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“Be true ‘cause they’ll lock you up in a sad sad zoo”: intervista a Sam Alden, brillante cartoonist di Portland

Sam Alden è un disegnatore americano che mi è capitato di conoscere per caso, durante uno di quei rollercoaster internautici tipici della domenica pomeriggio. Ha la mia età e un sito chiamato Gingerland e solo il nome basterebbe a capire come io ci sia capitata. Scrive e disegna incredibili storie brevi, e periodicamente pubblica nuovi capitoli di quella che pare essere la sua opera più ambiziosa, Eighth Grade, graphic novel in fieri incentrata sulle vite di un gruppo di quattordicenni. Il primo lavoro di Sam che mi è capitato sotto gli occhi è stato The Boat, una storia semplice ma disarmante, racchiusa in paio di tavole che (ho scoperto mentre lavoravo a quest’intervista) Delebile Edizioni ha tradotto quest’anno per l’antologia Home
Trovo che Sam sia pieno di talento e per questo ci tengo molto a farvelo conoscere. Persona deliziosa, ha risposto a tutte le mie domande in modo più che esaustivo, dimostrandosi, come sospettavo, un timido nerd del fumetto nonché esperto conoscitore di Gilmore Girls e fan di Cat Power. A intervista conclusa, raccomando a tutti voi un giro sul suo blog. Avvertenze: è un’intervista lunga, ma vale la pena leggerla fino all’ultima riga.

Parlami di te, Sam. Dove vivi, di cosa ti occupi e soprattutto quanto tempo dedichi al disegno?

Mi chiamo Sam Alden. Sono nato a Porland, nell’Oregon. Attualmente penso di essere uno di quelli che potrebbero esser definiti “illustratori professionisti”, ma solo perché non ho un altro lavoro. Ho appena compiuto 24 anni, e vivo nel basement della casa dei miei. Penso comunque di essere più o meno noto su internet (silenzio imbarazzante). A volte questo pensiero mi aiuta a compensare tutte le altre mancanze da adulto. Passo tutto il tempo che mi è concesso a disegnare. Metti pure dieci ore al giorno, a farla grossa; più seriamente forse otto ore. Mi piace prepararmi taniche di caffè verso mezzanotte e disegnare di notte, a casa dei miei, allo stesso tavolo da cucina cui sedevo quand’ero bambino, e poi andare a dormire verso le cinque. A breve però mi trasferirò in un bell’appartamento, e in un certo senso ciò mi fa sentire anche più maturo di quanto mi sento ora.

 Quando hai cominciato a disegnare fumetti?

Potrebbe sembrare poco credibile come risposta però… da quando ho memoria. Alcuni dei primissimi disegni che ho realizzato erano già fumetti. All’inizio volevo imitare Calvin and Hobbes, poi alle medie ho iniziato ad interessarmi alle serie lunghe, tipo Bone o Sandman. L’altro giorno ho avuto questa discussione col mio amico August… parlavamo di quanto fossero fuori di testa i nostri fumetti di quei tempi. Quando avevo quindici anni tenevo questa striscia intitolata Spak in the Land of the Teethmen che si sviluppava esattamente come Tintin in America, dal punto di vista cronologico. Era disegnato esattamente come ti aspetteresti che un quindicenne devoto allo stile di Hergé potrebbe disegnare un fumetto, e l’idea era quella di un protagonista che seguisse una sua stramba missione, incontrando tutti i relitti lasciati dietro dalle folli fughe di Tintin, come le macerie delle locomotive o i gangster privi di senno. Ma la trama reggeva poco ed era pure piuttosto oscura; la missione del protagonista era raccogliere i denti dei bambini in giro per il mondo e spedirli a questa fumosa organizzazione che aveva intenzione di creare un enorme esercito di denti tramite pratiche voodoo. L’unico appoggio in tutto questo delirio era una bambola creepy che gli indicava dove andare, di volta in volta. [Non riesco a fare a meno di trovarlo geniale, n.d.a.] Col senno di poi, non riesco a credere di aver reputato questo delirio un vero fumetto di avventura. Non volevo fare Tintin versione dark, macché, pensavo soltanto “Ok, si tratta solo di una serie che ha per protagonista un tizio vagamente simile a Tintin che stende col cloroformio un po’ di ragazzini e ruba i loro denti”. Insomma, i miei primi approcci al fumetto erano piuttosto bizzarri. Sì, lo ammetto.

