Sono una gran lettrice di riviste da bagno/salone della parrucchiera/sala d’attesa del dentista. Non mi riferisco ai rotocalchi scandalistici, quanto piuttosto alle riviste che parlano di moda, stile, attualità, casa e “cose femminili”. La mia preferita è D, nonostante siano ormai diversi anni che impreco leggendo gli articoli che parlano di musica “alternativa” e che spesso sono pieni di imprecisioni. Tendo poi a variare molto nei miei acquisti e le mie consulatazioni: vado in edicola e compro quello che mi fa voglia, a volte attirata dalla copertina, altre dagli allegati. Insomma, sono un essere umano volubile.

Una cosa che però non sono mai riuscita a digerire delle riviste “femminili” che dedicano molto spazio alla cura del corpo è l’inevitabile accostamento tra articoli di cosiddetto empowerment e articoli che sembrano pensati per farti sentire un cesso cui nessuno darà mai ascolto.
Non voglio essere polemica. Mi limito solo a sottolineare che, di fronte a simili incoerenze, mi viene da pensare che la linea editoriale abbia qualche problema. Mi fa piacere leggere articoli che raccontano le storie di donne che hanno avuto successo, che hanno fatto qualcosa di importante, che hanno opinioni interessanti. Sarebbe bello se anche le testate generaliste dessero molto spazio a figure analoghe, evitando però la retorica del “Femminile”, che fa acqua da tutte le parti (es. “imprenditoria femminile” anziché “imprenditoria”, “scrittura femminile” anziché “scrittura” e via dicendo) e che continua a essere imperante. Al contempo, posso dire con certezza assoluta di detestare gli articoli sulle diete, di cui molte delle riviste di cui sto parlando continuano ad essere piene. Mi sembra assurdo che oggigiorno si calchi ancora così tanto la mano su pezzi che suggeriscono rimedi miracolosi per carpire uomini e per entrare in vestiti che evidentemente sono della taglia sbagliata. Dico questo non per partito preso o per chissà quale odio viscerale nei confronti di chi scrive di diete. A farmi arrabbiare sono i titoli sensazionalistici che ti arrivano addosso come pugni nel ventre. A farmi venir voglia di digrignare i denti sono gli articoli che ti spiegano per filo e per segno come affamarti, solo per aggiungere alla fine che prima di mettere in pratica il tutto sarebbe meglio consultare un medico, perché gli effetti collaterali possono essere molto gravi. Questi articoli mi ricordano una versione blanda dei racconti delle ragazze malate di anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari simili che ho letto e ascoltato negli ultimi anni. Sembrano cartoline su cui vengono stampati i dettagli dell’attenta pianificazione di quel progetto in fieri che è il proprio corpo.

