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Al cinema nel 1991 – parte seconda

Continua la nostra selezione di pellicole uscite nelle sale ventuno anni fa. Recensiscono Margherita Ferrari e Valeria Righele. La prima parte è qui.

  • Tutte le manie di Bob (di Frank Oz)

– Soffro di capogiri, di nausea. Ho sudori freddi, sudori caldi, eruzioni cutanee, difficoltà di respirazione, di deglutizione, annebbiamenti, sbandamenti e tremiti, arti gelati, labbra informicolite, ipersensibilità delle unghie… impedimenti pelvici.

Questo è Bob (Bill Murray). Personalità multifobica, Bob vive con la costante sensazione che stia per accadergli qualcosa (“E se smette di battermi il cuore? E se cerco un gabinetto e non riesco a trovarlo?”). Dopo essere stato in cura da diversi specialisti, spazientendoli uno dopo l’altro, approda al rinomato studio del Dr. Leo Marvin (Richard Dreyfuss). Nella sua cura Passi di bimbo, Bob sembra trovare l’equilibrio a lungo sognato, peccato che lo psicanalista abbia in programma di assentarsi dalla città l’indomani per trascorrere un mese di vacanza con la famiglia. Trovato un modo per scoprire la località in cui il Dr. Leo passerà le ferie, Bob decide di fargli visita. Seguono risvolti tragicomici del caso.
Commedia di Oz forse non eccellente, funziona soprattutto per la forza dei due protagonisti (uno è Bill Murray! Capito?)

Tre ragioni per vederlo:

1. Bill Murray con la Tourette.
2. Bill Murray con la maglietta extralarge “Don’t hassle me I’m local”.
3. Ho già accennato a Bill Murray?
(V.R.)

  • The Commitments (di Alan Parker)

– Is this the band then? Betcha U2 are shittin’ themselves.

Tratto dall’omonimo romanzo di Roddy Doyle, The Commitments racconta la storia di Jimmy Rabbitte, un dublinese spiantato e pieno di sogni di gloria che decide di fare da manager ad una band soul (the hardest-workin’ band in the world), i cui componenti sono tutti disoccupati e pieni di problemi economici. Questo film ha così tanti pregi che risulta quasi imbarazzante elencarli. Come prima cosa, la colonna sonora è spettacolare; tutti i pezzi sono cover di classici soul riproposti dal cast con un trasporto e una passione che vi faranno sciogliere in lacrime e ballare come delle manguste indemoniate. Inoltre, il film raggiunge il perfetto equilibrio tra momenti una comicità capace di indurre crasse risate e di dramma, in cui viene raccontata la dura vita dei disoccupati di Dublino verso la fine degli anni ’80. Le scene geniali si sprecano (vogliamo parlare di quella delle audizioni? Un classico!) e così sarà sprecata la vostra vita se perirete senza aver visto questo film. (M.F.)

  • Hook – Capitan Uncino (di Steven Spielberg)

– You’re a… you’re a complex Freudian hallucination having something to do with my mother and I don’t know why you have wings, but you have very lovely legs and you’re a very nice tiny person and what am I saying, I don’t know who my mother was; I’m an orphan and I’ve never taken drugs because I missed the sixties, I was an accountant.

In tutta onestà ho difficoltà a credere tra le lettrici e i lettori di questa webzine ci sia qualcuno che non sia ancora stato toccato dalla pregevolezza di Hook. Se così fosse, vi propongo un solo strabiliante motivo per recuperare questo film: ad interpretare il figlio di Peter Banning (Robin Williams) è Charlie Korsmo, lo stesso giovane attore che abbiamo incontrato nel sopraccitato Tutte le manie di Bob.
A parte gli scherzi, Hook è da due decenni un classico per l’infanzia, che riprende la storia di Peter Pan presentandosi come una sorta di sequel. Come forse ricorderete, il film racconta la storia del ritorno dell’avvocato Peter Banning sull’Isola che non c’è, dove Capitan Uncino (Dustin Hoffman) tiene prigionieri i suoi figli e dove il protagonista riconquisterà lentamente il ricordo della propria infanzia. Recuperatelo, che l’abbiate già visto o meno. (M.F.)

  • Belli e dannati (di Gus Van Sant)

My Own Private Idaho (Belli e dannati nella catastrofista traduzione italiana) racconta la storia di Mike (River Phoenix) e Scott (Keanu Reeves), due amici di diversa estrazione sociale che vivono insieme per strada e che si prostituiscono per raccogliere qualche soldo. Il film è diviso in diverse sezioni che mappano gli spostamenti di Mike, un ragazzo omosessuale con gravi problemi di narcolessia, tra Seattle, Portland, Roma e l’Idaho, sempre alla ricerca della madre. Da molti considerata la pellicola in cui River Phoenix diede il meglio di sé, grazie ad un’interpretazione intensa e coinvolgente del personaggio di Mike, essa è senza dubbio degna della vostra attenzione.
Personalmente lo consiglio anche perché contiene una delle mie scene cinematografiche preferite ambientate durante un funerale (due in questo caso).  (M.F.)

  • Terminator 2 (di James Cameron)

JOHN: Tu quanto tempo vivi? Cioè, quanto duri? Sì, insomma…
TERMINATOR: 120 anni con la batteria in dotazione.
JOHN: E puoi imparare roba che non hai in memoria per poter diventare, diciamo, più umano e un po’ meno imbranato?
TERMINATOR: Il mio microprocessore è a rete neuronica, un computer che apprende. Più ho contatti con umani, più imparo cose.
JOHN: Fico.

Cosa succederebbe se le macchine diventassero autocoscienti e si ribellassero all’uomo, rivolgendoglisi contro? Se sapessimo che accadrà davvero, saremmo in grado di prevenire il disastro? Quesiti che non ci fanno dormire la notte, e che di certo hanno dato da pensare anche a James Cameron che, quasi trent’anni fa, ha deciso di costruire su questi temi una vera e propria saga (il cui quarto e per ora ultimo film, Terminator Salvation, è datato 2009).

Della saga dei cyborg terminatori, il secondo film è decisamente il più riuscito. Arnold Schwarzenegger torna dal bellicoso 2029 nei panni di un T-800 incaricato di proteggere il giovane John Connor (Edward Furlong, qui al suo esordio), ovvero colui che in futuro guiderà la resistenza umana contro le macchine. Nello stesso momento, dal 2029 viene inviato anche un T-1000, un terminator più avanzato (come il nome stesso suggerisce), programmato invece per uccidere il ragazzo. Come per il primo Terminator (1984), quindi, endoscheletri metallici rivestiti di tessuti vivi viaggiano nel tempo per commettere reati, salvare (o prendere) vite e confrontarsi con esseri umani dalla vita incasinata. Al di là degli effetti speciali e dell’azione che nel film di certo non mancano, a far sognare è l’impacciata amicizia tra John e il cyborg interpretato dall’ ex governatore della California. Chi non ha desiderato, almeno una volta nella vita, di essere amico di un robot umanoide?

 Tre ragioni per vederlo:

1. Le (finalmente) buone intenzioni e il senso dell’umorismo del T-800.
2. Il bel faccino arrogante di Edward Furlong.
3. Linda Hamilton, che reinterpreta Sarah Connor. Questa volta temeraria e implacabile.
(V.R.)


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