Al liceo disegnavo un sacco di fumetti satirici sulle lavagne delle aule vuote, ma il mio primo tentativo di realizzare una graphic novel come si deve è stato English Major, un fumetto davvero illeggibile. Avevo 18 anni quando decisi di realizzarlo. Era una storia pesante, inflazionata, relativa a un professore di inglese che insegnava in un college molto prestigioso, frutto di tutta una serie di film che mi ero fatto in testa circa come dovesse essere un insegnante di inglese del college. Quasi non c’era trama. Era più una stringa di simboli e analogie, tipo “Questa vignetta contiene una piscina vuota, vuota come il personaggio disegnato in quella successiva”. Il problema era che dovevo ancora imparare a staccarmi dal background accademico, o per lo meno, imparare a farlo senza esagerare. La maggior parte delle scuole incentra gli insegnamenti sull’analisi letteraria piuttosto che sulla scrittura creativa e l’impressione che avevo allora era che per scrivere un buon libro si dovesse iniziare con tutte queste cose che avrebbero determinato il suo significato e tutte le piccole metafore astute che potevano servirti per delinearlo e poi semplicemente buttar giù la storia attorno a quest’idea. Ora, ciò che penso è che basta raccontare una storia che sia buona e i simboli e compagnia bella verranno di conseguenza, se scrivi qualcosa di onesto. Credo che gli esseri umani siano così presi bene col simbolismo letterario da non capire nemmeno quanto spesso si ritrovano a crearlo e ad interpretarlo.

Quali autori ti piacciono? Ti va di farmi qualche nome?

Vediamo un po’. C’è Tove Jansson, che non smette mai di piacermi, sebbene il mio stile sia ben diverso dal suo. Quand’ero piccolo amavo pure Moomin, ma direi che l’amo pure ora. I fumetti di Gabrielle Bell sono magnifici, e mi stupisce sempre il fatto che nel mondo siano in pochi a riconoscerlo. Di recente ho scoperto i lavori di Yumi Sakugawa (la mia storia The Boat si potrebbe considerare un tentativo di imitazione di questo stile). Poi Susumu Katsumata, cui mi sono ispirato tantissimo per Garden spectre (assieme a Tatsumi). Mi piace pure Osamu Tezuka, ma non so nemmeno spiegarti quanto e come. Forse perché è parecchio strano? Disegna questi pezzi estremamente profondi relativi alla natura umana, alla fede e alla vita, e, non so, gli viene in mente di trapiantare una testa di lupo su un corpo di samurai o disegnare una storia che ha per protagonista un tizio con spade al posto degli arti. Sì, cavolo, Osamu Tezuka. Penso di fumettisti come lui ce ne sian pochi al mondo. Chi altri… mi piace Will Eisner, come dicevi tu, sì, e mi ci sono rifatto per i panorami cittadini che si vedono in The Boat, ma non ho letto molta roba sua, ad esser sincero. Mi piacciono Jaime Hernandez e Jim Woodring. Mi piace Simon Hanselmann, col suo stile brutale.

Leggendo uno dei suoi fumetti di Megg, Mogg and Owl ho imparato moltissimo sul buon storytelling. Praticamente si tratta di questa storia incredibile su Megg e Mogg che simulano uno stupro ai danni del loro compagno di stanza, il giorno di suo compleanno. Così, per scherzo. Per tutto il tempo mi sono sentito male, nauseato: lo humor era piuttosto cupo, e mi ci è voluto un po’ prima di realizzare che stavo leggendo qualcosa di completamente fottuto sulle peggio persone del mondo. Alla fine del fumetto, i protagonisti si sentono in colpa per come si son comportati, comprano un po’ d’erba e un videogioco al malcapitato e il fumetto si conclude con loro super gentili l’uno con l’altra, seduti a fumare assieme. Quel finale è l’unico, unico, spiraglio di luce in tutta la storia, dove capisci in qualche modo come sia possibile per i tre andare d’accordo e come sia possibile che tengano l’uno all’altra, o come abbiano bisogno reciproco l’uno dell’altra in un modo completamente fottuto… dopo tutto quel malessere, insomma ti ritrovi catapultato in questo insieme di sincerità e bellezza quasi spiazzante. Ci ripenso spesso, a come il disagio iniziale, il malessere, sia riuscito a far splendere e risaltare la parte conclusiva. Eighth Grade, pure, avrà degli sprazzi del genere, prima di giungere al termine.

