in una situazione estrema, l’istinto di autoconservazione avrà la meglio su qualunque costruzione sociale, su qualsiasi sentimento civile, sulla stessa coscienza. Alla fine dei giochi, siamo civili soltanto perché “ce lo possiamo permettere”.


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  1. Marta Conte

    14 dicembre

    Wow, l’articolo è scritto bene, ma paragonare questi due testi mi sembra un po’ azzardato. Il Signore delle Mosche è un capolavoro non solo per lo stile di scrittura, ma anche perché, come hai giustamente fatto notare tu, uscito in un’epoca nella quale unire temi come “infanti” (creature innocenti per definizione e grazia ricevuta) e “aggressività” era un sopruso. Premettendo che non ho letto The Hunger Games, il film è ben fatto: accattivante, ti fa venire voglia di scoprire cosa succederà poi. Ma non si può certo dire che la trama sia originale. Mi sono imbattuta in un film anni ’70 (?), di cui purtroppo ora non ricordo il nome, e ti giuro che la trama era incredibilmente simile, solo che veniva privilegiata la storia d’amore e a “combattere in TV” erano solo in due che, udite udite!, s’innamoravano. Per ulteriori “spunti” ho trovato anche questo: http://www.bartoloilliano.com/non-solo-the-hunger-games-tutti-i-reality-del-cinema.html

  2. Elisa Cuter

    15 dicembre

    E non dimentichiamo Batoru Royaru! Comunque quoto la conclusione, bell’articolo.

  3. Silvia Pilloni

    18 dicembre

    Come quasi sempre, esiste una fondamentale differenza fra il libro e il film, che, seppur non possa essere definito “brutto” a me ha comunicato ben poco e, per necessità, ha dovuto lasciare fuori tanti aspetti del libro che contribuiscono a renderlo interessante.
    Detto questo è ovvio che ci sia una fondamentale differenza anche fra The hunger games e Il signore delle mosche, ma esistono dei punti di contatto che per quanto mi riguarda sono particolarmente interessanti perché, se Il signore delle mosche ha saputo mostrare ad una generazione non giovanissima che era possibile accostare gli “infanti” e l’aggressività, questo testo si rivolge ai ragazzi, e come dimostrano i dati di vendita, li ha saputi conquistare.

  4. […] Hunger Games di Suzanne Collins (Mondadori) […]

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