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Lo-li-ta: il fascino discreto della sessualità inf...

Lo-li-ta: il fascino discreto della sessualità infantile.

“Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti o bene, o male. Questo è tutto.”
– Oscar Wilde

 D.H., Dolores Haze, Dolores, Dolly, Lo, Lolita.
Non la conosciamo già tutti? Eppure, nonostante molto sia stato scritto e detto sulla dodicenne fanciulla, non ho mai sentito nessuno riferirsi a Dolores se non come ad una bambina pura ed innocente.
Sembra quindi che gli studi di Freud sulla sessualità infantile non abbiano poi attecchito molto se si continua a parlare di Lolita solo come di una giovane traviata da un visionario pedofilo che dà sfogo alle sue più torbide fantasie creando scenari che stabiliranno parametri di scabrosità difficili da superare ancora per molti anni a venire, riuscendo addirittura ad introdurre vocaboli come “Lolita” o “ninfetta” nel linguaggio comunemente parlato.
La malattia mentale, l’ossessione, le relazioni abusive, la violenza, l’esercizio del potere attraverso tutte le competenze possibili ed immaginabili di cui possono disporre un quarantenne ed una dodicenne (a partire dal sesso), la manipolazione, il ricatto, sono tutti temi ben presenti, è innegabile. Quello che intendo confutare è che affermare che sia stato Humbert a tenere il coltello dalla parte del manico per tutto il tempo significa non prestare la minima attenzione a quello che, a mio parere, è uno dei messaggi che l’autore ha cercando di trasmettere.

Quando finii di leggere Lolita, la prima cosa che provai fu delusione. Per tutta la durata del libro il protagonista si abbandona a fantasticherie che assecondino le sue (a detta dello stesso!) malate e perverse pulsioni sessuali rivolte verso una bambina, le quali però davvero raramente si concretizzano, (e anche nel qual caso lo facciano la scrittura di Nabokov è talmente visionaria da arrivare ad essere onirica, tanto che alle volte è necessario rileggere per capire che sì, effettivamente, l’hanno fatto). Humbert scrive dell’amata ninfetta dalla sua cella (poco prima di affrontare un processo) riuscendo a terminare la stesura del romanzo, o lettera d’amore (o confessione,che dir si voglia). Si mostra molto più interessato a descrivere minuziosamente le strategie progettate per rendere Lolita sua, a dilungarsi su episodi di vita quotidiana o piccoli gesti che rendevano Dolores Lolita (proprio come farebbe un innamorato), piuttosto che descrivere il mero atto sessuale in sé.
Questa considerazione porta al cuore della mia delusione, e probabilmente a quella di molti altri che hanno letto il libro in chiave sbagliata: “Lolita” è un romanzo che parla di sensualità; non di erotismo nudo e crudo. Certo la sensualità latente della bambina ci viene mostrata attraverso le lenti di un paio d’occhiali indossati da un maniaco, che percepisce ma soprattutto subisce la carica erotica della giovane, e pertanto inevitabilmente distorce la realtà classificandosi, una volta compiuta effettivamente la violenza, come un pervertito criminale. Come afferma lo stesso protagonista, è Lolita quella che seduce. Il romanzo, infatti, è un crescendo di tensione che culmina nella confessione che la ragazza fa al genitore acquisito (l’essersi comportata molto male al campo estivo) e nella volontà della stessa di mostrare al patrigno cos’ha appreso. In un primo momento quindi è legittimo dire che Lo’ si bei della sua posizione di amante in quanto sinceramente affascinata dal professore. La situazione si ribalta  però una prima volta, adesso a favore di Humbert, quando la giovane capisce che quello che era ai suoi occhi un innocente gioco che la lusingava e le permetteva di sfoggiare le sue abilità seduttive, si trasforma in una squallida parodia d’incesto su cui lei non esercita più alcun controllo.
Esercitare violenza su una persona fisicamente, intellettualmente o anche economicamente a noi inferiore sarà sempre sbagliato e per tanto condannabile e deplorevole; tuttavia andrebbe preso atto della componente sessuale presente in ognuno di noi e della curiosità che nutriamo verso di essa: un istinto naturale e non un handicap, il quale è presente negli individui sin dalla tenera età.

