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Spulciamenti eruditi: Gaspara Stampa

Vivere ardendo e non sentire il male. Così si esprimeva, parlando della sua vicenda amorosa, Gaspara Stampa, poetessa a Venezia nella prima metà del Cinquecento. Gaspara era nata a Padova ma, rimasta presto orfana del padre, aveva seguito la madre e gli altri due fratelli (Baldassarre e Cassandra) nella città lagunare. Istruita nelle lettere e nelle arti (vi sono testimonianze che la descrivono quale buona musicista) si rivelò essere ben presto una donna che noi definiremmo “controcorrente”. Nota nell’ambiente letterario veneziano, visse diverse esperienze amorose che segnarono la sua produzione lirica. La più importante (spesso romanzata, come non di rado accade in questi casi) fu quella con il conte Collatino di Collalto. Per tre anni la fedele Gasparina rimase legata a quest’uomo che si dimostrò sempre incostante nei suoi sentimenti e pronto a partire alla ricerca di nuove avventure lasciandola a scrivere versi di rimpianto e di passione (non di rado tratteggiata con chiaroscuri d’interessante erotismo). La prima parte del suo canzoniere, che può essere definito petrarchista anche se si discosta di molto dall’illustre modello, è dedicata appunto a Collatino. A differenza del poeta trecentesco però la racconta non si scinde in due parti segnate da vita e morte: al canto per l’abbandono subito fanno seguito versi di riflessione sulla condizione della donna che ama e, successivamente, un nuovo canto passionale, questa volta per Bartolomeo Zen. Nessuna fuga verso la spiritualità pura, nessun abbandono della vitale spinta mondana e sentimentale. Gaspara rimane, fino alla fine della sua breve vita (visse solo 31 anni e non vide mai pubblicate le sue opere, stampate postume per mano della sorella), una voce fuori dal coro nel petrarchismo di maniera dell’epoca. Una donna che ha saputo imporre il suo ruolo, la sua cultura, l’importanza delle “cose che aveva da dire”, ai suo contemporanei e che, ancora oggi, può trasmettere molto a chi come lei  vive da donna, protagonista del suo tempo.
Curiosità? Da una parafrasi dei suoi versi D’Annunzio trasse uno dei suoi celebri motti “vivere ardendo e non bruciarsi mai” usato in guerra e durante l’impresa di Fiume.

Un assaggio delle sue rime, tutte consultabili gratuitamente qui.

Quando sarete mai sazie e satolle
del lungo strazio mio, de le mie pene,
luci, assai più che ’l sol chiare e serene,
ch’ora illustrate il vostro amato colle?
Quando fia che non sia di pianto molle
il petto mio, ch’a gran pena sostiene
l’anima fuggitiva, or che la spene,
ch’era sì poca, ancora Amor ne tolle?
Quando fia che vi vegga un dì pietose,
e duri la pietà vostra, e non manchi
tosto, come le lievi e frali cose?
O non fia, lassa, mai, o saran bianchi
questi crin prima, e quei sensi amorosi,
accesi or sì, saranno freddi e stanchi.


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  1. giulia gortani

    2 dicembre

    Molto interessante!!

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