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C’era una volta, in un paese lontano lontano...

C’era una volta, in un paese lontano lontano, la ricompensa per il mio sbattimento

Ho sempre pensato di non essere terreno particolarmente fertile per le fiabe. Per quanto mi piacesse sentirmele raccontare (così come qualsiasi altro racconto) e nonostante mi riguardi ancora oggi i cartoni della Disney, non mi sono mai veramente ritrovata dentro la loro struttura. Senza andare a ribadire ancora una volta come la “versione per bambine”, con quella fastidiosissima tensione all’attesa del principe azzurro, non fosse in realtà adatta a tutte le bambine, e senza dilungarci sulla costante sensazione di essere fuori posto rispetto al processo di identificazione del resto delle mie coetanee (per intenderci: avrei voluto essere il principe, salvare la principessa e portarla in braccio al nostro letto nuziale – ma non è di questo che stiamo parlando), l’intero impianto orientato verso una realizzazione di tipo emotivo-sentimentale non ha mai avuto un appiglio particolare su di me. Era divertente, ma non era la realtà che volevo.

Di recente, però, ho scoperto non solo di aver creduto ciecamente ad una favola, ma di aver impostato tutta la mia vita su un suo principio che, genuinamente, pensavo fosse applicabile anche a questa nostra vita. Cosa sarà mai? Incantevoli palazzi su verdi montagne? Teiere parlanti (magari!)? Tutori pennuti e piuttosto arroganti? No, niente di tanto elaborato. Ho creduto semplicemente all’esistenza di un principio di ricompensa, o più in generale di un qualche rapporto di dipendenza fra l’impegno profuso per una causa e i risultati ottenuti. Insomma, ho sempre creduto che se mi fossi sbattuta per qualcosa, alla fine avrei ottenuto qualcosa in cambio.

Si tratta di un principio abbastanza semplice e immediato da sembrare, necessariamente, anche vero, così non ho mai avuto nulla da ribadire ai miei genitori quando mi hanno insegnato che qualsiasi cosa si faccia, va fatta per bene, né ai miei cugini più grandi che mi hanno detto che studiare, anche se a lungo e con fatica, è un po’ come prendersi dei crediti da riscuotere poi sul lavoro. Così ho fatto tutto quello che mi si chiedeva di fare. Ora, non immaginatemi chiusa in una stanza ricurva su tomi polverosi e in compagnia di una flebile candela: non c’è niente di più lontano dalla mia realtà adolescenziale e universitaria. Ma non mi sono mai risparmiata, ho sempre lavorato con coscienza e ho tenuto the eyes on the price, come dicono gli inglesi.

Peccato la mia ricompensa non sia arrivata mai. Certo, è arrivato il 110 e lode (due, per vantarmi a dovere), i complimenti e i regali dei parenti, la festa con gli amici e la sensazione di avere tutta la vita davanti (sigh), finalmente autonoma ed indipendente, soddisfatta di un lavoro che mi avrebbe permesso di pagarmi l’affitto, i bloody mary e tutti i vinili che avrei incontrato sulla mia strada. Ma questa sensazione non si è mai tradotta in realtà: la mia autonomia finanziaria si decide di mese in mese, ho un contratto che non mi permette di avere i tre giorni previsti per legge per un trasloco (legge sacrosanta, ne avrei proprio bisogno), e soprattutto il lavoro che faccio non mi dà la soddisfazione sperata.

È una situazione temporanea, che passerà? C’è chi me lo dice, ma questa volta io ci credo e non ci credo. E allora mi viene da pensare che avrei fatto meglio a godermi qualche ora in più, perché tanto sarebbe cambiato ben poco, in questo sistema. E a dire a voi: non sbattetevi troppo, non ne vale la pena. O per lo meno non illudetevi.


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  1. elisa

    12 Settembre

    bloody mary <3

  2. ta

    12 Settembre

    ‘..senza dilungarci sulla costante sensazione di essere fuori posto rispetto al processo di identificazione del resto delle mie coetanee (per intenderci: avrei voluto essere il principe, salvare la principessa e portarla in braccio al nostro letto nuziale – ma non è di questo che stiamo parlando)..’

    *_*

  3. Sonomi

    12 Settembre

    “Disney gave me unrealistic expectations about karma” potrebbe essere il succo.

    E sì, anche a me. Forse è anche che i film Disney sono imbevuti di America, di quell’idea ingenua e ottimista che se ti sbatti sicuramente ne avrai in cambio del bene (con l’implicito che se invece la vita ti prende a calci in culo, devi aver fatto qualcosa di male).

    Quando invece secondo la saggezza antica la vita con noi ci gioca a dadi, il nostro destino è fatto in gran parte di botte di culo e di sfortuna e dunque non vale la pena di infervorarsi troppo.

    Cogli la rosa quando è il momento, perchè lo stesso fiore che nasce oggi domani appassirà, o qualcosa del genere.
    Ma anche l’idea che la ricompensa, se c’è, di sicuro non è in questa vita.

    Wow, sono allegra e garrula come un de profundis, oggi.

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