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Post Porno: How does it feel to treat me like you ...

Post Porno: How does it feel to treat me like you do?

Non conosco il porno “classico”, l’epoca di Moana Pozzi e Rocco Siffredi, il periodo in cui dovevi effettivamente pagare per usufruire della pornografia : io sono entrata a piedi pari in quel periodo storico ove il porno te lo puoi guardare a costo zero su internet, ammettere di guardare porno non è più sinonimo di stigma sociale, e se le tue tette sono spalmate in ogni angolo del world wide web possiamo dedurre che tu sia really confident with your body and your sexuality. E il porno in sé e per sé lo conosco anche abbastanza per sentito dire, perché quei pochi film che ho visionato mi han solo scatenato episodi di grande ilarità mista ad una certa dose di noia.

Parlare di pornografia ormai “fa figo”, dimostra la vostra scaltrezza e la vostra disinibizione, non vi etichetta più come ragazzini tredicenni solitari. Se siete ragazze ed “ammettete” di guardare i porno, tre punti in più per voi; tutti sanno chi è Sasha Grey e si prodigano in sperticate lodi; Kim Kardashian, Paris Hilton e via dicendo sui sex tape rubati ci hanno costruito una “carriera tutta rispettabile”. Quindi, perché disquisirne ancora? Go porno! E per favore fatene almeno qualcuno ove le attrici non abbiamo delle unghie lunghe come artigli, che non son affatto credibili!

Dove sta il dibattito e la controversia, allora? In questa affermazione:

il movimento antiporno sposa una visione tradizionale della sessualità femminile, compresa l’idea che le donne non si godano la pornografia, il sesso casuale, il sesso genitale, oppure il sesso a di fuori di una relazione romantica.

Il problema è che questo uscire della camerette e riversarsi nella pubblica opinione non ha risolto uno dei più grossi interrogativi sulla pornografia: semplice svago, o ulteriore strumento di degrado della donna? La risposta da parte delle frange pro porno o dell’anti porno è sicuramente chiara, ma il post porno, invece? Che sarà mai? Il post porno (o pop porno che dir si voglia, ma questa definizione sembra un po’ meno seria e soprattutto mi porta a canticchiare)  mette come punto fermo la seguente affermazione: la pornografia non degrada la donna, anzi. Ne eleva lo status e la emancipa, la rende protagonista, le consente di esplorare mondi prima sconosciuti, la mette in posizione di comando e consente a tutte le donne di godersi un buon porno, che non è mica solo roba da uomini. E questa è la teoria.

Ci sono due opere tramite la quale è possibile capire la prospettiva del post porno: la prima è Pornosofia di Simone Regazzoni e la seconda il documentario spagnolo Mi sexualidad es una creacìon artistica. La differenza fra PornosofiaMi sexualidad non sta tanto nei contenuti, quanto nei modi: se in Pornosofia è tutto ovattato, pulito, tirato a lucido, se l’obbiettivo è quello di dimostrare, strenuamente e pagina per pagina, come il porno non sia (mon dieu!) qualcosa da condannare, ma piuttosto oggetto passibile di studio filosofico, razionale, analitico, nel documentario non si va tanto per il sottile: accantonate le citazioni di Levinas, si scava nel letteralmente torbido. Il proposito è lo stesso, ma se Pornosofia cerca di “scagionare” e rivalutare il porno usando i suoi stessistrumenti (e limiti), Mi sexualidad ribalta del tutto il paradigma: via plasticate attrici con lunghi capelli biondi, solite scene -solite trame – soliti gemiti, fate largo a punk madrileñe non necessariamente magre depilate e bionde, le quali danno proprio l’idea di essere il commander in chief e non semplici bamboline ad uso e consumo dell’attore di turno. Decisamente più credibile.

Lo scopo è dunque lo stesso: dimostrare come il porno (un certo tipo di porno) non sia l’ennesimo caso di usurpazione del corpo della donna e mercificazione, ma anzi, una concreta possibilità di empowerment; come il porno non sia più il territorio di tristi ometti che cercano dello svago, ma la nuova frontiera dell’emancipazione femminile, l’ultimo baluardo da far cadere, l’ultimo territorio prettamente maschile da conquistare. Le attrici porno non sono più delle poverine da compatire, ma donne forti ed indipendenti, che hanno deciso di fare questo lavoro non solo per i soldi, ma perché questo è ciò che gli piace fare. Il porno rivendica uno status d’arte, di finzione, e le sue maestranze insorgono: non azzardarti a darmi della prostituta solo perché ti ho fatto vedere le tette, quella era fiction e io sono bravissima a farti credere che sto godendo un sacco, mentre in realtà penso alla lista della spesa. pornosofia

La teoria di Pornosofia è molto accattivante, finché non ti scontri con la pratica: avete mai provato a vedere un film di Sasha Grey? Sono di una noia mortale. Parere personale, eh, ma non c’è proprio nulla di nuovo. Si, lei è piccola carina e bruna, non ha delle supertette e il suo colorito non è una sfumatura fra il cotto e l’arancione, ma per il resto non una virgola è mutata. Leggi la teoria, e ti prefiguri chissà che cosa, che porno controcorrente pieno di novità, guardi la pratica ed è sempre la stessa solfa. Oh si, oh si, oh si, cumshot, fine.

