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Deconstructing Mavis, una recensione di Young Adul...

Deconstructing Mavis, una recensione di Young Adult (J. Reitman, 2011)

La prima cosa di cui ti rendi conto dopo aver visto Young Adult è che non sei entusiasta; anzi, sei atterrita, e vagamente spaventata. Di più, sei atterrita, spaventata e disturbata. E questo per una serie di ragioni che si possono riassumere con una sola parola: Mavis. Ovvero il prodotto finito di un lavoro combinato tra Jason Reitman (il regista), Diablo Cody (la sceneggiatrice) e Charlize Theron (l’interprete). Un prodotto – in questo caso la protagonista di un film – talmente ben congegnato, preciso, solido e credibile, da diventare il film stesso. Perché Mavis Gary è il tema di Young Adult, e noi lo siamo con lei; e la cosa non ci fa saltare di gioia.
Facciamo un passo indietro. Mavis Gary (la Theron) vive a Minneapolis ed è autrice di una serie di libri per giovani adulti (i cosiddetti “Young Adult”) che è giunta al suo capolinea. Un giorno scopre che il suo fidanzato storico del liceo, Buddy Slade (Patrick  Wilson), ha appena avuto il suo primo figlio e decide di tornare in provincia. Vuole riconqustare Buddy e scrivere il suo nuovo libro; ma niente va come previsto, e la peggiore delle delusioni, ovvero la semplice realtà, rischia di piombarle improvvisamente addosso.

La protagonista di Young Adult si presenta subito per quello che è, ovvero un problematico coacervo di variegate contraddizioni, tutte da nascondere sotto il tappeto. In lei e attorno a lei ogni cosa grida e stride. A partire dal suo appartamento a Minneapolis (di pregio, ma del tutto trascurato) per arrivare sino ai libri che scrive (di successo, ma parecchio stucchevoli per quanto si può intuire), prendendo dentro anche la cura-non cura della sua stessa persona (totale sciatteria alternata a vistose tirate a lucido). Tutto rivela un malessere zittito e travestito. Una doppiezza di fondo. Una mancanza di autenticità e genuinità, intesa in qualsiasi senso possibile (in proposito: atroci i sorsi di coca cola appena sveglia). La sua vita – dominata da una totale schizofrenia tra l’essere e l’apparire –  è tanto desiderabile sulla carta, quanto odiosa nella realtà. La stessa Charlize Theron (qui bravissima, del tutto trasfigurata nel personaggio) sa incarnare perfettamente questo parallelismo, fondendo nella bellezza del suo viso, continue espressioni di disgusto, indifferenza, e disapprovazione.
Ma, come detto sopra, la psicologia di Mavis è sottile, e per questo ancor più logorante.
Lo dimostra il fatto che, nonostante tutto, per la maggior parte del tempo, Mavis Gary risulta in apparenza non solo una persona ben integrata nella società, ma anche una donna di discreto successo, oltre che di chiara avvenenza. E questo non l’aiuta. Al contrario. Le rende più facile nascondersi, rimescolare le carte e mentire. Fuggire dal mondo reale.

Individualista, anaffettiva, malignamente ironica, e talvolta meschina. Ma anche nevrotica, alcolista,  e segretamente disadattata. Mavis sembra in tutto e per tutto una reginetta decaduta e sguaiata, una reginetta diventata strega, un sogno americano aberrato (viene in mente la cover di Live Through This delle Hole); ma in realtà non è altro che un’adolescente nel corpo di un adulto – come le sue maglie di Hello Kitty ben rivelano. Il suo atteggiamento, i suoi ragionamenti e il suo comportamento sono quelli immaturi di una ragazzina (“tu non sei cambiata per niente” le dice il suo ragazzo del liceo) ma proprio questo, sotto sotto, ci permette di essere comprensivi con lei; e ce la rende  famigliare e vicina, in quanto “simile”. Non sto dicendo che siete/siamo tutti dei nevrotici bugiardi alienati (anche se mi chiedo quanto sarebbe falso). Mi sto chiedendo piuttosto chi non lo è mai stato. Noi conosciamo Mavis e la capiamo pure. E sappiamo cosa vuol dire desiderare di andarsene da un posto, o desiderare una rivalsa, o anche solo desiderare una professione (ma forse da ragazzine avremmo detto un voto, un ragazzo, un capo d’abbigliamento) brillante, vincente. Così come sappiamo che cosa significa autoannullarsi con una bottiglia o coltivare legami improbabili con soggetti emarginati e discutibili (amici o amanti che siano). Di solito comincia dai sedici anni in su, e poi si procede a piacere; a seconda della sottotipologia umana cui si appartiene. Per farla breve, se anche ora non le assomigliamo, di certo le assomigliavamo in passato. Di certo esiste una parte di noi – estinta o meno – che fa di nome Mavis Gary.

Ciò che ci inibisce di Young Adult, quindi, non è tanto la presenza di un personaggio tacitamente folle, sofferente e crudele, quanto il sospetto che quel personaggio ci assomigli tremendamente. O che addirittura ci rappresenti. E il dubbio che questa cosiddetta follia ormai non sia altro che la frustrazione quotidiana, la nostra dose di disillusione con cui fare i conti la sera, in mancanza dei risultati sperati.

In una realtà in cui il successo, l’apparenza e la ricchezza sono i totem indiscussi, non sembra così assurda l’idea di rifugiarsi da dove siamo venuti. Indietro nel tempo. A cercare qualcosa che ancora ci manca. Magari in un paesino di provincia, da quel bravo ragazzo con cui eravamo fidanzate.


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  1. Marta Conte

    21 Settembre

    Ottima recensione!

  2. Tarin Nurchis

    22 Settembre

    ^.^

    tnx!

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