Crea sito
READING

Abiti usati: pratici suggerimenti per ovviare al d...

Abiti usati: pratici suggerimenti per ovviare al dramma del loro smaltimento e/o riutilizzo.

Borchiare degli indumenti, un’attività che vi consente di riciclare due oggetti inutili in un colpo solo. Prendete un qualsiasi oggetto borchiato della vostra adolescenza ribelle, levate con molta pazienza le borchie (a seconda del tipo di borchia ci sarà un differente meccanismo, ma in linea di massima è tutto abbastanza facile/intuibile). Scegliete l’indumento sacrificale a cui dare nuova vita,iniziate ad applicare le borchie. Colletti, giacche di jeans da rendere molto metal anni 90, anche scarpe, se avete infinita pazienza. Staccare- Attaccare, staccare- attaccare. (M.M.)

Se avete seguito i consigli di questo post potreste trovarvi con una certa quantità di cosmetici nefasti da smaltire in qualche modo. Partiamo dalle cose facili: il latte detergente pieno di siliconi che giace in bagno a prender polvere è perfetto per lucidare e pulire le scarpe. Provare per credere. Qui altre idee per le vostre altre giacenze. (M.M.)

Poniamo abbiate un capo d’abbigliamento troppo imbarazzante per essere indossato, immaginiamo sia una gonna zebrata. La fantasia vi piace molto, ma di indossarla in pubblico non se ne parla proprio. Dall’altro lato c’è la vostra macchina, priva di copri-sedili posteriori. Armatevi di forbici, seguite la linee delle cuciture, ricavate dal vostro capo d’abbigliamento imbarazzante una lunga striscia di tessuto,che deporrete sui sedili della macchina, come se fosse un divano. Mi piacerebbe dimostrare quanto questa sia un’idea intelligente ma purtroppo la mia macchina giace dal carrozziere. (M.M.)

Il tema del riciclo (in generale) in Canada ha aspetti contrastanti. Se da una parte riciclare una semplice lattina è cosa perfettamente naturale, al solo sentir parlare di compost (cosa che il governo canadese sta cercando con tutte le sue forze di rendere obbligatorio per legge) si alzano molti occhi al cielo (per primi quelli della mia host mother) ché, piuttosto di far fermentare  l’umido, qui sarebbero disposti a pagare una multa. Insomma, in fatto di riciclaggio i comportamenti sono un po’ bizzarri. Quello che però mi piace di più (e piace di più al mio lato modaiolo-ma-tirchio) è la cosidetta friperie. La friperie è un negozio in cui la popolazione locale porta i vecchi vestiti, le scarpe usate e quant’altro di vendibile contenga il guardaroba. I gestori della friperie comprano tali capi a bassissimo prezzo (del resto, o si portano lì o si gettano), li lavano e li rivendono. La friperie è come il supermercato, è presente anche nei paesi più remoti della sperduta landa canadese e, a differenza dei negozi di seconda mano in Italia, è abbastanza frequentata. Contiene degli obbrobbri indicibili – cose alle quali non ti avvicineresti neanche se fossero le ultime giacche sulla terra e tu stessi morendo assiderata – ma ha anche delle piccole chicche vintage che possono essere benissimo riutilizzate. Fino alla consunzione o al prossimo giro alla friperie. (S.L.)

Quando vengo presa dallo sconforto per il numero imprecisato di abiti che si accatastano selvaggiamente nel mio armadio sono costretta, a malincuore, a prendere la ferale decisione: riciclaggio. Ma in cosa consiste il mio riuso indumentifero? Ci sono 3 tipologie di abito in questione:

a) l’indumento logoro e decrepito, magari sbrindellato e stinto. Per lui c’è poco da fare, ma il cassonetto non è una soluzione. Solitamente li taglio e ne faccio stracci da utilizzare nelle pulizie di casa o per il lavaggio di bici e auto (il cotone delle furono mutande o delle care estinte canottiere è molto meglio della finta pelle di daino che vendono a caro prezzo dai benzinai ad esempio);
b) il capo non più in uso ma quasi nuovo. Spesso si tratta di abiti dismessi perché frutto di acquisto incauto (dopo una sbevazzata in compagnia o durante la frenesia dei saldi), oppure di un capo regalato da una persona che proprio non ha idea di chi tu sia realmente. Per questi vestiti la mia opzione è quella dei centri di aiuto per i bisognosi. Di solito ce n’è uno in ogni città/paese. Io opto per quelli che offrono gli abiti direttamente alle persone che ne fanno richiesta, niente cassonetti per strada perché non mi è ancora ben chiaro come vengano utilizzati. Un capo per me importabile potrebbe invece essere la manna per qualcun altro: vendere un vestito non mi piace molto, ma pensare che possa essere utile a qualcuno si;
c)il capo affettivamente rilevante ma ormai implausibile. Si tratta per lo più di vecchie magliette, jeans logori che mi ricordano “quella cosa lì” , “quel momento là”. Ecco per loro di solito vige il trattamento reliquia: parte del capo viene ritagliata, cucita e trasformata in qualcosa di piccolo e facilmente conservabile (una bandana, un fazzoletto, un porta monete, una borsina). Nell’armadio ammuffirebbero e invece così tornano a nuova vita! (C.B.)

 

Autrici: Caterina Bonetti, Silvia Lanotte, Marta Magni (cui spettano i crediti per le prime due foto).


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.