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My So-Called Books: Wintergirls di Laurie Halse An...

My So-Called Books: Wintergirls di Laurie Halse Anderson

 

Alessandro Manzoni

Questo è il Paese in cui i professori maneggiano da decenni gli stessi programmi ministeriali. Le variazioni nel tempo sono state minime, spesso insignificanti, come loro stessi vi diranno se vi prenderete la briga di andare a chiederglielo.

“Manzoni, Manzoni, Manzoni”, sibilano voci provenienti dal nostro passato (prossimo o remoto, a seconda dei casi). Manzoni e la disperata ricerca di simboli collocati dall’autore nei suoi Promessi Sposi; simboli la cui esistenza ci pareva esclusivamente finalizzata alla tortura di generazioni di studenti, talvolta addirittura costruita ad hoc da critici letterari e docenti sadici.
I programmi ministeriali sono una traccia emblematica e agilmente scaricabile da internet di quella che noi sociologi chiamiamo la distinzione tra letture legittime e letture illegittime. Onde essere sintetici, potremmo dire che le linee guida del Ministero dell’Istruzione rappresentano il non plus ultra delle letture legittime, mentre tutto ciò che ne resta escluso può essere collocato in diversi punti del continuum che ha per estremi queste due categorie.
La definizione di letture legittime e letture illegittime non è operabile da chiunque. In generale potremmo dire che è necessario avere in mano una certa dose di potere per decretare cosa e è cosa non è degno di essere letto.
Si parte appunto dagli esperti del Ministero dell’Istruzione e da quella che impropriamente potremmo chiamare la classe degli intellettuali per arrivare ai professori e ai maestri delle scuole.
Queste definizioni che sulla carta paiono solo aria fritta hanno invece un certo peso sulle nostre abitudini e sul modo in cui interagiamo con gli altri. Ad esempio potremmo chiederci perché nella domanda: “Hai letto qualcosa di bello di recente?” è spesso implicita un’esclusione netta dei fumetti dall’universo del “letto”. Oppure diventa interessante il modo in cui ci censuriamo da soli, tenendo segreto il consumo di libri “di genere”, sia nel senso di libri di un “genre” particolare, come può essere il fantasy o il giallo in paperback, sia nel senso di libri universalmente considerati “da donne”.
Una delle categorie più bristrattate e denigrate dai presunti lettori di “libri veri” è quella che gli anglofoni chiamano young adult literature (o YA, per gli amanti delle abbreviazioni).
Noi italiani ci limitiamo a dire “libri per ragazzi”, il che vuol dire tutto e nulla, se consideriamo il fatto che spesso in quest’ambito usiamo la parola “ragazzi” per parlare dei bambini.
Ma torniamo a noi.
Il mondo è pieno di persone convinte che i libri per ragazzi siano semplici, banali e aproblematici. E alcuni lo sono; questo è indubbio. Però non posso fare a meno di pensare che dietro questo atteggiamento monolitico ci sia, tra le altre cose, una vocina che intima ai denigratori del genere di gonfiare il petto e assumere una bella posa mussoliniana.
Sostenere che la young adult literature in toto sia ciarpame è un po’ come seguire le orme di Martin Ames, che qualche mese fa dichiarò che l’unico modo per fargli scrivere un libro per ragazzi sarebbe quello di provocargli delle lesioni al cervello. Come a dire: “Sono troppo intelligente e colto per scrivere libri così semplici, banali e aproblematici”.
A questo si aggiunge il fatto che nel mare magnum dei consumatori di libri occupano un posto di tutto rilievo le ragazze adolescenti, come confermano i dati ISTAT anno dopo anno. Il fatto che in Italia le lettrici più forti in assoluto siano proprio loro ha forse contribuito a spostare di qualche metro il fuoco delle nostre rappresentazioni della lettura e della young adult literature in particolare.
Tradotto in parole povere significa che non è così azzardato sostenere che i presunti lettori di “libri veri” vedano questa fetta di mercato come un ambito concepito “per le femmine”. Un ambito Altro, dunque. Un ambito fatto di romanzi sentimentali, copertine rosa, domesticità e vicende frivole.
Tutto ciò per dire che nella redazione di Soft Revolution ci sono persone che non sono per niente d’accordo con questo giudizio lapidario, me compresa. Il nostro atteggiamento non si basa però sul sentito dire o su un’esperienza frammentaria del genere. Si basa piuttosto sulla fame con la quale attaccavamo certi libri quando avevamo tredici anni, sul modo in cui essi hanno contribuito a plasmarci e a renderci – ci permettiamo di dirlo – persone migliori. Ma non solo: alcune di noi hanno mantenuto vivo il loro interesse per la young adult literature, leggendo libri che spesso non sono mai stati tradotti in italiano e che raccontano storie la cui particolarità è trattata con tale sapienza da risultare poi universale agli occhi e al cuore del lettore.
E’ a partire da queste premesse che abbiamo deciso di inaugurare una nuova rubrica, nella quale cercheremo di selezionare per voi il meglio della young adult literature che ci capita tra le mani, con particolare attenzione per i testi più difficili da incontrare in Italia.
