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Hellboy: quando è un diavolo è un outcaster

Hellboy: quando è un diavolo è un outcaster

Red perché stai con me? Hai bisogno di piacere a tutti? Proprio a tutti? O io ti basto? Pensaci.

Come si conquista un posto nel mondo? Cosa ci rende esseri umani? È necessario essere come gli altri per essere accettati e amati?

Sono alcune delle domande che ci si pone vedendo Hellboy, lungometraggio diretto da Guillermo del Toro e tratto dall’omonimo fumetto di Mike Mignola. Nel film, Ron Perlman interpreta Hellboy, un diavolo che da piccolo ha “accidentalmente” passato il portale fra il suo mondo e il nostro ed è stato salvato dalle grinfie naziste dal professor Trevor Broom, che diventa per lui un padre. Cresciuto, Hellboy utilizza le sue doti eccezionali per difendere il mondo da attacchi di esseri paranormali come lui, nel Bureau for Paranolmal Research and Defense. Hellboy non è solo: al suo fianco ci sono Abe Sapiens, un uomo-pesce di grandissima intelligenza, e Liz Sherman, una ragazza pirocinetica di cui il gigante rosso è innamorato, ricambiato.

A guardare la trama, sembra l’ennesimo film d’azione fantasy con supereroi, vero? E invece no. Si, c’è la parte delle scazzottate, esattamente come quando c’è il cattivone di turno, tuttavia Hellboy non è un film che ti segna per via di chissà quale effetto speciale. A colpire me sono stati i suoi personaggi, che sono tutti dei reietti, degli outcasters, dei mostri per la società umana. Poco importa quanto si sacrifichino per salvare vite umane: nessuno, a parte i pochi agenti che lavorano a stretto contatto con loro, riesce a rendersi conto della vera natura (profondamente umana, al di là delle loro apparenze così inusuali) di questi eroi. Ed è l’accettazione che loro vanno cercando, più che qualsiasi altra cosa al mondo. Hellboy cerca l’accoglienza in una società umana da cui è sempre stato tenuto a disparte, prima da suo padre, poi dai capi del BPRD. Liz cerca l’accoglienza in un mondo da cui è stata ostracizzata perchè incapace di controllare i propri poteri da bambina (in un flashback, si vede che i suoi poteri vanno fuori controllo per via della rabbia e della paura quando un gruppo di bambini comincia a tirarle pietre chiamandola “mostro”). Abe cerca le sue origini, lui che non è altro che un esperimento trovato per caso in un laboratorio.

Questa ricerca di consenso troverà (parzialmente) fine solo quando si renderanno conto che non è dell’amore della società che necessitano, bensì dell’accettazione di se stessi, con il proprio aspetto diabolico o i propri poteri violenti o un angoscioso interrogativo sulla propria nascita. Attraverso l’accoglimento di sé, della propria vera natura, ottengono ciò che realmente conta di più: l’amore, l’amicizia, un proprio posto nel mondo. Hellboy, che dei tre è quello più angosciato da questa sua condizione di esule dalla società civile, nel secondo film rivelerà la sua esistenza al pubblico, immaginando di ricevere onori e pacche sulle spalle. Ottiene invece lattine di birra in faccia e apostrofi alla sua bruttezza. Alla fine dell’avventura, deciderà di staccarsi non solo dal mondo civile, ma anche dal BPRD, per lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare una nuova vita con l’unica società, Liz e Abe, che è in grado di accettarlo per quello che è, con amore infinito.


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