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Se non ora quando #150

 

Negli ultimi giorni di festività Torino è stata piena di pioggia. Come accade spesso da queste parti, appena la festa ha voltato l’angolo la pioggia ha smesso di cadere regalandoci persino il sole. Ciò che mi resterà nel cuore della serata del 16, chiamata dalle autorità notte tricolore, per cui le strade del centro sono state intasate da una massa enorme di gente di vario tipo dal volto comunque super-felice, sarà soprattutto quel ragazzo che vende gingilli davanti a Palazzo Nuovo, riconvertito per l’occasione in venditore di tricolori, come del resto tutti i suoi colleghi del centro, paradossi che camminano ma alla fine neanche più di tanto. Ha preso più pioggia in testa lui di tutti quelli che si sono accalcati davanti al palco di Piazza Vittorio messi insieme. Si è preso anche le male parole della gente stronza e della gente in-felice a cui cercava di rifilare una bandiera del loro paese – senza fare una piega.
Per coloro che hanno avuto la fortuna di non assistere alla diretta su raiuno con baudo e vespa ad un certo punto della serata è stata accesa di un triplo neon tricolore la Mole Antonelliana, generando un boato notevole – lo dico io che c’ero – da parte di tutti coloro che stavano lì sotto, con gli ombrelli inclinati, ad aspettare quel momento. Vedere la diretta di un evento pubblico torinese su raiuno dopo essere tornati dalla calca piovosa del centro storico significa scrollarsi di dosso l’acqua ormai infiltratasi ovunque e poi ammettere che si vede molto meglio in televisione, affermazione che precede generalmente lo spegnimento dell’arnese. Anche perchè se uno vede un evento simile presentato da quei due non è che ne possa fare a meno, di disprezzare tutto l’insieme. Perché la festa fosse coerente doveva esserci una nota di sdegno. Di qui l’affezione tipica della nostra comune nazionalità, per cui uno è patriota se dice di sognare un’Italia migliore, mentre gli altri hanno optato per non sognare niente. A parte l’espatrio, ovviamente.
In questa città non ci sono mai stati dubbi sul fare la festa o meno. Gli animi erano pervasi da uno spirito di Se Non Ora Quando, nel senso che si possono avanzare dubbi su quanto il paese sia degno di festeggiamenti – vd. dibattiti televisivi antirisorgimentalisti versus storici cazzuti – come del resto se ne possono avanzare su qualsiasi cosa, ma alla fine nessuno è proprio sicuro che ci sarà, al bicentenario. Immagino che ci sia un sacco di gente pentita di non aver mai festeggiato le nozze di carta, ecco. Nelle ultime due settimane persino la riottosa via Po è stata riverniciata di fresco. Sembra un’inezia, intanto certe cose aiutano a sentire la festa. Ho avvistato tra tanta gente qualcuno che conoscevo e non vedevo da anni – ma senza salutare nessuno – davanti ai negozi chiusi moltissime bancarelle e i bar storici – uno su tutti, Fiorio – rigorosamente aperti. Nel tentativo di ripararmi dalla pioggia ho anche scoperto una bella libreria, aperta fino a sera tardi.
Avanzando a spallate tra la gente si trova un ambiente adatto a riflessioni su quanto le patrie esistano al di fuori dell’anima del singolo. Le conclusioni a cui si giunge possono essere influenzate da quello che ti capita sul momento, se uno ti pesta i piedi o se una signora con gli occhiali si abbassa per aiutarti a recuperare l’ombrello. Ma anche se finisci in una pozzanghera e non hai che te stesso da biasimare.

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