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Una stanza tutta per sé: il fenomeno degli Hikikomori

Giappone, anni duemila, una mattina un ragazzo come tanti spegne la sveglia, si alza dal letto e decide che non scenderà a fare colazione, non si vestirà e non andrà a scuola o sul luogo di lavoro. Resterà semplicemente seduto sul letto, nella sua stanza, e poco alla volta andrà creandosi attorno un piccolo mondo in miniatura, completamente isolato dall’esterno e dalla società. Si tratta del fenomeno degli hikikomori, l’ultima frontiera dei pantofolai, si potrebbe ironicamente ammiccare, se non fosse che questo disturbo sociale colpisce una percentuale sempre crescente di giovani giapponesi e non solo. La vita di un hikikomori è priva di relazioni che non siano quelle filtrate dal web: nessun amico, almeno in carne ed ossa, rapporti sporadici con i famigliari, nessuna integrazione sociale all’interno delle categorie di studio o lavoro. L’esistenza di queste persone si svolge unicamente fra le quattro pareti della loro stanza, dalla quale spesso escono unicamente per alimentarsi, frequentemente di notte, in modo da evitare contatti anche con i parenti stretti.
Il fenomeno ha un’incidenza particolare nei giovani al di sotto dei 31 anni, ma esistono hikikomori intorno ai 40 anni, detti di “prima generazione”, che hanno ormai trascorso quasi metà della loro esistenza completamente isolati. Spesso almeno una delle figure parentali (o di cura) che vivono con la persona sono sostanzialmente accondiscendenti rispetto a questo comportamento, elemento che rende possibile la prosecuzione ad libitum.
Il processo psicologico alla base di questa relazione viene definito, con termine giapponese, amae, termine che indica, come prima accezione, il rapporto di richiesta di cura di un essere dipendente nei confronti di un altro (es. il bambino nei confronti del genitore). L’hikikomori può implorare l’ “aiuto” del parente oppure pretenderlo come un diritto acquisito, esercitando, in entrambi i casi, una pressione psicologica tale da vincolare le scelte del soggetto “sano”. Alla base di questa malattia probabilmente una forma minore di autismo e, come fattore esterno, la grande pressione imposta sui giovani dalla società nipponica. Spinti a fare sempre il massimo, costantemente in pericolo di “fallimento”, spesso mal ripagati degli sforzi scolastici sostenuti con un lavoro stressante e di scarsa soddisfazione, i giovani rinunciano “al mondo”, come moderni monaci di clausura.
Il fenomeno non è sconosciuto in Italia, ed è anzi in espansione. Ragazzi, in questo caso soprattutto under 18, che si relazionano unicamente grazie a chat e social network e che sovrappongono la loro identità virtuale con quella reale, facendo prevalere in modo netto la prima sulla seconda. La casa, anzi la stanza, diventa non il nucleo protettivo all’interno del quale sviluppare la propria identità di individuo per poi relazionarsi con la società, ma un luogo d’inconsapevole prigionia. Sul tema è stato realizzato un lungometraggio italiano, per la regia di Marco Prati, che però ci offre una versione “soft” del fenomeno, raccontando la vicenda di un hikikomori che ancora esce di casa e “cammina fra la gente”.
Molti confondono ancora gli hikikomori con i giovani introversi che trascorrono molto tempo in casa a leggere, giocare e relazionarsi sul web, praticare il modellismo o strane raccolte maniacali: nulla di più errato. L’hikikomori non è un nerd e nemmeno un’introverso (o almeno i concetti non combaciano). L’hikikomori non intrattiene alcun tipo di relazione con l’esterno e molto spesso è colpito da una forte apatia che lo spinge a non coltivare alcuna passione particolare. Non condivide esperienze ed interessi con altri hikikomori. L’esempio più vicino potrebbe davvero essere quello dei monaci eremiti, dei mistici di clausura, ma senza la componente spiritual-religiosa.
Al di là di ogni possibile definizione, l’hikikomori difficilmente riesce a reinserirsi nella società, se non attraverso lunghi e complicati percorsi che devono prevedere il coinvolgimento attivo di persone a loro vicine. Casa dolce casa: un po’ come la glassata prigione di Hans e Gretel, ma la strega, questa volta, è fuori e dentro i protagonisti.


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  1. Margherita

    6 dicembre

    Il fenomeno è decisamente interessante. Ne avevo già sentito parlare in passato ma mai con un minimo di criticità (i soliti articoli sensazionalistici…). Il tuo pezzo propone una lettura prevalentemente psicologica, quindi ho provato a cercare un po’ di letteratura che indaghi la dimensione meramente sociale del fenomeno. Non ho trovato moltissimo, ma tra i vari abstract che ho letto ce n’era uno che mi ha colpita. La ricerca presentata si focalizzava prevalentemente sulle reazioni a mutamenti strutturali che avrebbero portato ad un incremento del fenomeno in termini di numero dei ragazzi coinvolti (non dice nulla sulla durata dei “ritiri”). La tesi dell’autore è che il contrasto tra valori della società tradizionale giapponese e mutamento nel mercato del lavoro fungano da spinta alla clausura e al radicalizzarsi della stessa. Ovviamente questo si lega alla forte pressione sociale esercitata sui giovani giapponesi.
    Se vuoi dare un occhio all’articolo: Furlong, 2008, The Japanese hikikomori phenomenon: Acute social withdrawal among young people, “Sociological Review”, 56 (2)

    Sarebbe interessante capire in che termini gli hikikomori possono essere studiati in comparazione con ragazzi di altri paesi.
    Ad ogni modo, bell’articolo. Mi è piaciuto molto 🙂

  2. Caterina Bonetti

    10 dicembre

    Lo leggo di sicuro! Il fenomeno mi ha sempre affascinato, da quando ne ho letto per la prima volta. Sicuramente, che si tratti di una questione più sociale o più psicologica, qualcosa nella nostra società, non solo in quella giapponese, ha fatto tilt e questi sono solo alcuni esempi.

  3. Daisy

    7 febbraio

    Fabrizio scrvie:Renata, io vorrei imparare a suonare la chitarra, mi dici dove posso acquistarla con uno sconto pazzesco come lo hai avuto tu x la casa? GrazieVi ricordate la canzone di mina:Parole, parole , parole……..Poveri laziali, ma d’altronde marrazzo difendeva i cittadini dai sopprusi e dalle fregature, e la politica lo ha rovinato, la polverini, invece ancor prima di candidarsi gia sapeva come fregare lo stato. BRAVA RENATA, TU SARAI IL CAMBIAMENTO.MAGARI SE SUL TUO PROSSIMO SPOT ELETTORALE VORRAI CHIARIRE CIO CHE IL FATTO HA RIPORTATO, CI FARESTI UNA CORTESIA! W LA RETE

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