My So-Called Books si apre oggi con la presentazione di Wintergirls di Laurie Halse Anderson che, a differenza di quanto appena detto, è stato recentemente tradotto in italiano (Giunti, 2010). Un mese fa l’ho addirittura incontrato nel reparto libri dell’IperCoop di Trento.
All’epoca questo rendez-vous non mi aveva stupita particolarmente, ignara com’ero del contenuto del libro. Ne avevo letto solo qualche recensione entusiasta, che mi aveva spinta ad ordinare un’economissima versione paperback inglese. Il minimo comun denominatore di queste presentazioni potrebbe essere riassunto in questo modo: “Non chiamatelo semplicemente “libro sull’anoressia”, perché la faccenda è molto più complessa di quanto quest’espressione suggerirebbe”.
Ecco, dicevo che ora il pensiero di incontrare Wintergirls sugli scaffali di un supermercato mi turba, così come mi turba il guardarne la copertina mentre scrivo queste righe. Mi turba per una miriade di motivi, primo fra tutti l’esperienza del viaggio che ho fatto muovendomi dalla prima all’ultima pagina. Mi turba l’agilità con la quale mi sono immersa nel mondo di Lia, la protagonista, la narratrice affetta da anoressia nervosa. Una volta scesa nella sua claustrofobica quotidianità non ho potuto fare a meno di continuare a leggere, nonostante parte di me volesse evitarmi di assistere alle scene descritte così vividamente da Laurie Halse Anderson.
Wintergirls si apre con la morte di Cassie, il cui corpo senza vita viene rinvenuto in un motel. Le cause del decesso non sono chiare.
Cassie e Lia sono state miglior amiche per molti anni, eppure la seconda fa di tutto per non mostrarsi colpita dalla notizia della morte della prima, che rimbalza sul suo televisore mentre conta le calorie della sua colazione, cercando di ignorare i trentatré messaggi che Cassie le ha lasciato in segreteria la sera in cui è morta e ai quali lei non ha risposto.
Queste sono dunque le premesse di un romanzo durissimo, che parla di famiglie frammentate e tenute insieme dall’esistenza di figlie schiacciate dal peso al quale questo ruolo indesiderato costringe. Ma non solo, perché sotto il flusso di coscienza onirico, talvolta allucinato di Lia, possiamo scorgere un’infinità di richiami alla complessità del tema dei disordini alimentari, che l’autrice mostra di conoscere molto bene. Wintergirls non è dunque, come dicevano le recensioni citate sopra, “un libro sull’anoressia”. È piuttosto uno straordinario viaggio nella mente di una ragazza spezzata da desideri antitetici, tormentata da allucinazioni che la spingono ad affamarsi sempre di più, a stabilire per sé stessa mete sempre più difficili da raggiungere, a costo di morire.
È anche, infine, una testimonianza – per quanto romanzata – della pressione che la nostra società impone sulle bambine e sulle ragazze, del modo in questa pressione proveniente dall’esterno venga poi spesso interiorizzata, in forme diverse, più o meno gravi.
Wintergirls racconta la storia di ragazze che non possono fare a meno di affamarsi, tagliarsi o di mangiare compulsivamente e poi “purificarsi” vomitando tutto o riempiendosi di lassativi. Per questo è molto difficile da accettare; è il viaggio nella mente di una persona che ha un’idea della realtà diversa da quella che saremmo portati a dare per scontata.
Eppure il problema dei disturbi alimentari non è marginale, limitato, come tutti noi sappiamo. È un problema diffuso capillarmente anche in Italia.
Leggendo Wintergirls ci ho ripensato. Ho ricordato le amiche dall’apparenza serena ed equilibrata che a dodici anni andavano in cura da uno psicoterapeuta perché avevano smesso di mangiare o quelle che non potevano fare a meno di tagliarsi e per questo venivano additate come pazze. Ho ricordato il periodo in cui cominciai le superiori e poco a poco mi convinsi di essere stupida, perché sembrava che tutti fossero delusi dai miei scarsi risultati scolastici e dal fatto che passassi molto del mio tempo leggendo “altri libri” o guardando fuori dalla finestra. Ho ricordato il periodo in cui persi l’appetito e vari chili, il periodo in cui svenni più di una volta perché proprio non ce la facevo ad essere ciò che gli altri volevano che io fossi, il periodo in cui fingevo che tutto andasse bene mentre dentro mi sentivo un verme.
Non ho avuto problemi paragonabili a quelli delle protagoniste di Wintergirls, però credo che questo libro mi abbia aiutata a rivisitare una fase difficilissima della mia vita, alla quale ripenso molto raramente e dalla quale sono uscita senza mai parlarne con nessuno e solo grazie all’accortezza di mia madre che mi fece cambiare scuola.
Mi trovo dunque d’accordo con il giornalista del Miami Herald che, recensendo questo libro, scrisse: “If you’re a teenage girl, Wintergirls might just save your life”; non perché Wintergirls sia un manuale per guarire dai disturbi alimentari, ma perché è quanto di più simile io abbia mai letto ai pensieri autolesionisti che mi attraversavano in quel periodo.
Sapendo per esperienza personale quanto difficile possa essere il mantenersi una bambina e una ragazza sana in una società come la nostra, credo che Wintergirls possa essere d’aiuto non solo a chi vive in prima persona il problema dei disturbi alimentari, ma anche agli adulti e ai ragazzi che desiderino avvicinarsi al tema senza farsi sommergere da tonnellate di inutile retorica.

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