Faccio un esempio pratico, una situazione che affligge la mia esistenza da svariati anni: il perenne divario che esiste fra descrizione delle serate e la musica che verrà poi effettivamente messa. Quando leggi le descrizioni delle serate sembra che ti metteranno chissà che cosa, chissà magari anche quel lato b del singolo uscito solo in edizione limitata giapponese in quattro copie (e anche chissenefrega), ci vai piena di mite speranza, pensi ingenuamente speranzosa, magari metteranno questo mashup, hey, dicono di fare avanguardia bla bla bla, insomma un remix delle Bikini Kill e dei Kap Bambino effettivamente è avanguardia pura (cit.), e poi, e invece, dopo un po’ (che siano minuti o che siano ore) arriva sempre Blue Monday. La teoria, affascinante: la pratica, Blue Monday.

Capite? Non funziona cercare di rivalutare il porno usando il porno che c’è, limitandosi ad affermare che le femministe anti porno hanno torto perché sono frustrate, antiche, cieche ai cambiamenti della società, che Sasha Grey si diverte un sacco e per questo è rivoluzionaria, che se si prende un pugno in pancia è perché lei lo vuole e comunque è solo fiction, che le femministe non capiscono, perché semplicemente non hanno voglia di capire, perché è più comodo dar contro al porno che accettarlo come “il più potente fenomeno della cultura di massa”. Non si può dare un colpo di spugna ad anni di tesi antitesi e sintesi limitandosi ad affermare che il fulcro della sana bontà del porno sta nel suo status di fiction, santa fiction che allieta le nostre giornate nelle forme più disparate, comodamente disponibile sul vostro iphone anche in forma di blowjob con ingoio: controappropriarsi del pop porno significa dunque rivendicare la liberà di mettere in atto un’inedita interpretazione attiva del pop porno che cominci a leggerlo da altre domande, da altri interessi, da altri fantasmi.

Non basta cambiare lo sguardo per cambiare la situazione, o accontentarsi del comodo, confortevole alibi della fiction (la sto schiaffeggiando? Umiliando? Embè, è solo fiction!) Perché, come ci insegna Sedaris, i limiti della credibilità del concetto di fiction sono belli grossi:

“Lei sostiene che se io dico una cosa ad alta voce sono semplicemente io che la dico, mentre se la stessa cosa la scrivo su un foglio di carta è come se la dicesse qualcun altro, è così?”

“Esatto, e in questo caso la chiamiamo fiction”

Lo studente tirò fuori il suo quadernone, scribacchiò qualcosa e mi porse un foglio di carta con su scritto “questa è la più grossa cazzata che io abbia mai sentito in vita mia”.

Per rendere credibile l’empowerment del post porno bisogna agire sulla pratica. Se chiamo un mirtillo “diversamente lampone”, esso resterà sempre e comunque un mirtillo. Posso scrivere pagine a pagine su questo diversamente lampone, ma la sostanza del mirtillo non cambia: è viola, piccolo e buono, e non è un lampone. Non è la retorica post film confezionata a dovere che farà cambiare l’opinione delle femministe, degli scettici, o di chi, come me, trova ridicoli i porno: quello su cui bisogna agire e lavorare è il film stesso. E questo è quello che fanno le ragazze di Mi sexualidad es una creacìon artistica al grido di “se non ti piace il porno mainstream, crea il tuo porno”. Lavorano sul film. Prendono lo schema del porno, lo ribaltano, e offrono allo “spettatore tipo” qualcosa che potrebbe probabilmente trovare non convenzionale e probabilmente non molto eccitante, ma guardandolo non penserete mai che  siano delle donne oggetto, strumentalizzate o vessate: sanno chi sono, sanno cosa vogliono,  sanno di non essere “carne da dominare”. Sono effettivamente, per citare Judit Butler, “soggetti dotati di volontà”. Mica cazzi.


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  4. […] femminile, in cui le ragazze sono utili solo in quanto attrezzo per procurare piacere ad altri. La pornografia fatta bene, quella che mostra nel dettaglio e realisticamente le gioie del piacere femminile, è spesso […]

  5. ecker

    16 marzo

    la nuova frontiera dell’emancipazione femminile, l’ultimo baluardo da far cadere, l’ultimo territorio prettamente maschile da conquistare è l’edilizia

  6. Ga

    20 marzo

    “offrono allo “spettatore tipo” qualcosa che potrebbe probabilmente trovare non convenzionale e probabilmente non molto eccitante”

    Allora perchè uno/a dovrebbe guardare un porno se non lo trova eccitante? Un porno non eccitante perde la sua funzione principale. Può essere bello, nuovo, non convenzionale e questo è molto bello, ma se non è eccitante non ha alcun senso di esistere se non nella sua funzione di mero momento di rottura (con la vecchia pornografia) senza conseguenze tangibili.

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