Ho scoperto il tuo blog tramite la storia breve The Boat. Il tema trattato, sai, l’insicurezza, la paura di esporsi… beh, è un tema che mi sta molto a cuore. Ero una persona (lo sono ancora) molto insicura e mi sono ritrovata moltissimo nei pensieri del protagonista. Ti va di parlarmi di com’è nata la storia? Da quello sono subito passata agli altri tuoi comics, impressionata dal tuo lavoro. Parlami anche di quelli.

The Boat è incentrato sull’insicurezza, hai colto perfettamente il punto. Molte delle persone che l’han visto online l’han preso per un racconto pro-nostalgia, ma non era quello che intendevo trasmettere quando l’ho ideato. Penso che la nostalgia sia, spesso, poco salutare; una soluzione di comodo. La barca della storia è solamente un meccanismo di distacco, cui facevo ricorso quand’ero bambino, pensando tutto il tempo che l’infanzia era uno schifo ma che “da grande” sarebbe stato diverso. Ma, lo sai, non puoi stare emotivamente troppo lontano dai tuoi problemi, senza abituartici, ed è un attimo trasformarsi in una persona-robot incapace di relazioni e affetto. Hai presente quella canzone di Cat Power, “Metal Heart”? Non ho mai prestato troppa attenzione al testo di questa canzone, ma ogni volta che sento il ritornello mi commuovo e penso, diavolo, questa canzone parla di me, perché io ho preso quella barca troppe volte e ora il mio cuore è davvero di metallo. I fan di Chan Marshall che hanno voglia di mettermi al mio posto, dopo questa, sono liberi di farlo.

Ad ogni modo, ti ringrazio per quello che mi hai detto, riguardo quella storia. L’ho disegnata in circa tre ore, durante un troppo fresco pomeriggio di settembre, quando mi sentivo malinconico e pensavo a come certe cose riescono a darci questa sensazione di protezione. Ho realizzato che sono le cose costanti, a darcela. Più si invecchia più le cose saranno difficili e si avrà voglia di riparo. The Boat si ispira a questo, la volontà di dare una forma fisica al comfort dell’immutato.

Cosa mi puoi dire di Eighth Grade? Trovo sia una storia straordinaria. Non vedo l’ora esca il prossimo episodio, dico davvero. Dovresti pubblicarlo.

Grazie. Potrei andare avanti anni a parlare di Eighth Grade, ma ti basti sapere che conto di terminarlo quest’anno e che si svilupperanno delle dinamiche interessanti… ci sarà pure un ballo di fine anno, prima della conclusione. Probabilmente, uno dei momenti più “alti” della mia carriera di fumettista risale a quando una ragazza mi ha mandato una videorecensione di Eighth Grade in cui lo paragonava al Giovane Holden e ai film di Miyazaki. Incredibile. Incredibile che qualcuno dell’età dei protagonisti della storia legga la storia, l’ami e la paragoni a tutte queste cose che adoravo pur io quand’ero adolescente. Ciò che preferisco in assoluto sono quelle opere che ti stupiscono e ti piacciono sia che tu sia adolescente sia che tu sia già uscito da quel periodo della tua vita. Eighth Grade è il genere di fumetto che avrei voluto leggere a quell’età, che in qualche modo ha questa capacità di farti sentire grande e intelligente.

Una cosa che mi scocciava, quando ero giovane e dovevo fare i compiti a casa, era che nei libri che leggevo, scritti per ragazzini e con ragazzini per protagonisti, non c’erano mai personaggi che facessero quello che ero costretto a fare io, che passassero ore alla scrivania come me. Ora che sono più vecchio, capisco che non ha senso dedicare pezzi di storia a quel tipo di azione, perché il ritmo rallenterebbe. Ho cercato comunque di far capire che Simon è uno che sta poco dietro alle consegne scolastiche, anche se non si vede lui che evita i libri.

