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Rosa politica…

Sabato pomeriggio, ore 19.00, arranco a piedi verso casa. Ho solo un’ora per arrivare, farmi una doccia per darmi un aspetto umano ed uscire, perché, nonostante tutto, ho ancora un’età per cui è considerato socialmente disdicevole collassare sul divano alle nove durante il week end. Non volendo distruggere quella parvenza di vita sociale che mi rimane, lotto contro l’inerzia e cammino spedita verso casa. Vengo da un presidio in difesa della Costituzione e della scuola pubblica. L’ennesimo presidio. Pochi giorni fa ero a distribuire mimose in occasione del tanto deprecato otto marzo, cercando di far capire alle mie socie più giovani, che sculettavano sotto tre metri di cerone per le vie del centro, che non si trattava di una ricorrenza dedicata alla fruizione di spogliarelli maschili e cene con sbronza molesta fra amiche. Non so se sia servito, ma c’ero. I miei sabati sono costellati di banchetti per la raccolta delle firme, presidi contro gli abomini dell’amministrazione comunale, manifestazioni, mattinate trascorse alla scuola di politica. Ebbene sì, la scuola di politica, come negli anni Sessanta. Il venerdì sera non faccio tardi e creo turbamento nei miei amici quando alla domanda “Ma te ne vai già?” rispondo che sì, la mattina dopo mi devo alzare per un corso sulla gestione del bilancio. Io, laureata in lettere che se le danno il resto sbagliato al supermercato ringrazia e se ne va accorgendosene, se mai, a casa, perché fa di conto col pallottoliere. Ci si alza, con gli occhi pesti e il senso di morte imminente, e si va a scuola. Non che le serate infrasettimanali siano molto meglio: riunioni e incontri si affastellano come gli strati di una millefoglie. In tutto questo mi sono accorta di una cosa: sono un panda. Non in quanto giovane che fa politica, ma in quanto donna giovane o in quanto donna punto che fa politica. Mi riallaccio al sopracitato otto marzo. In tanti, fra i politici, si sono sperticati in tale occasione con lodi sulla figura della donna, con panegirici sul suo ruolo sociale e la necessità della valorizzazione femminile. Ebbene? Che cos’è stato fatto fin ora per valorizzare davvero le donne? Senza rappresentanza, si sa, qualsiasi categoria sociale può strillare e agitarsi, ma non otterrà mai un cambiamento. Perché l’Italia è un paese di vecchi e non viene mai varata una riforma, approvata una legge che migliori davvero la condizione dei giovani?
Perché non ci sono giovani seduti nei luoghi di potere in grado di portare avanti le loro battaglie “ad armi pari”. Lo stesso può dirsi delle donne. Lasciamo perdere gli indecorosi esempi di soubrette (per essere gentili e politicamente corretti) attualmente assise fra le più alte cariche e prive di una qualsiasi competenza oltre che, spesso e volentieri, del dato umano necessario per occuparsi del bene comune, e pensiamo alla donna “impegnata”, che con correttezza e competenza compie, non senza fatiche, il cursus honorum per arrivare a detenere un qualche potere. Che cosa ci troviamo di fronte?
Spesso donne mascolinizzate, non nel senso più vile del termine, ma per quanto riguarda l’approccio alla politica, alla vita di tutti giorni e, soprattutto, per l’atteggiamento con cui si pongono verso l’esterno. Aggressive e secche nel modo di affrontare un dibattito, attente a non far trapelare nulla che ricordi la loro femminilità, nessun dato particolare di sensibilità, nessun possibile appiglio per chi potrebbe accusarle di essere troppo “materne” in un mondo “da uomini”. Spesso sono donne che rinunciano a una vita affettiva normale, cosa che non accade invece ai colleghi uomini, perché a loro non è richiesto di essere a casa per ora di cena o non risulta strano se, appena posata la forchetta, corrono fuori per l’ennesimo incontro. I rari esempi di politiche con una sistema di relazioni “normale” sono resi possibili dalla presenza di compagni illuminati e progressisti al loro fianco. Se ne trovano davvero pochi in giro, anche fra i più giovani. In tutto questo si predicano quote rosa a cui non viene dato seguito: sì, perché le quote rosa sono necessarie, diversamente, se a decidere le candidature e le cariche interne dei partiti sono i dirigenti, non ci sarà motivazione per cui questi ultimi decidano di dare il posto a una donna ( a meno che non si sia in presenza del sopracitato esempio di soggetto illuminato… raro, molto raro). Le donne fanno anche un pò paura. Nella mia esperienza ho sentito donne rivendicare il diritto a “riunioni brevi ed efficienti” che permettano di andare a casa ad orari consoni per la vita di chiunque: basta con gli incontri alle sette di sera o a quelli che finiscono a mezzanotte di un giorno lavorativo. Ho sentito donne chiedere di poter avere uno spazio dove lasciare a disegnare i figli mentre loro discutevano di politica. Ho sentito donne proporre nuovi metodi di approccio alla protesta, meno “istituzionali” e più creativi. Ecco perché le donne fanno paura: minano il millenario e consolidato schema maschile della politica. Io personalmente non credo che una donna faccia politica meglio o peggio di un uomo. Penso però che possa avere un approccio differente, così come diverse categorie sociali hanno approcci differenti ad una medesima tematica. Rinunciare a questo pluralismo sarebbe una follia. Forse è questa la risposta alla domande sul perché faccio politica: per un esigenza di rappresentanza e di cambiamento. Il resto è fuffa. Non penso che “le donne in parlamento” porterebbero la rivoluzione, ma abbiamo provato per centinaia di anni il governo dei pochi al maschile. E’ andata come andata, poteva andare peggio… ma tentare un miglioramento non penso nuoccia a nessuno. O forse a qualcuno si?

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