Una delle poche cose che a Verona (o in Italia) mi salva dallo sconforto assoluto è Interzona. Interzona è una associazione culturale che esiste ormai da una ventina d’anni e ha sede all’interno della ex area dei Magazzini Generali di Verona. Per me, che adoro i palazzi enormi e abbandonati, non esiste posto più affascinante sul territorio cittadino. Una delle particolarità di Interzona è il far parte di un network europeo, chiamato Trans Europe Hall (TEH), che comprende parecchi centri culturali sparsi per l’Europa. Questi centri sono fra loro diversissimi, ma hanno alcune caratteristiche in comune (l’essere indipendenti, l’aver sede in aree industriali dismesse e l’avere un programma multidisciplinare).

Uno di questi centri si trova a Berlino. Si chiama UfaFabrik, si trova a sud di Berlino, in quello che era il vecchio ovest, abbastanza vicino all’aeroporto di Templehof, all’interno di quella che prima era una delle due sedi dell’UfaFilm, ovvero dove si producevano pellicole e bobine per tutta la Germania. Ora, in quest’area di 18mila metri quadrati, si trova praticamente di tutto. C’è spazio per la cultura, con teatro, cinema, sale per la musica e la danza, c’è spazio per il mangiar bene, con ben due forni per fare il pane in modo del tutto naturale, c’è spazio per la sostenibilità, con recupero dell’acqua piovane e tetti ricoperti da prati per trattenere l’energia, c’è addirittura una scuola con fattoria annessa e tanto altro. Ovviamente tutto ciò non è nato per volontà superiori, ma dal basso: un gruppo di persone occupò quest’area alla fine degli anni ’70 e cominciò a modellarla lentamente secondo la loro sensibilità. Oggi non sembra un posto occupato da hippy puzzolenti: è, al contrario, un posto molto carino e curato. Io ci ho portato la famiglia a mangiare per il compleanno di mia madre. Oltre a questo ho avuto la fortuna di visitarlo ben due volte con Sigrid, che fa parte del gruppo che occupò e creò l’Ufa e ne è anche responsabile dell’Ufa per TEH. La cosa che più mi ha colpita è stata la visione iniziale che, secondo me, ha permesso all’Ufa Fabrik di resistere così tanto nel tempo (cosa che forse si può dire anche di Interzona).

Se entrate all’Ufa, la prima cosa che vedete sono una serie di pannelli che spiegano il funzionamento del centro e i vari ambiti in cui opera. Su uno c’è scritto “Nachhaltigkeit” che in tedesco vuol dire sostenibilità. È stata proprio Sigrid a spiegarmi per bene l’etimologia della parola, che in italiano avevo sempre associato all’ambito ecologico. Tradotto letteralmente potrebbe essere “la capacità di mantenere una cosa anche dopo”. Quando l’UfaFabrik venne occupato i pensieri principali furono: come possiamo guadagnare dei soldi? Come possiamo farci accogliere nel quartiere? Cosa possiamo fare e dare all’ambiente circostante? E cominciarono così ad autogestirsi, ad organizzare spettacoli per i bambini, a costruire il forno per il pane, ed arrivarono infine a ristrutturare il vecchio edificio, ad essere benvoluti nel quartiere ed ad ottenere la concessione del suolo per 20 anni. E allora ho pensato a quando si occupano i posti in Italia e mi sono arrabbiata. A Verona o a Bologna ogni tanto occupavano qualcosa, ma questa capacità di mantenimento (o anche solo la volontà) non l’ho mai vista. Alla notizia di un posto occupato ci si precipitava a guardare, con l’unica aspettativa di bere birra e fare casino. Ovviamente il posto occupato veniva immediatamente preso di mira dai poliziotti, chiamati dai vicini che non riuscivano a dormire. In questo modo il posto occupato veniva sgomberato nel giro di qualche giorno. Ma lo scopo principale dell’occupazione qual’era? Giocare alla rivoluzione? Occupare tanto per? Fare casino? Se questo era lo scopo, occupazioni di questo tipo l’hanno sempre raggiunto. Ma davvero in Italia non abbiamo motivi più profondi? A nessuno è mai venuto in mente, ad esempio, di occupare delle case perché gli affitti sono troppo alti? Di occupare la mensa perché è troppo cara? Di occupare le aule studio perché chiudono troppo presto? E far questo lasciando a casa la birra, ma, rispettivamente, vivendoci, mangiandoci e studiandoci, perché quello dovrebbe essere lo scopo dell’occupazione.

E per agire così non bisogna essere intellettuali noiosi. Quando abbiamo chiesto ad un uomo che viveva all’Ufa a cosa servisse il prato sui tetti (a mantenere il calore) lui ci ha risposto: “Ma, sai, perché non c’è niente di più bello che bere vino con una bella ragazza, al tramonto, sopra un tetto coperto di prato”.