Uso spesso i triangoli romantici in Eighth Grade perché, in quanto autore ritengo importante creare un sistema dinamico, che non rimanga mai fermo su se stesso, e che sia possibile seguire nelle sue leggi pazze. Ecco perché i triangoli sono perfetti come trama narrativa; sono un sistema che matematicamente parte sbilanciato, e continua ad oscillare da un punto ad un altro e un altro ancora, fino al cambiamento drastico. Come quando Rory ama Jess, ma sta con Dean; e tutta la stagione è incentrata su quello e poi Rory lascia Dean e quello, beh, è il drastico cambiamento che tutti aspettavamo.

I triangoli di Eighth Grade funzionano perché sono sistemi sbilanciati, ma anche perché sono artifici dell’inquadratura per scelte più ampie. Il triangolo comprende Simon e Tom, amici per la pelle con tutta una serie di risvolti taciuti, e Emma, che entra nel quadro tramite Simon, facendolo crescere e facendogli capire chi è, ora che sta crescendo. Emma, a sua volta, è coinvolta in un triangolo che vede contrapposti a lei, la sorellina e Simon. Quindi, ecco, i triangoli mi piacciono perché possono dimostrare come un personaggio cambia o come sceglie gli aspetti della sua personalità che più ritiene importanti. Anche se spesso la scelta tra due strade, il bivio, la situazione da due-porte-chiuse-quale-scelgo, suona un po’ falsa. 

Dobbiamo parlare di Farmer’s Dilemma. Anche questa tua storia tratta temi caldi come il mancato senso di appartenenza. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Grazie! Quella storia è ambigua; uno dei vantaggi dati dallo sfruttare quest’impossibile rete di relazioni interspecie è che non la si può inserire in una comune narrativa umana. È una sorta di storia di coming-out, di razze e pure di vegetarianesimo, cannibalismo et similia. Mi sento vicino alla volpe della storia ma penso che anche la posizione dei genitori sia condivisibile. Dico, per quanto possa aver senso, dato che loro figlio mangia la gente.

Farmer’s Dilemma è un lavoro della scorsa estate, di quando avevo appena finito il college ed ero tornato a vivere coi miei. Loro sono in gamba, davvero; sono comprensivi e non ho vissuto nessun tipo di tracollo emotivo simile a quello raccontato nella storia. Ma il senso di mancata appartenenza al luogo da cui sei partito e in cui sei cresciuto è reale e autobiografico, ed è qualcosa che credo tutti abbiano sperimentato sulla propria pelle in un modo o nell’altro. Qualche settimana fa ho ricevuto una lettera deliziosa da parte di una persona che era stata adottata e che aveva letto Farmer’s Dilemma: lo definiva come una delle descrizioni più accurate dell’esperienza che aveva vissuto. Pazzesco. Quando tornerò a Portland probabilmente le manderò una copia del libro.

 Quanto sono autobiografici i tuoi fumetti?

Direi che per un buon 80% sono pura finzione e per il restante 20% autobiografia. Ci sono alcuni personaggi (nessuno dei quali principale) di Eighth Grade che son basati su persone che conosco nella vita reale. E ogni volta che uno dei miei personaggi mi assomiglia fisicamente, è probabile che sia per via di un qualche incubo o fantasia che ho avuto. Ma non ho mai scritto e disegnato autobiografie pure, perché mi serve sempre qualche trucco o qualche espediente letterario o qualche “bugia” per amalgamare bene tutto a livello narrativo.

 Sei mai stato in Italia? Ti piacciono i fumettisti italiani?

Sono stato in Italia una sola volta, con la mia famiglia, quando avevo 12 anni. Mi ricordo per lo più che ero di umore irritabile e che il tonno in scatola veniva conservato nell’olio d’oliva (cosa che lo rendeva 300 volte più saporito rispetto al tonno che si può comprare in America, conservato in acqua). Mi imbarazza un po’ ma devo ammettere che di italiani conosco solo coloro che lavorano a retinacomics.org, che raccoglie peraltro ottimi lavori e che ha accolto anche una mia partecipazione tempo fa. Sono amico di Cecilia Latella perché partecipammo ad un workshop di Craig Thompson nel 2010. Chi mi raccomanderesti?