In secondo luogo, andrebbe discussa la presa di coscienza da parte di Lolita della propria sensualità, e il modo in cui inizia a sfruttarla per far sì che la situazione si rivolti nuovamente a suo favore. Nella seconda parte del romanzo vediamo come Dolores prenda coscienza del fascino esercitato su Humbert e se ne appropri, portando il loro rapporto ad un nuovo livello: Humbert dovrà iniziare a pagare per poter usufruire e gioire delle grazie della giovane a proprio piacimento. Un attimo a piacimento di chi in effetti? Perché l’unica a guadagnarci è Dolly, e lei lo sa perfettamente sin dall’inizio. Humbert accetterà la terribile condizione, ma presto si rende chiaro che quello che è interessato a comprare, più che il sesso, è l’amore di Lolita. Ella invece ragiona come una giovane donna distaccata e calcolatrice che ha perfettamente capito come utilizzare ciò che Madre Natura le ha donato con il massimo del guadagno ed il minimo di sofferenza, la sua innocenza e spensieratezza di bambina venduta al prezzo di due dollari e cinquanta cent alla settimana, (prezzo che andrà aumentando in proporzione alla sua cattiveria e alla sua voglia d’indipendizzarsi, di farsi donna). Pertanto nella maniera più cinica possibile inizia a praticare il mestiere più antico del mondo, aggiungendovi però un decisamente sano e lucido odio nei confronti del padre (o pappone o amante o tutte e tre le cose insieme). Un’altra peculiarità del personaggio è il fatto che non s’innamori affatto dell’ uomo, cosa che molte farebbero preferendo cedere alla realtà dei fatti piuttosto che cercare di rigirarli a proprio favore. Arriva bensì a deriderlo anche durante l’atto sessuale, riprova ultima del suo distacco emotivo che ormai non è più negoziabile né tantomeno recuperabile, trasformando la risata in un’esplicita dichiarazione d’intenti.
Quindi, alla fine dei conti, chi è il vero burattino e chi il burattinaio? Il prezzo che Dolores è costretta a pagare per la sua indipendenza, economica in primis, ma sopratutto fisica e morale, è abominevole, e il fatto che la sua infanzia sia stata rubata ed il suo corpo violato non viene messo in discussione, questo punto è già stato affrontato.

Ma forse, “Lolita” offre anche uno spaccato sulla presa di coscienza da parte di una bambina che nella maniera più crudele possibile si fa donna e, più importante ancora, ci mostra come sia effettivamente possibile riuscire ad ottenere qualcosa in un ambiente decisamente ostile, dai soldi ad un’educazione – non prettamente scolastica.
Dolores stringe i denti: Humbert le ha “spezzato la vita ma non il cuore”. L’uomo farà visita alla ragazza tre anni dopo la sua sparizione, dopo aver passato un anno a cercarla invano e non riuscendo mai davvero ad andare avanti con la sua vita. Dolores l’ha fatto invece, eccome: ormai diciassettene, felicemente sposata e in dolce attesa,  si mette in contatto con lui esclusivamente per chiedergli dei soldi e invitandolo cordialmente a sedersi sul divano di casa Schiller mentre lei mette su il tè, dimostrandosi perfettamente capace d’intrattenere un ospite. Si palesa quindi come di fatto Dolores sia l’unica vincente tra i due, in grado di riprendere in mano la sua vita nonostante tutto quello che le sia successo.
Come ho già detto all’inizio dell’articolo, molto è stato scritto e detto sulla piccola Haze. La mia è soltanto una possibile chiave di lettura di uno dei personaggi femminili più affascinanti e complessi che la letteratura americana (Nabokov è russo, tuttavia è lui stesso ad affermare che “Lolita” è un libro profondamente americano) ci abbia proposto nel Novecento: un’antieroina alla quale non è stata mai resa piena giustizia a causa di un pubblico di lettori medio-borghesi più inclini a chiudere un occhio o entrambi su temi del genere, piuttosto che compiacersi del fatto che, per una volta, sia una donna a riuscire ad emergere ed ad allontanarsi da una situazione che la vedeva in partenza decisamente svantaggiata, senza dover per questo finire su un ciglio di una strada a vendersi per comprare della droga.

