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Robot boogie (o della genialità made in New Zealan...

Robot boogie (o della genialità made in New Zealand)

Se un anno fa qualcuno mi avesse chiesto di elencare le prime cinque cose che mi venivano in mente riguardo la Nuova Zelanda, beh, oltre agli All Blacks, Wellington e agli scenari de “Il signore degli anelli” mi sarebbe stato difficile aggiungere altro. Il fatto è che della Nuova Zelanda si parla assai poco e io tendo alla confusione mentale quando si tratta di riferimenti extra continentali; quindi sì, riguardo questo paese avrei avuto assai pochi elementi cui fare riferimento per conversare (peraltro pur sapendo ricondurre alla NZ le tre cose sopracitate, non credo sarei in grado di disquisirvi molto a riguardo).
Ma poi ho conosciuto i Flight Of The Conchords e mi si sono completamente ribaltate le carte in tavola.

I Flight Of The Conchords sono un duo comico musicale neozelandese nato nel 1998 da un’idea di Bret McKenzie (quello senza occhiali) e Jemaine Clement (quello con gli occhiali), amici fin dai tempi dell’università. Comici e musicisti, Bret e Jemaine si sentono una band, ma dato che tutti si ostinano a definirli un duo, anche loro hanno finito per adottare questa definizione. Del loro si parla solitamente come di folk-comedy rock — anche se non mancano le suggestioni esotico elettroniche, funk, rap, pop e quant’altro. Peraltro pare non sia un caso che una delle cose poche cose che riesco a ricordare della Nuova Zelanda siano sfondi nella trilogia cinematografica di Peter Jackson: Bret è infatti comparso nel primo e nel terzo film de “Il signore degli anelli” come interprete di Figwit (un elfo) e suo padre, Peter McKenzie, interpretava Elendil. Ma sto divagando (anche se questo può comunque essere di un qualche interesse per chi segue questo blog ed è nel contempo fan della saga di Tolkien). Dicevo, Bret e Jemaine.

Fondamentalmente io li ritengo dei geni. Le loro canzoni/pezzi comici sono mi-ci-dia-li eleborazioni parodiche di diversi generi musicali e dei testi-tipo degli stessi, dove la voce di uno e la pronta risposta canora dell’altro, si alternano in modo impeccabile. In poche parole, sgranano una battuta dietro l’altra e, nel mentre, suonano. La loro comicità è un crescendo di quelli fulminanti: inizia lo sketch ed abbozzi un sorriso, prosegue lo scambio di battute e –bang!– arriva il colpo da knock-out per cui cominci a ridere in modo tanto rumoroso quanto imbarazzante (il passo successivo potrebbero essere le lacrime, intendiamoci). Mi hanno regalato proprio dei bei momenti di ilarità casalinga e non posso che esser loro grata per questo.

I FOTC si sono confrontati per lungo tempo con la dimensione del live (piccoli club, festival e via discorrendo) è proprio in quel tipo di contesto che la loro comicità risulta più esplosiva e travolgente. Girando il mondo con le loro chitarre hanno raccolto un sèguito di fan ormai affezionatissimi. Sèguito che si è poi ampliato nel 2004, quando i due hanno realizzato per la BBC uno show radiofonico (in larga parte improvvisato) in cui interpretavano loro stessi nel tentativo di emergere come band a Londra; e idem nel 2007, quando questa stessa idea viene sviluppata in modo più completo nella serie televisiva prodotta dall’americana HBO, chiamata appunto “Flight Of The Conchords”: qui Bret e Jemaine, in una versione goffa e disadattata di loro stessi, proseguono nel tentativo di ampliare la schiera dei fans, sullo sfondo però della città di New York. Lo show in questione si può definire in modo appropriato come mockumentary (=falso documentario): le situazioni rappresentate sono immaginarie, ma il pubblico è portato a credere che ciò che si verifica di episodio in episodio sia la vita vera della band. Il pacchetto è ben costruito e i due sono affiancati da bravi attori come Rhys Darby (nel ruolo del loro manager Murray), che già aveva collaborato con loro nello show radiofonico britannico; Kristen Schaal (Mel, unica fan americana dei Flight Of The Conchords; è quello che si dice una mitomane) e Arj Barker (Dave, amico della band, è un ragazzo di origine indiana che gestisce un negozio di pegni e, all’occorrenza, dispensa ai due pessimi consigli su come si gestiscono rapporti interpersonali e relazioni sentimentali in America).