(Mi prendo un attimo per rispondergli, intanto gli faccio l’ultima domanda, n.d.a.) Hai qualche suggerimento per quest’autunno? Qualche nuova graphic novel in uscita che ti va di consigliare?

Oddio, non è che sia la persona più adatta per dare consigli. Non sono informato sulle ultime novità; di solito mi accorgo dei grandi casi editoriali dopo che han già fatto il botto, a qualche anno dall’uscita.
Ad ogni modo Theo Ellsworth sta per pubblicare un libro, questo è da segnare! Si chiamerà The understanding monster, dovrebbero comprarlo tutti.

 

SAM ALDEN
sito ufficiale: http://gingerlandcomics.blogspot.it/
tumblr: http://gingerlandcomics.tumblr.com/

photo credit: Allie Felt


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  1. Michele B.

    7 dicembre

    È molto apprezzabile l’umiltà con cui Sam descrive il suo lavoro. Ti vien voglia di invitarlo a casa a guardare i Goonies insieme.
    Complimenti, davvero un ottimo articolo.

  2. Margherita

    7 dicembre

    bellissima intervista. mi sono un po’ commossa sul suo riferimento a “metal heart”. ora andrò a recuperarmi qualcosa di suo online…

  3. Veronica Tosetti

    7 dicembre

    Complimenti Righele! 🙂 mi piace assai l’intervista, mi piace assai lui e il suo tratto! grazie per aver condiviso con noi la tua bellissima scoperta!

  4. Elisa Cuter

    7 dicembre

    Era proprio necessario che fosse pure carino? Diamine. :S

  5. Valeria Righele

    7 dicembre

    Tutti questi feedback positivi mi rendono molto felice. Molte (timide) grazie a tutti. Gh! Probabilmente mi tapperò in casa col computer anche questa domenica e le prossime, dato che il netsurfing pazzo mi fa scoprire preziosità del genere. E sì, Sam le ha tutte dalla sua. Ragazzo fortunato 😉

  6. SmettoQV

    7 dicembre

    Vedendo le tavole presenti sul suo blog, dovresti consigliargli Pazienza (Andrea, sempre tu non l’abbia già fatto). L’uso dei colori mi ricorda molto alcune tra le sue tavole più psichedeliche. E invece il tratto ricorda molto Toffolo, quello dei 3 Allegri Ragazzi Morti.
    E cmq, SoftRevolutionZine è sempre avanti. Brave.

  7. Bonnie

    7 dicembre

    Ottima intervista! Non vedo l’ora di vedere il resto delle sue tavole!:D

  8. Ilaria

    8 dicembre

    Davvero interessante questa intervista, mentre leggevo speravo non finisse troppo presto… Approfondirò questo autore (non lo conoscevo, quindi: grazie!), anche perché mi ricorda un po’ Craig Thompson, che amo!

  9. brotha G

    13 dicembre

    Grande Val… proprio un bel colpaccio.
    Chissà che non sia proprio tu a farlo conoscere in Italia…
    Positive vibrations, comunque.

  10. Twenty_one Avenue

    27 gennaio

    Come al solito arrivo tardi.
    Io, al contrario di coloro che hanno lasciato un feedback sotto l’intervista, prima ho scoperto Sam Alden e poi l’articolo. Scivolavo fra le mille immagini di tumblr quando a un tratto incappo in una splendida tavola del qui sopra citato fumettista dalle mille risorse. Approfondisco la ricerca e scopro che ha già pubblicato con Delebile Edizioni e che (udite, udite) quest’anno il Bil Bol Bul gli dedicherà un’intera mostra. Fantastico! Poi “googlando” un po’, scopro questo bellissimo articolo/intervista e mi c’immergo. Toccante, umile, con domande che avrei voluto fare io. Lui è bravissimo e tu hai avuto l’occhio lungo sull’argomento. Si può dire che sei arrivata prima di tutti (o di molti). Spero di leggere presto altri articoli simili.

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