Per quanto riguarda l’adattamento cinematografico di Kubrick (1952), mi piace pensare che semplicemente non sia mai esisito; ciononostante ritengo che Sue Lyon sia stata una ragazza bella buona e brav…ina, ma assolutamente inadatta per la parte. Evolvendo a fare del gossip: la leggenda vuole che Lyon avesse commentato il remake del ’97 giudicando l’interpretazione di Dominique Swain (Lolita, all’epoca diciassettenne) come superficiale, affermando con tono sprezzante che la parte della piccola Lo sarebbe sempre stata sua. La Swain ricevette buone critiche per la sua prima volta sullo schermo e l’ottima interpretazione della ninfetta – Lyon mai.


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  1. Valeria Righele

    7 Ottobre

    In realtà il film di Kubrick è del 1962, non del 1952.
    Sue Lyon ha vinto un Golden Globe come miglior attrice debuttante (nel 1963), e ciò mi pare si possa considerare un buon riconoscimento, dopotutto. Venne pure applaudita per aver tenuto testa agli altri grandi attori che, con lei, recitano nel film (ovvero James Mason, Shelley Winters e Peter Sellers).
    Se è pur vero che il remake del 1997 è stato ben accolto dai critici, non andrebbe confrontato con la versione kubrickiana: questa infatti è più fedele al libro in termini di humour nero, mentre l’altra in qualche modo se ne allontana (il rapporto ninfa-professore viene patetizzato, e il fattore crudeltà viene rimpiazzato con del romanticismo “senza sale” – so they say : Taylor, Phipps). Dei gusti non si discute, ma ci tenevo a dire la mia. Ciao!

  2. Marta Conte

    7 Ottobre

    Ops, ammetto di non aver ricontrollato ma non mi ricordo che me lo segnalasti!
    Non saprei dire com’era negli anni ’60, ma ad oggi i Golden Globe li vincono cani e porci, Lyon non sarà stata pessima ma non ha nemmeno sfondato.
    Mi permetto di dissentire su entrambi i punti: la versione kubrickiana sarà anche più ricca di humor nero ma decisamente più leggera (colpa anche dell’epoca e delle case di distribuzione che si sono sempre mostrate fortemente scettiche); inoltre, la trama è drasticamente sconvolta: l’amante che si presenta a casa fingendo di essere lo psicologo della scuola?! Ma quando mai.
    Per come ho interpretato io il libro, la figura di Humbert è assolutamente patetica e se non erro lui stesso usa l’esatto termine ad un certo punto, descrivendo tutti i pervertiti come degli inetti più o meno innoqui. E poi l’amore non ricambiato ha sempre un qualcosa d’intrinsecamente patetico (ma questa è una mia personale opinione che esiste al di fuori del libro) e credo che questo possa giustificare anche il “mancato” romanticismo (trovo che comunque l’alchimia tra Swain e Irons ci fosse e fosse anche buona).
    Comunque hai ragione, dei gusti non si discute e rispetto le opinioni di tutti 🙂

  3. Valeria

    8 Ottobre

    Che sia di insegnamento ad entrambe, allora: ricontrollare sempre, tutto.

    Ho parlato del Golden Globe della Lyon per confutare la chiusa del tuo articolo (dove, di fatto, neghi che alla prima interprete di Lolita sia mai stato riconosciuto alcunché, dopo la sua apparizione nel film di Kubrick). Solo quello. Per il resto mi trovo d’accordo sul fatto che al giorno d’oggi molti premi per il cinema siano assegnati col culo (ma sono gli Oscar a farmi dubitare più dei Globes).
    La scena dello psicologo effettivamente è stata rielaborata, rispetto a quella del romanzo, ma ciò rientrava nei piani di Kubrick per allargare lo spazio dedicato alla figura di Quilty. E Quilty era Sellers, nondimeno, quindi un po’ di rispetto.

  4. Marta Conte

    10 Ottobre

    Ahahah sarà che non ha mai esercitato un particolare fascino su di me, fatto sta che non gradii XD
    No secondo me i GG sono molto più rozzi degli Oscar, però anche i BAFTA’s non scherzano… Mh.

  5. Paolo1984

    31 Dicembre

    io adoro il cinema di Kubrick (e la recitazione di Sellers) quindi Lolita non fa eccezione, ma non ho visto il film di Lyne quindi non posso fare paragoni. Il romanzo non l’ho letto (mea culpa) però sapevo che Kubrick si era preso parecchie “libertà”, ma lo faceva spesso, lo farà anche con Shining (e Stephen King non gradirà)-del resto è comprensibile che un regista a maggior ragione se del calibro di Kubrick voglia fare il “suo” film

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