Nella serie tv, le canzoni dei FOTC sono utilizzati come utili espedienti narrativi: diventano infatti risorse di arricchimento/approfondimento della trama di ogni episodio (possono comparirvi sottoforma variabile di videoclip, sogno/visione o semplice parentesi). È doveroso puntualizzare che lo humour di McKenzie e Clement – dai detrattori definito come “too Wellington”, troppo poco efficace al di fuori della capitale nuovo zelandese in questione – è piuttosto sottile (il filone è quello British, dopotutto) e per questo può non piacere ad un primo impatto … ma la presenza delle parti cantate gioca, a mio parere, una parte decisiva nel coinvolgimento dello spettatore, così come era decisiva nel dialogo col pubblico agli spettacoli dal vivo. Io stessa ho sperimentato questa difficoltà di approccio con le mie ex coinquiline, che sembravano tanto indifferenti alla serie quando io ne ero dipendente, salvo poi ricredersi, a seguito di un ascolto e una visione più accurata. La presenza delle parti cantate è il perfetto contrappunto ai caratteri maldestri dei due protagonisti: così, nelle canzoni il timido Bret si libera delle sue insicurezze (vedasi “She’s so hot… boom”, in cui sfoggia peraltro uno strumento futuristico come la chitarra digitale Casio DG20) e il sornione Jemaine rivisita in un modo tutto personale la languida sensualità tipica di cantanti come Prince (vedasi “Business time”). Ridurre ad un’unica categoria le personalità e sonorità che di volta in volta i due riescono a proporre, sarebbe tuttavia riduttivo. Con loro si spazia da ritmi incalzanti (“Inner city pressure”) a testi di un nonsense poliglotta (“Foux du fa fa”), a melodie struggenti e ballate dal testo fintamente sentimentale (“I’m not crying”, “Beautiful girl – part time model”); passando persino per fiabe impegnate per bambini e adulti (“Albi” dove Clement dimostra brillanti doti da narratore), momenti di freestyle zoofilo (“Hiphopopotamus vs. Rhymenocerus”), allucinati tributi glam (“Bowie”) e molto altro ancora.
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Per chi volesse vedere la serie televisiva in streaming, QUESTO è il link per vedere le due stagioni realizzate.
Molti altri spettacoli sono reperibili su Youtube (personalmente consiglio il loro special per la serie “One night stand” della HBO) o ritrovabili sparsi per la rete, come il documentario “Flight Of The Conchords: a texan odyssey”, girato durante la loro permanenza ad Austin per il South by Southwest Music Festival. Consigliata vivamente anche la puntata dei Simpson (“Elementary school musical”) in cui compaiono come guest stars.
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Per concludere, uno dei miei pezzi preferiti: “Robots” (o “The humans are dead”), dal primo episodio della serie.

The humans are dead (Right they’re dead)
The humans are dead (Yes, they look like they’re dead)
It had to be done (I’ll just conferm that they are dead)
So that we could have fun (Affermative – I poked one, It was dead)
….BINARY SOLO….

e un altro pezzo significativo, “Ladies of the world” (estratto dall’episodio 10 della prima serie). Marpione ma non sessista, tratta il fattore D in modo innocentemente demenziale.

Caribbean… Parisian… Bolivian… Namibian… EasternIndochinian… Repubblic of Dominican… AMPHIBIAN… PRESBYTERIAN…
Redheads not warheads
Blondes not bombs
We’re talking about brunettes not fighter jets

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