Il 15 aprile 2010 i cieli europei furono completamente ricoperti da una nube enorme e minacciosa. Un vulcano islandese dal nome impronunciabile e, fino a quel momento, sconosciuto, era improvvisamente sulla bocca di tutti. Probabilmente il suo nome era anche seguito da qualche imprecazione, poiché le ceneri che da lui fuoriuscivano avevano paralizzato il traffico aereo.
Tutto ciò causò enormi e variopinti disagi: viaggi annullati, concerti rimandati, matrimoni a cui mancavano gli invitati e lunghi viaggi in treno per tornare a casa dai luoghi dove magari si era pensato di stare solo per un week-end.
Poche ore prima della Grande Esplosione di Cenere, il mio aereo era partito tranquillo ed era atterrato altrettanto comodamente. La famiglia intera mi aveva amorevolmente accompagnata all’aeroporto di Bergamo. Appena una settimana prima festeggiavo la mia inutile laurea in Scienze Politiche ballando i Mùm sul mio prato in collina, bevendo Montenegro (amaro di cui allora facevo abbondante uso, ignorando la sua irreperibilità in terra crucca) e abbracciando gli alberi (letteralmente). Come potete facilmente immaginare, una settimana prima ancora dissertavo la mia scarna tesi di trenta pagine e salutavo la cara, grassa, rossa e dotta Bologna che per tre anni e mezzo mi aveva coccolata e allevata.
Nei giorni precedenti la mia partenza mi ero spesso chiesta se alla fine su quell’aereo ci sarei salita oppure no. In fondo sulla mia coscienza pesavano solo i 14 euro di un volo low cost. Appena più difficile sarebbe stato salvare la faccia dopo tutto quel parlare di prendere, mollare tutto (ma tutto cosa?) e partire. Ma chi avrebbe potuto biasimarmi? Con quale diritto?
Alla fine sì, partii per Berlino con quindici chili di vestiti e un futuro a breve termine completamente da scrivere.
Oggi sono a Berlino da esattamente undici mesi. Ho da poco cominciato un nuovo corso di tedesco e mi hanno piazzato all’inizio del livello C1.
Penso sempre che in questi momenti vorrei tanto trovarmi davanti la mia professoressa di tedesco delle medie. Quella antipatica che durante l’ora di ricevimento aveva detto a mia madre che nella vita non avrei combinato assolutamente nulla. Quella per cui, alla fine delle medie, giurai che mai e poi mai avrei continuato a studiare tedesco anche alle superiori. Vorrei trovarmela davanti e farle capire che forse non ero così da buttare.
Ricordo ancora quando cominciò a spiegare il nominativo e gli altri casi e io le chiesi cosa fossero. Lei mi guardò e mi rispose: “Richelli, proprio tu, che l’anno prossimo vuoi andare al Liceo Classico, mi chiedi cos’è il nominativo?” Ovviamente si guardò bene dallo spiegarmelo e questa scena dalla stupidità cristallina mi appare surreale ancora oggi.
Qualche sera fa un’amica mi ha chiesto: “Ma è per colpa di Berlusconi che ti sei trasferita a Berlino?” e non sapevo bene come rispondere. Nì, mi è venuto da dire. Quello stronzo probabilmente non merita nessuna pietà, ma non è altro che la punta di un iceberg. Lui, come la mia professoressa di tedesco, e come i professori della mia professoressa di tedesco ancora prima, fanno parte di un sistema enorme, complicato e profondo che a mano a mano sta distruggendo non solo un paese, ma anche tante piccole speranze e potenzialità, tanti piccoli futuri. I nostri.
Quando sono partita non ero la più incazzata dei miei coetanei. Ma ad essere tanto incazzati forse non si va da nessuna parte. Al contrario, bisogna fare qualcosa.
Io ho cambiato aria, ma spero un giorno di poter tornare a casa e tentare di cambiare le cose e far respirare anche nella vecchia e immobile Verona un pezzettino della Luft che c’è qui. Intanto ve ne racconterò una parte.
Il mio “diario” o le mie riflessioni da Berlino si chiamano “Montag oder Mittwoch” perché quando studiavo tedesco alle elementari mi facevano sempre scrivere la data, per farmi imparare i giorni della settimana. Avendo però avuto per anni lezione solo due volte alla settimana, per lungo tempo ho saputo dire solo “Lunedì” o “Mercoledì”. Uscirà un po’ quando mi pare, ma sempre di lunedì o di mercoledì.