Questa è la copertina di Grazia del 28 novembre 2011. I segnacci in rosso sono miei:
L’articolo cui si riferisce il titolo cerchiato è di Chiara Brusa Gallina. Nel paragrafo introduttivo l’autrice spiega che manca più di un mese a Natale, quindi “perché non approfittarne per perdere una taglia senza sforzo?”.
Questa domanda retorica, associata al titolo riportato sulla copertina, mi ha fatto pensare per prima cosa alla bulimia. Il verbo “abbuffarsi”, usato con tale leggerezza accanto alle parole “dieta” e “magre”, mi ha fatta trasalire. Il mio non è stato un trasalire da femminista impettita e bacchettona. Tutt’altro. Il disagio fisico che ho provato, mentre reggevo la mia copia di Grazia e camminavo verso il baretto “dei sociologi” di Trento, discendeva in primo luogo dal rapporto problematico che ho avuto per anni con il mio corpo e che tutt’ora ho, anche se in forma decisamente minore.
I miei amici e le persone che mi conoscono danno per scontato che io sia in pace con me stessa solo perché non mi vergogno nel dichiararmi femminista e perché sono solita articolare il mio disappunto, quando mi pare che sia necessario rifilare una sberla retorica al sessita o alla sessista di turno. Questo dato per scontato mi ha permesso di ascoltare per molto tempo persone che circoscrivevano la portata dei disturbi alimentari ignorando la diffusione che essi hanno anche in Italia. Più di una volta, quando ho risposto dicendo che, dati alla mano, essi non possono essere considerati un problema marginale, i miei interlocuotori hanno detto che sono solo le ragazze con malattie mentali a ridursi in quello stato. Come se la malattia mentale permettesse di isolare il disturbo alimentare dal contesto in cui esso sorge, si dipana e si fortifica. Ho ascoltato molte volte quest’argomentazione senza avere la forza di rispondere, perché non è facile farlo quando ricordi nitidamente l’anno in cui hai cominciato le scuole superiori e i professori ti chiamavano stupida e tu, poco per volta, hai perso la fame e la voglia di mettere piede nel luogo in cui eri diventata per tutti solo una ragazzina mediocre. C’è stato un periodo in cui sarebbe bastato uno spintone per farmi precipitare chissà dove. A occhio e croce direi nell’abisso. Avevo cominciato a controllare quello mangiavo come le ragazze dei libri che ho letto anni dopo. Nessuno avrebbe detto che ero malata di mente. Ero solo molto triste. Mi sentivo sola e inadeguata.
Ho avuto compagne di classe e amiche le cui braccia si assottigliavano a comando, che si lamentavano in spogliatoio perché l’ennesima dieta non aveva funzionato a dovere. Ricordo distintamente le lamentele di chi si era privata completamente dei carboidrati e poi era triste perché anche i suoi seni erano dimagriti.
Non è un qualcosa che posso rimuovere. Quei discorsi sono impressi nella mia testa così come altre memorie sono impresse nel mio corpo.
Quando sfoglio una rivista e leggo la storia dell’ennessima mamma imprenditrice “che ce l’ha fatta”, seguita dalla dieta no-tutto di Beyoncé, finisco sempre per chiedermi che senso abbia tutto ciò. Che senso abbia parlare di diete così profondamente a vuoto e a caso, senza calarsi nella vita delle persone, nelle loro esigenze, dei loro tempi, nei loro gusti. Senza mai parlare veramente di attività fisica. Facendo passare l’idea che “per dimagrire è necessario mangiare un po’ meno”, come se questa fosse una regola aurea.
L’articolo di Grazia parla di “errori” che tutte noi faremmo nel metterci a tavola, errori insiti nelle nostre abitudini.  Per superarli è allora necessario “rieducarsi”, mangiare “i cibi giusti”.
Per rendere ancor più fastidioso e deprimente il suo pezzo, l’autrice cita l’ennesimo studio scientifico demenziale, i cui risultati vengono comunicati molto barbaramente, come si fa spesso in queste occasioni:

La presenza di un uomo aiuta: uno studio appena pubblicato sul Journal of Applied Social Psychology rileva che che ci si contiene di più quando c’è “lui”. Colpa – o merito – delle convenzioni sociali, secondo cui le donne non dovrebbero esagerare con il cibo.

Ecco, leggere paragrafi come questo mi fa veramente imbestialire, soprattutto se il contesto è un articolo sulle diete pre-Natale. E mai che ci si sogni di provare a discutere del perché molte donne mangiano meno per evitare di apparire indesiderabili. Mai che si provi a fare a pezzi il dato per scontato, che si tenti di intaccare l’immaginario.

Fare a pezzi il dato per scontato è il modo in cui io ho affrontato i periodi in cui mi sentivo da schifo, quelli in cui finivo per deprecare il mio corpo e per avvilirmi a vuoto. A volte ci vuole molta forza di volontà per uscire dal buco che una certa rappresentazione dei corpi delle donne data dai mass media finisce per scavarti attorno. Puoi essere pienamente consapevole della natura socialmente costuita di ciò che osservi sulle riviste, ma se qualche altro aspetto della tua usuale stabilità mentale viene meno, può benissimo essere che improvvisamente tutto il tuo apparato teorico vada in malora.
Per questo mi piacerebbe poter andare in edicola a comprare una rivista “rilassante” senza il timore che essa contenga articoli deprimenti come quello di cui sopra.