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Spulciamenti eruditi: Isabella di Morra

Spulciamenti eruditi: Isabella di Morra

Isabella di Morra nasce a Favale (oggi provincia di Matera) nel 1520. Terza di otto figli, viene abbandonata dal padre in fuga verso Parigi dopo la vittoria di Carlo V su Francesco I di Francia di cui era stato alleato in qualità di barone. Per tutta la sua breve vita Isabella piangerà la partenza del padre vivendola come una terribile privazione non solo affettiva, ma di quella protezione necessaria ad una vita serena. Affidata alla tutela dei fratelli maschi rimasti con la madre a Favale infatti, la fanciulla fu fatta letteralmente prigioniera: l’unico contatto con il mondo esterno avveniva grazie alle lezioni del suo precettore, che avvenivano nel castello di Morra, nel quale era reclusa. Nonostante lo stato d’isolamento in cui si trovava a vivere, la giovane donna incominciò ad intessere una corrispondenza col barone di Bollita Diego Sandovar de Castro, al quale indirizzava missive ufficialmente rivolte alla moglie Antonia Caracciolo, che Isabella doveva conoscere già prima dello svilupparsi di questa “relazione”. Uso le virgolette perché, nonostante parte della critica “sentimental-romantica” abbia definito con certezza come amoroso il rapporto che legava i due, non vi sono testimonianze dirette in sicuro sostegno di questa tesi. Dalla corrispondenza rimasta infatti si evince un semplice scambio letterario, una comunione “di anime” che non di necessità deve aver portato ad una vera e propria liason. Ad ogni modo il reale peso di questo rapporto non dovette interessare particolarmente i tre fratelli Decio, Cesare e Fabio i quali si premurarono semplicemente di assassinare Isabella e il precettore “traditore” e successivamente anche il barone De Castro, che si era munito inutilmente di una scorta in sua difesa. Al momento della sua morte la giovane aveva appena 25 anni. La sua poesia d’inserisce coerentemente nell’ambito del petrarchismo cinquecentesco, ma con spunti che lo differenziano dai clichés più consumati. Si trovano infatti riferimenti danteschi e temi che saranno del molto più tardo Leopardi, come la lamentazione contro la Fortuna crudele (che Isabella attacca nel suo essere femmina) e l’attenzione per il borgo natio.

 Della Fortuna Isabella dice:

Son donna, e contra de le donne dico / che tu, Fortuna, avendo il nome nostro,/ ogni ben nato cor hai per nemico.

E sulla sua infelice sorte di reclusa:

Poscia che al bel desir troncate hai l’ale,
che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna,
sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna,
dirò con questo stil ruvido e frale
alcuna parte de l’interno male
causato sol da te fra questi dumi,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d’ingegno,
ove senza sostegno
son costretta a menare il viver mio,
qui posta da ciascuno in cieco oblio.

Tutti i suoi (purtroppo pochi) componimenti sono disponibili on line. A voi giudicare la sua grandissima modernità.


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